| Anno | 2026 |
| Genere | Biografico, Drammatico |
| Produzione | USA |
| Regia di | Max Winkler |
| Attori | Naomi Watts, Grace Gummer, Alessandro Nivola, Sarah Pidgeon, Sydney Lemmon Ben Shenkman, Dree Hemingway, Leila George, Sophie Savides, Donal Logue, Allen Fawcett, Constance Zimmer. |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento sabato 14 febbraio 2026
La tormentata e iconica storia d'amore tra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette.
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CONSIGLIATO SÌ
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La nuova serie del "genere" Ryan Murphy racconta una relazione che lo spettatore conosce nella sua conclusione prima ancora di entrarci. La serie non prova a fingere che non lo sappiamo: John F. Kennedy Jr., Carolyn Bessette e la sorella di lei, Lauren, moriranno il 16 luglio 1999, quando il Piper Saratoga pilotato da Kennedy precipiterà nell'Atlantico al largo di Martha's Vineyard, durante un volo serale verso il Massachusetts. La serie, quindi, non racconta il destino in sé di questa coppia, costantemente sui tabloid alla fine degli anni Novanta, ma il modo in cui cambia la vita di due persone quando un legame intimo smette di appartenere solo a chi lo vive e diventa materiale permanente per gli altri.
Ci ritroviamo nella storia arcinota di John John, che vive da sempre dentro una cornice pubblica e con un'identità - il principe degli Stati Uniti, figlio di JFK e di una resistente Jacqueline Bouvier Kennedy Onassis (Naomi Watts) - che gli viene restituita dagli altri prima ancora che possa sceglierla.
E in quella di Carolyn, che arriva da un mondo in cui
l'immagine è lavoro, controllo, stile, ma non necessariamente esposizione. Quando si
incontrano, la relazione sembra offrire a entrambi qualcosa che manca: a lui una normalità
possibile, a lei un amore che non dovrebbe riguardare nessun altro. Il problema è che,
appena la coppia si forma davvero, quel "nessun altro" smette di esistere.
Il racconto non accelera, ma accompagna lentamente il passaggio dall'entusiasmo iniziale
a un equilibrio sempre più fragile. Questa fatica - e qui la prima, interessante, differenza
rispetto ai tanti prodotti firmati Murphy - non esplode mai davvero ma si insinua invece
nelle conversazioni che non si chiudono mai, qualcosa che resta anche quando nessuno
ne parla apertamente. Ogni volta che i due protagonisti, ben portati in scena da Sarah
Pidgeon e Noah Fearnley, provano a costruire un angolo di vita ordinaria, fuori c'è una
macchina che produce significati e rumore. A quel punto l'amore diventa, nella loro
intimità, un lavoro di manutenzione continuo, e sarà proprio quel lavoro costante a
consumare la coppia.
Dentro questa storia c'è anche un discorso più ampio - dinamica questa tipicamente
murphyana - di rilettura di un'epoca precisa: i tardi anni Novanta, cioè un momento in cui
la celebrità cambia pelle o, meglio, diventa un flusso costante, un'abitudine sociale. La
coppia Kennedy-Bessette è perfetta per far vedere quel passaggio - al pari di Diana e
Dodi Al-Fayed, la cui morte funziona come un memento mori in forma futura, un "ricordati
che devi morire" già scritto nel calendario della cultura pop: non perché i destini si
somiglino, ma perché in entrambi i casi la tragedia arriva dopo anni di sguardi addosso e
di identità ridotte a racconto. John John porta addosso un cognome che è una forma di
storia nazionale. Lei, all'opposto, è sottrazione dell'immagine, un'idea pubblica di sé
costruita con cura, e quindi un'icona che nasce forzatamente per stare dentro la luce, ma
che in realtà vive bene quando è lei a scegliere se e quando accenderla.
Love Story racconta bene questo cortocircuito. Più Carolyn prova a proteggere il proprio
spazio, più lo spazio diventa oggetto di curiosità; più John prova a essere una persona, più
viene rimesso nel ruolo previsto. Ecco allora che il parallelismo con Diana Spencer diventa
valido per entrambi, ma su livelli opposti: Diana viene trasformata in personaggio proprio
mentre tenta di uscire dalla parte assegnata, mentre John è un personaggio prima ancora
di fare qualcosa, e qualsiasi tentativo di normalità gli torna indietro come scelta narrativa.
Carolyn, invece, finisce nella posizione più ingrata, perché viene trattata come mistero e
non come individuo (fattore primario di identificazione di Lady D come icona gay), e quindi
qualunque gesto di difesa viene letto come difetto o capriccio, quando è spesso solo fatica
di respirare.
Questa singolarità nel racconto di una coppia intrinsecamente scissa trova ottima
espressione nel ritmo della serie: alcune scene si concedono tempi più lunghi di altre, per
poi essere tagliate di colpo, conferendo l'effetto di un pensiero interrotto. Una costante
interruzione che rende l'idea di un'intimità privata della continuità, sempre esposta a
irruzioni. Anche la scelta di non puntare tutto sul glamour è significativa (e divergente
rispetto alle produzioni di Ryan Murphy): non che non ci sia - perché è inevitabile - ma il
glamour non diventa un premio dello spettatore; in questo caso rimane un elemento
ingabbiato. È una fondamentale differenza rispetto al passato: Murphy ci ha abituato a
storie note ri-raccontate sotto nuovi riflettori, talvolta "smarmellando" o usando luci che
nascondono ombre essenziali per ricostruire realmente, addirittura rispettosamente, la vita
di un divo o di un killer, di una persona. Love Story decide di non limitarsi alla cronaca dei
fatti, ma tentare di restituire una dimensione emotiva che le immagini d'epoca non
possono mostrare. Qui entra un aspetto storico interessante: la sensazione di essere
osservati, vero fatto essenziale di quei tremendi anni di passaggio in cui la pressione di chi
guarda finisce per occupare la scena quanto i protagonisti.
Tanto i dettagli scenografici e costumistici, quanto la recitazione sono funzionali, nella
serie, a far scendere tutti dal piedistallo - Naomi Watts-Jacqueline Onassis compresa -
mostrando come l'immagine pubblica diventi una corazza e come, sotto, restino persone
che si consumano nel tentativo di difendere la propria vita. Questa nuova prospettiva fa
emergere un racconto anomalo per lo showrunner; l'idea murphyana di una bellezza che,
in quanto bella, debba essere guardata, viene ribaltata: sono belli, quindi tutti si sentono
autorizzati a prenderne un pezzo. In questo senso la serie non parla soltanto di una coppia
famosa, ma di un meccanismo e riesce perciò a discutere di quanto sia facile scambiare
una persona per un'immagine, e di quanto sia difficile restituirle spessore quando
l'immagine è già dominante, anche a un quarto di secolo di distanza.