| Anno | 2023 |
| Genere | Thriller |
| Produzione | Spagna |
| Regia di | Marco A. Castillo, Fran Parra |
| Attori | Yon González, Francisco Ortiz, Olivia Baglivi, Carlota Baró, Juan Echanove Fernando Soto, Javier Varela (II), Juan Fernandez, Rodrigo Poisón, Christian Caner, Frank Feys, Alicia Sánchez, Manuela Vellés, Juanma Lara. |
| Tag | Da vedere 2023 |
| MYmonetro | Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 24 dicembre 2025
Una serie spagnola che intreccia le indagini della polizia con gli spostamenti e le azioni di un killer.
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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A Valladolid viene trovato il corpo di una giovane donna uccisa con un rituale preciso e segni lasciati come messaggi. L'ispettore Ramiro Sancho (Francisco Ortiz), in procinto di trasferirsi, resta sul caso e avvia la caccia a un serial killer (Yon González) che si espone fin da subito, firmando i delitti con citazioni auliche e provocazioni. Con l'aiuto di un criminologo (Juan Echanove) e di una psicolinguista (Manuela Vellés), la squadra ricostruisce il profilo dell'assassino mentre l'indagine si intreccia con la vita privata di Sancho e con una partita sempre più personale tra chi insegue e chi fugge.
Memento Mori - adattamento dell'omonimo testo di César Pérez Gellida e primo capitolo della sua trilogia "Versos, canciones y trocitos de carne" - ci catapulta subito in un complesso intreccio fatto di citazioni e rimandi, nel quale più che andare alla ricerca di originalità, gli sceneggiatori cercano fortemente l'ipertesto, mettendo in comunicazione cinema americano, letteratura europea e il noir televisivo contemporaneo.
Germán Aparicio, Abraham Sastre e Luis Arranzma firmano un'opera metanarrativa ambientata a Valladolid, nella quale sin dalla prima puntata si avverte un'eco molto precisa, quella del quasi quarantenne Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991): l'idea che il corpo della vittima sia un enigma da decifrare, un contenitore di messaggi.
Il richiamo ai testi di Thomas Harris, e in particolare a Red Dragon e alle sue rielaborazioni audiovisive (l'omonimo film del 2002 di Brett Ratner e Manhunter di Michael Mann del 1986) diventa quasi esplicito nel momento in cui la narrazione insiste sui segni nascosti o incisi nella carne; e quando, più avanti, la regia si permette di lavorare con gli specchi come strumenti di raddoppiamento e metamorfosi, ecco che la citazione si esplicita direttamente in queste superfici che riflettono l'immagine del predatore e della preda, e al contempo di coloro che rendono ambigua questa stessa distinzione. O, ancora, nella scritta "metamorfosi" incisa sulla pelle, che oltre a essere un indizio per gli investigatori, vale come dichiarazione poetica della serie, trasformando il delitto in una narrazione aperta all'esplorazione ipertestuale.
Nello spazio dell'assassino il rimando si sposta verso American Psycho. Non perché la serie replichi la satira sociale di Bret Easton Ellis: semmai, ne offre un riflesso speculare e rovesciato sul piano dello status - non lo yuppie finanziario, bensì un soggetto di estrazione proletaria che fa dell'estetica del controllo una forma di riscatto simbolico. Il punto di contatto è, piuttosto, l'attenzione quasi feticistica all'ambiente e al corpo: un edonismo freddo, geometrico, illuminato da luci studiatissime, dove la cura di sé e l'estetica dell'ordine diventano parte integrante dell'orrore. La messa in scena lavora di riflessi, di superfici pulite, di cromie controllate: una bellezza che rende più disturbante l'atto fisico e sporco dell'omicidio.
La cosa notevole, però, è che questi riferimenti non schiacciano la serie sotto il peso del già visto, né tantomeno diventano retorici. Semmai indicano una direzione: la Spagna sta sempre più spesso costruendo thriller che non hanno paura della stratificazione (La casa di carta, La unidad, Il rifugio atomico), opere che chiedono al pubblico di riconoscere tracce, citazioni, allusioni. Memento Mori, cioè, non scimmiotta l'immaginario americano, ma lo ingloba e lo mette in dialogo con un archivio culturale assai più ampio, che va da Kafka a Joyce, fino a Cervantes, in maniera meno didascalica di come un Se7en (David Fincher, 1995) riusciva a sfruttare i sette peccati capitali per dare struttura; anzi, qui il riferimento diventa un sistema per complicare il quadro.
Qui entra in gioco il valore simbolico di un protagonista che fa di cognome Sancho, ovviamente non una scelta casuale insieme all'ambientazione (a Valladolid visse Cervantes tra il 1604 e il 1606, nel periodo in cui pubblicò la prima parte del Don Chisciotte, prima opera metanarrativa moderna). È come se l'ispettore portasse nel nome il destino del secondo, dell'uomo che ha sempre vissuto un passo dietro a qualcun altro e che ora, improvvisamente, deve guidare. Non solo risolvere un caso, ma prendere in mano una realtà in cui tutti corrono verso mulini a vento personali: ossessioni, costruzioni mentali, ideali ridicoli o tragici. Il suo essere taciturno, quasi trattenuto, smette di essere un tratto caratteriale da detective e diventa un elemento esistenziale: Sancho come figura costretta a diventare protagonista e, perciò, schiacciato dal peso culturale di un antagonista che porta, in sé, la storia letteraria europea. Questo funziona, sì, molto!
Un'ipertestualità efficace, non tediosa, anche grazie a una struttura che non perde mai ritmo. La serie è ricchissima di plot twist e - cosa più rara - li distribuisce con intelligenza episodica: ogni svolta non arriva solo per alzare la posta in gioco, ma per riorientare la caccia, per cambiare la geometria del duello e ribaltare le aspettative. È qui che diventa un vantaggio l'impianto da miniserie (6 episodi) - seppur Memento Mori sia tutt'altro che autoconclusiva.
Il tutto abbellito da scelte di linguaggio molto interessanti; tra tutte, vale la pena ricordare il bel montaggio alternato del terzo episodio, che rende fisica l'idea di fuga e rincorsa. Qui la fotografia lavora per corrispondenze: angolazioni che si richiamano tra le due linee, colori più saturi, un taglio che fa sentire la riduzione della distanza costruendo un incontro-scontro apparentemente inevitabile, che poi viene negato appunto dal plot twist.
I molti livelli su cui si stratifica la serie la avvicinano inevitabilmente al noir americano, ma Memento Mori non fa una semplice operazione di importazione del mostro: lo ricolloca e lo rilegge dentro una sensibilità europea, più interessata alla rete di rimandi, alle genealogie culturali e alle ambiguità morali che al puro meccanismo dell'adrenalina. Sono molto presenti il Dexter di "La mano sinistra di Dio" di Paul Hoffman, che affiora come riferimento per il controllo del killer, così come l'anempatico Tom Ripley di Patricia Highsmith; ma a differenza delle riletture statunitensi di questi mostri, la psicologia del killer di Memento Mori non viene chiarita al pubblico... deve anzi rimanere ingarbugliata.
Valladolid, anche, diventa una superficie volutamente estranea: abbastanza concreta da ancorare i corpi e la procedura, abbastanza neutralizzata da trasformarsi in campo simbolico. È qui che il serial killer (che è per il Ventunesimo secolo ciò che è stato il vampiro per il Ventesimo) - perde l'aura da icona pop statunitense e viene osservato come un testo da interpretare, un simbolo che costringe chi indaga (e chi guarda) a interrogarsi sul desiderio di comprendere il male, perfino di ordinarlo (Dexter, Ripley). Memento Mori riesce così a essere stratificata e pop insieme, capace di parlare al pubblico di nicchia e a quello più ampio, locale e globale, fino a mettere in scena un bisogno profondamente europeo: quello di leggere la realtà come un palinsesto aperto e di pretendere, grazie a una continua interpretazione, nuovi significati.
Plot non male, un paio di colpi di scena tengono desta l?attenzione. Qualit? della recitazione bassa, specialmente il protagonista (Sancho), ma anche gli altri non scherzano. Il finale che fa facilmente prevedere un sequel, lascia la bocca amara perch? qualcosa si poteva chiudere. Nella banalit? delle serie poliziesche che passano le tv comunque ci pu? stare.