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Ultimo aggiornamento lunedì 25 novembre 2019
Costretto a fuggire dal Bangladesh, il prodigio di otto anni di scacchi Fahim arriva a Parigi con suo padre; essendo loro rifiutato l'asilo, come immigrati clandestini cadranno sempre più in basso. In Italia al Box Office Qualcosa di meraviglioso ha incassato 246 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Nel maggio del 2011, Nura Mohammad lascia il Bangladesh con suo figlio in cerca di stabilità e speranza. Dietro di lui il resto della famiglia, davanti Fahim, 8 anni e un talento per gli scacchi. Padre premuroso e protettivo, Nura omette al figlio le violenze che agitano il loro paese e giustifica la loro partenza con la promessa di fargli incontrare in occidente un grande maestro di scacchi. Ma arrivati in Francia le cose non sono così semplici. A semplificare la partita e l'amministrazione francese ci pensa il vecchio Sylvain Charpentier, campione di scacchi di grande mole e saggezza. Accolto nella sua aula, Fahim imparerà rapidamente le regole del gioco e della vita.
Sette anni fa, la storia di Fahim Mohammad fece grande scalpore. Nel 2012, un ragazzino di dodici anni senza permesso di soggiorno divenne campione di Francia di scacchi under diciotto. Interrogato sulla precarietà amministrativa del giovane campione di origine bengalese, François Fillon, Primo ministro dell'epoca, conciliò il senso proprio e lo spirito della regola, accelerando la sua regolarizzazione e quella della sua famiglia.
Toccato dalla sua storia, Pierre-François Martin Laval cambia registro e firma un feel good movie su un soggetto politico, offrendo una riflessione sulla condizione disperata dei migranti, sul coraggio e l'abnegazione di cui danno prova tra esilio e adattamento al paese di accoglienza. Ma Qualcosa di meraviglioso è anche un film sulle virtù pedagogiche e universali del gioco degli scacchi, sul cameratismo rispettoso e lo spirito, di gruppo e di competizione, di una squadra di ragazzini.
Malgrado la mancanza di messa in prospettiva e l'arrotondamento degli 'spigoli', le implicazioni politiche cedono il passo alla lezione di speranza, il film non spinge mai sul pathos e sul miserabilismo. Il regista preferisce concentrarsi sull'aspetto umanistico di questa odissea con una dose misurata di buoni sentimenti e di leggerezza, Miracolosamente in equilibrio tra dramma e commedia, il risultato è un film delicato sulla difficoltà di sognare un domani migliore per sé e i propri cari. La sua forza sta nella trascrizione di una storia vera di cui osserviamo tutta la durezza: l'esilio, la complessità del sistema burocratico francese, la barriera della lingua, la separazione familiare.
Se il registro è drammatico, la sceneggiatura resta ottimista e dimostra fino a che punto possiamo provocare il destino. Un destino che qualche volta si gioca su una scacchiera. La constatazione è amara ma compensata nel film dalle relazioni umane al centro del racconto. La messa in scena accentua l'aspetto 'favolisitico' della vicenda ma è proprio il côté favola a toccare da vicino lo spettatore, a vincerne la diffidenza, a ricordargli che al di là della sua sicura vita occidentale, ci sono persone che rischiano ogni giorno la propria battendosi e rimanendo fiduciosi nel prossimo.
L'emozione che suscita il film non fa dimenticare la questione a cui si aggrappa: come leggere le leggi che regolano l'esilio e il diritto d'asilo? Dovremmo davvero interpretarle alla lettera ed espellere un bambino e suo padre? Il club degli scacchi di Sylvain Charpentier, Xavier Parmentier nella vita vera, diventa per Fahim un vero e proprio rifugio e il cuore autentico del film contro l'autenticità di facciata dell'esordio. Il 'suo meglio' si rintraccia nelle sequenze in Francia con Gérard Depardieu, maître di scacchi di finezza assoluta, 'giocato' su una corda tesa. Come se l'attore traesse una forza nuova dal confronto col giovane Assad Ahmed, che interpreta Fahim con un mélange di candore e naturalezza. Insegnante di scacchi che ha mancato il suo appuntamento con la gloria, il personaggio gli sta come un guanto perché il percorso di Depardieu esprime da sempre l'impossibilità di essere una star che fa sognare.
A immagine di Sylvain Charpentier, l'attore non smette di battersi con se stesso, coi suoi incubi, le sue tragedie e con tutto quello che gli è insopportabile. Tra i meriti di Pierre-François Martin Laval c'è quello di averlo scelto, di aver arruolato il corpo bulimico di un esploratore che sa che il mondo è finito ma può essere ancora vissuto. Un surplus di corpo che ha un supplemento d'anima. È lui il 'pezzo pesante' di una scacchiera che trema sotto i suoi colpi. Colpi di pugno che volgono in colpi di cuore. E il 'metodo Depardieu' vale da solo una stella.
Tra le tante storie di disperazione di chi cerca in Europa la salvezza da una vita nata male ci sono alcune che trovano la strada giusta. Il film è tratto da una storia vera, quella di Fahim e del padre fuggiti dal Bangladesh per arrivare in Francia. Fahim ha otto anni ed una grande passione, nella quale eccelle, il gioco degli scacchi. E l’incontro con un ex campione, interpretato dal [...] Vai alla recensione »
Dimenticate le inquadrature leziose, i movimenti di macchina che ti lasciano a bocca aperta, le composizioni glamour dell’inquadratura. Qui ci sono volti, a volte corpi – il corpo massiccio di Gerard Depardieu, quelli esili dei ragazzini –, ci sono parole, ci sono speranze e delusioni, c’è la storia di un posto nel mondo conquistato con ostinazione, tenacia, spesso con disperazione. Ci sono gli occhi, gli occhi di Ahmed Assad, il ragazzino che interpreta Mohammad Fahim, promessa degli scacchi e sans papiers, clandestino venuto dal Bangladesh, in bilico fra diventare un campione oppure una vita in caduta libera, una vita abbandonata in un angolo, in una bidonville, un orfanotrofio, uno sbando esistenziale.
Qualcosa di meraviglioso (guarda la video recensione) può sembrare, in prima battuta, un film sugli scacchi. Su un bambino che sa giocare bene, e che arriva dal Bangladesh con il padre per incontrare un Grande maestro, per imparare, per provare a vincere. Ma capisci presto che è soprattutto la storia di uno che viene da un altro mondo, e prova disperatamente a trovare un posto in un Occidente dove è facile trasformarsi in un nulla, essere ricacciato fra gli Invisibili. O peggio.
È un film di verità, e di umanità. La verità dello sguardo di Ahmed Assad, che quando ha girato il film era in Francia solo da sei mesi. Ha imparato il francese un giorno dopo l’altro, proprio come lo imparava il suo personaggio. Lo vedi, che viene da un altro mondo: lo vedi anche nel modo in cui riesce a recitare con Depardieu, che interpreta – magistralmente – un maestro di scacchi vinto, trasandato, con inclinazioni al rimpianto, alla rabbia e alla malinconia. Ahmed riesce a recitare tenendogli testa, senza nessun timore, senza probabilmente pensare neppure per un attimo di essere di fronte a un monumento del cinema francese; tant mieux.
Gli sguardi sono anche quelli di Isabelle Nanty, non famosissima da noi – era nel Favoloso mondo di Amélie, ma ha anche una sessantina di film all’attivo, e una intensa attività teatrale – che interpreta con partecipe attenzione il ruolo della direttrice/factotum di una scuola di scacchi che sembra, più che altro, una scuola di nerd e ragazzini fragili, ma come vorremmo che fossero i nostri figli, generosi e imperfetti. Ci sono momenti in cui sembra di vedere un film di Ken Loach, con Isabelle Nanty che guida il pulmino della sua piccola Armata Brancaleone di scacchisti fragili verso il torneo. C’è, come nei film di Loach – che stanno, beninteso, in un altro cerchio del Paradiso del cinema – la stessa sensazione che il gruppo, oggi come ieri, può dare forza alle singole vite; la sensazione che da quelli lasciati ai margini del vivere puoi sperare un aiuto; e che solo scintille di umanità e di solidarietà possono impedire a certe vite di perdersi.
Può perdersi Fahim. Può perdersi suo padre, interpretato da Mizanur Rahaman con composta dignità. Un padre che cerca di portare via il figlio da un Bangladesh turbolento, di scontri e di violenze, per approdare in una Francia che non li accoglie certo a braccia aperte. Il dramma del Bangladesh, in realtà, è solo accennato nella prima parte del film; poi entriamo in scorci di vita quotidiana che ricordano altri interni bengalesi – ma sul versante indiano: quelli della “Trilogia di Apu”, i film sul ragazzino Apu realizzati negli anni ’50 da Satyajit Ray, il più grande regista indiano. Celebrato e amatissimo in Francia; e dunque non è improbabile che il regista di Qualcosa di meraviglioso, Pierre-François Martin-Laval, ne abbia subito la suggestione.
C’è anche un’altra suggestione, o almeno sembrerebbe bello vederla, nel racconto di Fahim che non ha mai visto il mare: c’è un altro ragazzino che non ha mai visto il mare, nel cinema francese. L’Antoine dei “400 colpi” di François Truffaut. Due vite giovani e inquiete. Alla fine degli anni ’50 con i genitori distanti, che vogliono liberarsi di lui. Oggi, con una madre in Bangladesh e un padre in Francia, che non riescono a tenerlo vicino a sé; c’è sempre un pulmino a portarlo via, e lui con la faccia spiaccicata sul vetro a cercare di ricomporre quello strappo.
In altri momenti, invece, nelle peregrinazioni di un padre e di un figlio senza lavoro, senza casa, sul filo della precarietà e della miseria, sembra di vedere il padre e il figlio di Alla ricerca della felicità di Gabriele Muccino. Lì Will Smith vendeva improbabili scatoloni per fare diagnosi mediche; qui il padre deve accontentarsi di orridi souvenir della Tour Eiffel da cercare di smerciare ai turisti.
Che cosa rende il mondo degli scacchi tanto affascinante? E perché il cinema se ne è interessato più volte, facendo degli scacchi un elemento ricorrente, qualche volta di sfondo, qualche volta centro della narrazione? Infine: come mai il gioco degli scacchi è stato spesso raccontato partendo dai giocatori più giovani, come accade nel film francese Qualcosa di meraviglioso (guarda la video recensione), che vede protagonisti un prodigio scacchistico under -12, il suo insegnante e il suo circolo di coetanei?
Cominciamo dall’ultima domanda: gli scacchi sono considerati un gioco educativo per eccellenza, tant’è vero che stanno diventando sempre più spesso oggetto di insegnamento scolastico. Nel 2012 il Parlamento Europeo ha invitato le nazioni facenti parte dell’Unione a inserire gli scacchi come materia curriculare: in Spagna è già una realtà, e anche in Italia ci si sta a poco a poco arrivando. Ad esempio si è appena costituita la Rete europea degli scacchi per promuoverne l’insegnamento nelle scuole primarie europee, una cordata che unisce le forze del C.S.E.N. per l’Italia, la Federazione degli scacchi per la Catalogna, l’Accademia sport e pedagogia per la Lettonia e un dipartimento del Centro Sociale Paraolimpico per il Portogallo.
Gli scacchi hanno un altissimo potenziale formativo: tanto per cominciare richiedono un utilizzo sofisticato del pensiero astratto e lo sviluppo avanzato delle coordinate spaziali. Ma hanno anche un valore educativo in tema comportamentale, poiché insegnano la disciplina, l’autocontrollo, la capacità di perdere con dignità e vincere con grazia, il fair play e lo spirito di squadra.
Al cinema gli scacchi insegnati ai giovani sono stati al centro di film di formazione come In cerca di Bobby Fischer o Queen of Katwe, o di storie più problematiche come Fresh e La regina degli scacchi. In Qualcosa di meraviglioso (come in Queen of Katwe, entrambi basati su storie vere) entra in gioco anche l’elemento del riscatto, che raffigura il gioco degli scacchi come un grande equalizzatore sociale.
Fahim, il piccolo protagonista del film di Pierre-Francois Martin-Laval, è infatti un ragazzino bengalese che, fuggito in Francia insieme a suo padre, trova come principale strumento di integrazione la sua grande abilità alla scacchiera. Entrati nel Paese come clandestini senza sapere una parola di francese, padre e figlio riusciranno ad inserirsi nella società parigina grazie a quel talento naturale coltivato in Bangladesh dal padre e poi in Francia da un “padre putativo”, l’allenatore Sylvain, scorbutico e severo, ma capace di trasmettere ai più piccoli la passione e la strategia scacchistica. Non guasta che a interpretare Sylvain sia Gerard Depardieu, che presta la sua fisicità imponente e la sua maschera guascone a un personaggio eccentrico totalmente immerso nell’universo scacchistico, ma in grado di relazionarsi con bambini di ogni provenienza perché per lui conta solo la capacità di giocare, e giocare bene.
“Non c’è sport più violento degli scacchi”, dirà Sylvain al piccolo Fahim, citando il Gran Maestro Garry Kasparov. Ma proprio per questo non c’è miglior palestra di vita: tanto più che la guerra sul tavolo da gioco è combattuta lealmente, sapendo quando (e con quanto dolore) bisogna sacrificare un pezzo importante e quando dichiarare patta, come incassare una sconfitta e come affondare un colpo letale – ma poi stringere la mano all’avversario, e concludere con un: “Bella partita
Basterebbe l'immenso Gérard Depardieu, favoloso maestro di scacchi sperso nel suo disordinato appartamento da scapolo (ma c'è una donna per cui si fa bello). Un personaggio che aggiunge ulteriore tenerezza a una storia già tenerissima di suo. Qualcosa di meraviglioso di Pierre-Frangois Martin-Laval (al cinema dal 5 dicembre) racconta quella, vera, di Fahim, immigrato bengalese a Parigi con papà.