Un documentario intimo e veritiero che tenta di dare alcune risposte su quel tempo sospeso tra la vita e la morte.
di Francesca Ferri
La morte non è un argomento del quale le persone amano parlare. Anzi, il momento in cui la vita volge al termine è spesso un tabù, qualcosa che si preferisce non affrontare. Eppure anche la morte potrebbe essere in qualche modo celebrata, perché la morte fa parte della vita. Questo, almeno, è quello che si propone di fare End Game, il nuovo documentario di Rob Epstein e Jeffrey Friedman. I due registi vincitori dell'Oscar per il miglior documentario nel 1989 con Common Threads: Stories from the Quilt raccontano le ultime ore di alcuni malati terminali assistiti da straordinari medici che offrono approcci all'avanguardia e cure palliative, indagando il contesto di due strutture sanitarie della Baia di San Francisco. Qui operano professionisti da tempo impegnati in prima linea nella creazione di nuovi modi di pensare e di approcciarsi a tutte le decisioni riguardanti il momento della fine.
Attraverso il punto di vista delle famiglie, dei medici e degli infermieri dunque, i registi riescono ad affrontare con grazia un argomento complesso, sfidando convenzioni e pregiudizi sul fine vita per provare a cambiare il nostro modo di pensarlo e affrontarlo. Parlare della morte aiuta inoltre ad apprezzare ogni istante della vita.
«Le persone sane pensano al modo in cui vogliono morire e i malati pensano a rimanere in vita. È facile fantasticare su spiagge e montagne e poi ci si ammala e si pensa: "voglio solo vivere"», spiega uno dei medici. Presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, End Game è un documentario, intimo e veritiero, che tenta di dare alcune risposte su quel tempo sospeso tra la vita e la morte. Un commovente racconto che guarda in faccia la realtà con estrema delicatezza.