| Anno | 2020 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia, Svizzera |
| Durata | 82 minuti |
| Regia di | Michele Pennetta |
| Tag | Da vedere 2020 |
| Distribuzione | Antani, Kio Film |
| MYmonetro | 3,50 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 22 febbraio 2021
Due ragazzi devono confrontarsi con le loro diverse solitudini in un paese della Sicilia. Il film è stato premiato a Roma Film Festival,
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CONSIGLIATO SÌ
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Due storie e due corpi nella Sicilia contemporanea, che in parallelo lavorano per sopravvivere e forse sognare di scappare altrove. Il piccolo Oscar, adolescente, vive con il padre e lo segue nei campi assieme al fratello maggiore, dove la piccola impresa familiare recupera oggetti abbandonati e rivende materiali a peso. Il rapporto tra padre e figli è fatto di poche e spesso brusche parole, che fanno però scorgere le cicatrici del passato. Non lontano, Stanley è un ragazzo più grande, e almeno teoricamente più libero. Viene dalla Nigeria, ha ricevuto un permesso di soggiorno, ma esita ad abbandonare l'isola e i piccoli lavoretti con cui sbarca il lunario, dalle pulizie in una chiesa alla raccolta nei campi.
Inserito in una tradizione contemporanea sempre più ricca, di cinema italiano che si prende il tempo per guardare luoghi e situazioni nuove, Il mio corpo è un riuscito esempio di documentario ibrido scandito dall'osservazione etnografica e antropologica.
Lo realizza Michele Pennetta, italiano trapiantato in Svizzera e giunto al secondo lungometraggio; il precedente Pescatori di corpi aveva un'impostazione simile, così come il corto 'A lucata. Dalle corse dei cavalli alla pesca di frodo, il regista indaga micro-mondi clandestini e illegali ma al tempo stesso sempre più reali.
Con Il mio corpo, cadono le recinzioni in favore di un discorso più sfumato tra ciò che è legale, legittimo o possibile. Al centro ci sono due corpi non più circoscritti dall'ambiente, ma che anzi lo abitano e lo percorrono in lungo e in largo, anche se questa Sicilia è perlopiù aspra e desolata. Il corpo è per Pennetta inteso nella doppia accezione religiosa (da cui il titolo e i diversi accenni alla spiritualità nel corso del film) e puramente fisica, come evidenza di sé. Per Oscar come per Stanley, il corpo è lavoro ed è strumento, l'unico a disposizione per garantirsi un'esistenza. Pennetta li inquadra entrambi, spesso e a lungo, in sequenze mute di routine quotidiana i cui ritmi e le cui cadenze inducono a una riflessione profonda sulle condizioni a cui i due protagonisti (e le tante figure di cui sono il simbolo) devono sottostare.
Molte scene sono autentici momenti di vita registrati dalla macchina da presa; notevole la quiete scomposta della famiglia di Oscar prima del risveglio mattutino, così come il particolare brio che si accende in Stanley mentre cucina il banku con l'amico Blessed. Altre sono necessariamente impostate dal regista, come il bel finale o i lampi di trascendenza filmica più pura.
Allo spettatore si chiede di accettare questo metodo tra realtà e finzione, in nome di una diversa accezione del "vero". Richiede fortuna, apprezzamento dell'estemporaneo, e un gran lavoro di preparazione, non dissimile per impostazione dal cinema di Gianfranco Rosi. E proprio come dimostra Rosi, cruciale per questo tipo di film è il lavoro sulla fotografia: qui se ne occupa Paolo Ferrari, uno che di documentari se ne intende e che ammanta i paesaggi perlopiù rurali di una luce intensa e vivida.
Nei fatti però Pennetta mostra un luogo già svuotato, abitato da persone che se non sono rassegnate pensano a come andarsene. Oscar e Stanley sono uniti in questo, anime di passaggio che agitano un lumicino nella notte e cercano una strada. Non ci sono madri ne Il mio corpo, eccetto quella evocata musicalmente con lo Stabat Mater finale, e una madre natura che sembra voler fare prigionieri. Questo bel secondo film vive di una tensione a unire ciò che sappiamo essere diviso, e forse dimenticato.
Il furgone rallenta e si ferma in cima al cavalcavia. Il padre resta sul ponte a guardare mentre i figli, due ragazzini, scendono giù giù in quella discarica abusiva a cercare rottami metallici che l' uomo tira su a forza di braccia. Tra quelle ferraglie chissà come finisce anche una madonna di gesso che sale dondolando appesa a una corda contro un cielo rinascimentale scolpito dalla fotografia di [...] Vai alla recensione »