| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Francia, Costarica, Belgio |
| Durata | 102 minuti |
| Regia di | Valentina Maurel |
| Attori | Vivian Rodriguez, Reinaldo Amien, José Pablo Segreda Johanning, Daniela Marín Navarro . |
| Tag | Da vedere 2022 |
| MYmonetro | 3,00 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 21 marzo 2023
Una coppia si separa. La figlia di sedici anni sembra prendere sempre di più le difese del padre. Il film è stato premiato al Festival di Locarno, In Italia al Box Office Tengo sueños eléctricos ha incassato 1,6 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Eva ha sedici anni e i suoi genitori si sono appena separati. Non riesce proprio a sopportare il fatto che la madre, grazie a un'eredità ricevuta da una zia pressoché ignota, voglia ristrutturare la loro casa di famiglia, cancellando i ricordi della sua infanzia e di suo padre. Eva inizia così a distaccarsi dalle amorevoli quanto apprensive cure materne per passare del tempo con il padre. Palomo esercita su di lei un fascino quasi sinistro, è un poeta, uno scultore, conosce un sacco di gente interessante, ma allo stesso tempo è instabile, ferito, profondamente solo e sentimentalmente diseducato. Eva cerca di gestire tutta questa violenza sentimentale, mentre il mondo attorno a lei cala la maschera rivelandosi freddo e crudele.
Un coming of age spaventosamente crudo che ribalta con successo gli stilemi del genere, giungendo però a una conclusione ideologicamente inaccettabile.
Tengo sueños eléctricos è un'opera molto sentita, che colpisce forte e in profondità; per quanto sia ascrivibile al genere del coming of age è al tempo stesso del tutto atipica e personale. In questo senso Valentina Maurel ha senza dubbio l'intuizione giusta: ossia la presa di coscienza che la vita è un unico grande tunnel e vederne la luce in fondo talvolta può essere complicato. Allo stesso modo i canonici coming of age che permettono la dissoluzione di ogni problema o paranoia adolescenziale all'apparire dell'età adulta sono più fallaci che mai. È proprio questo il bello di Tengo sueños eléctricos: Eva, iniziando a muovere i suoi primi passi nel mondo dei grandi, si rende conto che la vita è un incubo, e c'è di peggio: è appena iniziato. Tuttavia, questo mondo crudele, problematico e doloroso la attira come una falena che vola verso la luce: Eva sa che si scotterà, che finirà per soffrire, ma è così profondamente attraversata da un'insoddisfabile sete di vita che non può far a meno di risparmiarsi. D'altronde è proprio come le ha insegnato suo padre tirandole i capelli: all'inizio le stava facendo male ma poi non più. Tendiamo ad avere paura del dolore, ma poi, quando lo affrontiamo davvero, ci rendiamo conto che non è niente di che. Vale la pena farsi male per essere vivi.
Ma venendo alla parte problematica, è il caso di affrontare un discorso forse un po' ideologico (seppur sacrosanto) che tuttavia non mira assolutamente a mettere in dubbio la libertà artistica di un'autrice come Valentina Maurel, quanto più che altro a mettere in luce certi risvolti particolarmente pericolosi e discutibili riguardo a un tema così delicato e attuale. Mi spiego meglio, Valentina Maurel finisce per spingere questa riflessione sul dolore fino alla sua deriva più totale, arrivando a conclusioni francamente inaccettabili dal punto di vista ideologico e umano. Un conto è la serena accettazione dell'intrinseca crudeltà del mondo o l'autarchica presa di coscienza che il dolore è inevitabile; mentre un altro è invece arrivare a romanticizzare o giustificare la violenza per amore. Lo sguardo di complicità tra padre e figlia, subito dopo l'intervento dei servizi sociali, è il messaggio più tossico e pericoloso che si possa veicolare riguardo a questo tema. Ugualmente, anche la poesia che Palomo recita sul finale è imbevuta della stessa retorica nociva: si dice sostanzialmente che nell'urlarci il nostro amore a volte finiamo a farlo con i pugni, perché siamo fatti così: un'orda di animali selvatici che sognano di essere umani. Niente di più sbagliato. Basti pensare che la maggior parte degli imputati responsabili di femminicidi dichiarano di essere stati accecati dalla rabbia e spesso le deposizioni dei tribunali parlano di raptus, come se fossero delle attenuanti. La verità è che non ci sono scusanti per un padre che sottopone la figlia a violenze come quelle rappresentate, così come non ce ne devono essere per nessuna violenza, fisica, sessuale o psicologica che sia. Ma soprattutto, l'amore non è mai un attenuante. Valentina Maurel si rifugia nella sua personalissima visione stoica dell'amore e della complessità delle relazioni, dimenticandosi che le storie come quella di Eva non hanno mai un lieto fine. Rivedibile.
Eva ha 16 anni, e dopo la separazione dei suoi genitori, fa di tutto per andare a vivere con quel padre, Palomo, sfuggente, un po' poeta, stravagante ma anche instabile e violento. Cerca con lui una casa nella cittadina costaricana di San Jose, che possa ospitarla e abbandonare finalmente la madre, ma no né facile e i conflitti con Palomo arrivano a sfiorare il dramma.
Non è Eva, sedicenne inquieta e vorace, ad avere sogni elettrici, bensì suo padre, Martín, i cui attacchi di rabbia autolesionista hanno portato al divorzio e all'ostinata insofferenza di Eva nei confronti di sua madre, colpevole di un pragmatismo rigido che non può reggere il confronto con l'erratico, carismatico poeta Martín. Strattonata da desideri che il suo corpo capisce prima di lei, Eva è attratta [...] Vai alla recensione »