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Ultimo aggiornamento lunedì 15 novembre 2021
Henry è uno stand-up comedian, Ann è una cantante di fama internazionale. I due sono una coppia perfetta, ma con la nascita della loro figlia Annette, una bimba con un dono unico ed eccezionale, la loro vita cambia. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha ottenuto 1 candidatura a Golden Globes, ha ottenuto 11 candidature e vinto 5 Cesar, ha ottenuto 4 candidature e vinto 3 Lumiere Awards, In Italia al Box Office Annette ha incassato 113 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Ann è una diva della lirica che ogni sera muore in scena, Henry una star dello stand-up che fa morire dal ridere la platea. Ann ha preso la luce del sole, Henry tutta l'ombra. A Los Angeles si incontrano e contro ogni logica si innamorano. Anche il pubblico è sorpreso da quel sentimento smisurato come l'ego di Henry. Davanti agli obiettivi dei paparazzi, 'concepiscono' Annette, bambina, bambola, enfant prodige, miracolo e dannazione. Frutto della loro unione e 'giocattolo' delle loro aspirazioni, Annette cristallizza le speranze e i tormenti di due figure contrarie. Perché la 'bella' e il 'bastardo' si amano da morire e fino a morire.
Se davvero il cinema sta morendo, divorato da ogni parte dalla proliferazione conquistatrice delle piattaforme, Annette rimanda la sua fine con un ultimo respiro maestoso.
Il respiro che Leos Carax chiede allo spettatore di prendere nell'ouverture e poi trattenere il tempo che servirà a cantare la storia d'amore di due esseri folgoranti. Regista e direttore d'orchestra della partitura sinfonica degli Sparks, Carax avvia Annette dalla registrazione della colonna sonora.
Dei suoi film, sei prodigi girati in trentasette anni di carriera, sono d'altronde i 'numeri musicali' a impressionare la retina: la corsa a perdifiato di Denis Lavant sull'aria di "Modern Love" (Rosso sangue), l'headbanging di Mireille Perrier a tempo con "Holiday in Cambodia", la promenade di Kylie Minogue sulle note di "Who We Were" e dentro una Samaritaine ancora in rovina (Holy Motors). Perché il suo cinema è nato con MTV al debutto degli anni Ottanta, quando l'immagine divorava la musica.
Non sorprende allora che a dare il 'la' alla sua opera-film siano gli Sparks. La loro canzone, "So May We Start", racconta la paura che serra la gola agli artisti prima di andare in scena. Non si sentono mai pronti ma devono andare, come gli attori e il coro di Carax, impazienti di lanciare la rappresentazione.
Nel limbo che interroga le frontiere porose tra finzione e realtà, si trasformano improvvisamente in personaggi. Un accessorio, uno sguardo, una posa e Marion Cotillard diventa Ann Desfranoux, la diva dalle mille vite, Adam Driver 'cavalca' senza filtri Henry McHenry, umorista con pulsioni distruttrici. Ma c'è poco da ridere e molto da cantare. Per loro Carax trova l'aria e un'immagine potente: una coppia allacciata sopra una moto che corre. Corre veloce dentro una notte che conduce i sentimenti al parossismo e mette al mondo una marionetta con la cicatrice sulla fronte. Quella magica di Harry Potter, quella di un trauma prodotto dal narcisismo ferito dei suoi genitori.
Improntati ai personaggi del racconto popolare, agli archetipi delle favole ("Biancaneve", "La Bella e la Bestia", "Faust", "Pinocchio") come a quelli del melodramma lirico ("La Boheme", "Madame Bovary", "La Traviata", "Tosca"), Ann ed Henry scrivono con inchiostro nero la vita e la morte degli artisti dannati dal loro ego. Il soprano diafano fa il bagno nella sua piscina mordendo una mela rossa e mirandosi allo specchio, il principe nero flirta coi limiti della provocazione in lotta permanente contro i suoi demoni e il suo pubblico. Megalomani e narcisisti si ripetono per mano quanto si amano ma quello che amano è soprattutto l'immagine del loro amore.
Annette è un inno a tutte le forme di spettacolo, dall'opera a Broadway, ma è più precisamente il negativo del musical hollywoodiano, il rovescio di "Cantando sotto la pioggia", l'altra faccia della luna, il ritratto oscuro dell'industria dello spettacolo coi flash, la caccia mediatica, l'esibizione della star, la spettacolarizzazione oltraggiosa.
Nutrito da miti antichi ma in risonanza col presente, Annette evoca un concerto pop come il movimento #MeToo, col suo carico di fantasmi, di uomini violenti, di madri martiri e di figlie che condannano i genitori per sempre. L' essere colpevole è la grande questione di Annette, che porta in tribunale l'arte e la processa con la coppia uomo-donna. Di un'inventività formale permanente, l'opera tragica di Carax accoglie esplosioni di bellezza e fa bruciare Los Angeles con le sue star incandescenti. Due amanti che (ri)suonano superbamente lo spartito di un amore nato morto.
La potenza fisica di Adam Driver, disarticolato e prodigioso nel rendersi detestabile occupando tutto lo spazio, contrasta con la grazia di Marion Cotillard, che trova il gesto artistico di una cantante d'opera, vivendo "d'arte e d'amore" come Tosca e soccombendo al patriarcato come Violetta. 'Ridotto a uno spettro' dalla ferocità del suo mostro, il 'corpo lirico' lascia il campo alla bestia da palcoscenico, che fa del fallimento del desiderio coniugale una performance, una questione di vita o di morte.
Dotato di una plasticità rara, Adam Driver mette in forma l'ispirazione poetica di Leos Carax, assorbe tutto il nero di un mare in burrasca e poi rovescia come onda la tossicità dell'arte e dell'amore. Sul campo restano 'la morta e la ferita'. Annette non risolve o chiude soltanto troppo in fretta la questione tra vittima e aggressore. Come tonfo cala il sipario, cade il silenzio, scende la notte. Nera come lo schermo che si consuma sotto il fuoco dei nostri sguardi.
C'e' tanto impegno ma scarsissimo godimento per il pubblico.
Tutto è disvelato davanti ai nostri occhi. La quarta parete, ancora una volta come nell’inizio del precedente Holy Motors, immediatamente abbattuta. La sospensione dell’incredulità una responsabilità pretesa allo spettatore. È tutto vero, è tutto maledettamente finto. Tutto è artificiale e allo stesso tempo magicamente fantastico, come nel cinema delle origini, come in quello di Étienne-Jules Marey, come in Méliès ma anche come in Franju di Occhi senza volto.
C’è l’inganno e c’è il trucco, infatti c’è il jump cut. È il cinema di Leos Carax che, come in Holy Motors, appare all’inizio di Annette per ricordarci che è un suo film, che parla di lui, ovviamente. Di più, sentiamo proprio la sua voce darci delle indicazioni perché – attenzione! – «gli autori sono in sala, mostriamo un po’ di rispetto». Ancora di più: «La respirazione non sarà tollerata durante lo spettacolo, quindi, per favore, fai un ultimo respiro profondo adesso». Tratteniamo il fiato. Parte "So May We Start” ed entriamo in un mondo che è musical, così dolce e celestiale, sembra quasi di stare dalle parti di quello classico americano in cui, come scriveva Jacqueline Nacache in un celebre saggio, veniva riflessa l’hollywoodiana “ideologia della felicità».
E allora «ridiamo, ridiamo, ridiamo», si sente ripetere spesso. E non è certo un caso che questo sia il primo film in inglese del regista francese, per di più girato a Los Angeles. La sequenza iniziale è paradigmatica dello statuto del film, c’è il regista, c’è la sua reale figlia adolescente Nastya Golubeva Carax, entrambi dietro il mixer, ci sono i musicisti, gli Sparks, inizia la processione, a loro si uniscono i protagonisti, Adam Driver, Marion Cotillard e Simon Helberg, che ricevono i costumi e si trasformano nei loro personaggi, Henry, perennemente motomunito (ah holy motors!), si dirige all'Orpheum Theatre e Ann alla Walt Disney Concert Hall di Frank Gehry.
Con il loro spettacolo ha inizio anche quello di finzione del film. Lui famosissimo stand-up comedian che scantona, disturba il pubblico, usa il filo del microfono come un cappio e un po’ ricorda Lenny Bruce (a proposito, vi ricordate di Lenny di Bob Fosse, peraltro uno dei più grandi autori di musical della storia del cinema?). Lei, soprano conturbante, si esibisce con una grazia che ammalia carezzevole. Grandissima storia d’amore tra i due che non si vergognano certo di cantarsi l’amor cortese reciproco – «ci amiamo così tanto che è difficile da spiegare – con la strepitosa “We Love Each Other So Much”.
Ma, come in un’opera pucciniana, l’amore e la celebrità chiamano l’autodistruzione del personaggio maschile. Ecco il melodramma più puro perché intanto è nata una bambina, la protagonista assoluta del film che porta il suo nome. Il colpo di genio di Carax è di mostrarcela come una marionetta ossia un avatar - un po’ Chucky, un po’ Charlie McCarthy di Edgar Bergen - che si muove senza fili, come Pinocchio.
Nel mezzo, in una tempesta immaginaria, la morte della mamma quasi cercata dal padre. E qui, anche se lo sappiamo che il progetto musicale è una vecchia storia originale dei fratelli Sparks, Ron e Russell Mael (a proposito esiste un documentario su di loro, The Sparks Brothers, diretto da Edgar Wright), non si può non pensare al suicidio nel 2011 dell’attrice Katja Golubeva, precedentemente musa di Carax (Pola X) che le dedicava, in russo, Holy Motors in cui c’è la strepitosa sequenza, curiosamente anche questa musicale, del personaggio interpretato da Kylie Minogue che canta “Who Were We” prima di buttarsi giù dagli ex magazzini parigini dismessi La Samaritaine. La rielaborazione di questo lutto, la messa in stato di accusa, attraverso il personaggio di Henry, del carattere egocentrico e narcisistico di un uomo, di un artista, con tanto di vendetta dei fantasmi dell’oltretomba, sono una delle forme di spietata autoanalisi più autentiche e dolorose che si possa immaginare.
Ma poi c’è sempre la forma, strepitosa, di Carax che affonda il suo cinema, magniloquente e allo stesso semplice, puro e ingenuo, dalla portata così innovativa e rivoluzionaria di cui probabilmente nemmeno ci rendiamo conto, nel passato più classico e nel futuro più contemporaneo. «Non rivolgere mai lo sguardo verso l’abisso», dice Henry/Adam Driver alla figlia mentre Carax da quell’abisso ci guarda.
Fare un cinema così potente, qui e ora nel 2021, sinceramente è qualcosa di miracoloso. Oltre che una questione maledettamente (molto) personale.
Di tutti i film in competizione a Cannes, Annette era senza dubbio il più atteso. Tra timore e desiderio spasmodico, è la sorte riservata alle leggende. E Leos Carax è quella leggenda. È la rockstar che è sempre mancata alla Francia senza aver mai cantato o essersi mai esibito, contando piuttosto le sue parole e le sue apparizioni dietro gli occhiali neri, sparendo (tredici anni tra Pola X e Holy Motors) e risorgendo dalle ceneri di un’autocombustione crepitante.
A sessantuno anni, Carax è l’ultimo artista romantico (francese). Ha bruciato la sua vita come i suoi film, portando con sé la fiamma del lirismo purificatore e il giogo di grandi sofferenze. Ognuno dei suoi film sembra essere il primo e l’ultimo, ciascuna delle sue opere lascia dietro di sé un baleno, quello del cinema. La sua carriera si gioca su un lungo periodo e su una filmografia singolarmente ridotta (sei film). Trentasei anni per passare dallo statuto di genio a quello di fantasma (e ritorno), in mezzo il fallimento finanziario e la dannazione professionale.
Da dove cominciare allora per raccontare Leos Carax, per dire a parole il suo cinema, organismo vivente di immagini, musica e poesia? Dal piacere dello spettatore innanzitutto, basta ripensare al volto sublimato di Juliette Binoche o alla corsa folle di Denis Lavant sulle note di David Bowie, alla luce dei fantasmi della Samaritaine, carcassa vuota come un relitto arenato a bordo Senna, o alla geografia amorosa dei suoi amanti (del Pont-Neuf), alla dissertazione di una limousine sulla propria fine o alla Senna metafora della traversata, della rivelazione, della trascendenza, fino alla pelle del regista che si fa schermo e si consuma sotto il fuoco dei nostri occhi.
O magari potremmo iniziare dall’amara cronaca dei rischi del cinema, dagli incidenti a cascata sul set degli Amanti del Pont-Neuf (1991) e dalla rocambolesca saga produttiva che ne segue, rivelando la determinazione di un giovane autore e il doppio movimento di conquista e di distruzione che caratterizza la sua carriera. Tutto comincia il 4 luglio del 1988. Quel giorno, il regista più promettente della sua generazione - ha già girato Boy Meets Girl e Rosso sangue, due film follemente romantici - è pronto per il terzo ma Denis Lavant si ferisce gravemente e comincia il calvario. Gli Amanti del Pont-Neuf, vittima di disgrazie e decisioni imprevedibili, termina nel dolore e ottiene un modesto successo, insufficiente a coprire i costi di produzione e i danni dell’ambizione. Per la ‘gente che conta’ nell’industria il cine-poeta, che riconcilia i fantasmi della cinefilia con l’urgenza del tempo presente, diventa persona non grata, uno sperperatore irresponsabile. L’uomo che lo aiuterà a risalire la china è Bruno Pesery, produttore cinematografico che finanzia Pola X. Il film, magnifico ma incompreso, pianta un altro chiodo sulla sua reputazione. Segue la caduta, più industriale che artistica. Poi il nero per tredici anni, afflitti da progetti che non si realizzeranno mai. Nell’attesa Carax vede molti film, gira qualche clip, sogna ‘motori sacri’ e scrive le parole del primo album di Carla Bruni.
Poi il cinema ritorna, popolato di sparizioni: il suo produttore storico Alain Dahan, il suo direttore della fotografia Jean-Yves Escoffier, gli attori Guillaume Depardieu e Katerina Golubeva (la sua compagna). Ce n’è abbastanza per urlare e per tornare dal mondo dei dannati. Spettro della propria leggenda, ‘emerge’ dalle fogne per portare scompiglio in città con un’ironica e commovente ‘auto-rappresentazione’ incarnata da Denis Lavant, il corpo dell’attore è luogo ricorrente del suo cinema. Holy Motors diventa la messa a punto di troppi anni di reclusione e di silenzio, diventa la storia di una redenzione, lo strumento di una riabilitazione industriale e morale per il ‘figliol prodigo’ del cinema francese. Holy Motors prova che Leos Carax sa gestire un budget ma soprattutto che non lo abbiamo amato invano. Invano si cerca invece una formula critica per dire con lo stesso linguaggio il dritto e il rovescio di questo film, la sua superficie e la sua intimità, il suo oggetto e il suo soggetto. Perché Holy Motors è una straordinaria affermazione di arte cinematografica, è il più emozionante, tenero, feroce, provocatorio e completo ritratto umano che un film possa offrire. Quell’umano si chiama Monsieur Oscar, è un attore ma di un tipo nuovo che prefigura un mondo prossimo: recita in assenza di ‘camere’. Un solo corpo, quello di Denis Lavant, per undici personaggi e una doppia esplorazione: la ricerca di sé e di tutto il cinema perduto.
Se Holy Motors rompe il sonno livido della sua arte, coltivata nell’intimità del suo limbo, nove anni dopo Annette brucia i confini tra fiction e realtà e punta il dito sulla tensione irriconciliabile tra l’opera e l’artista. È un film esagerato Annette, pieno di simboli, allusioni e omaggi. Sembra il racconto di una storia d’amore, di una grande, smisurata storia d’amore ma diventa qualcos’altro. Qualcosa di completamento diverso. È un’opera pop, un dramma musicale, un film opera, un trip barocco di furore e passione…dove l’amore brucia nel girone infernale dello show business e l’essenziale dell’azione è cantata. Annette forma quasi un dittico con Holy Motors, moltiplicando i riferimenti e affermando una parentela: la natura meta-cinematografica del prologo, la struttura in atti, la figura del gorilla, la limousine come bolla virtuale, teatro ambulante, quadro temporale e spaziale del film, di tutti i film di Carax, che rinnova la sua leggenda e torna in maestà, con un’intelligenza dello sguardo che ci fa urlare: ça, c’est du cinéma.
Ci sono un padre e una madre. C' è una bambina che nasce, e per quasi tutto il film ha le fattezze (stupefacenti) di una marionetta. Ci sono splendori e miserie dello show business, perché lui (Adam Driver) è uno stand up comedian che vende sarcasmo e forse disprezzo al pubblico adorante, lei (Marion Cotillard) una cantante lirica votata al sublime ma destinata a una brutta fine.