| Titolo originale | Marguerite |
| Anno | 2015 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 127 minuti |
| Regia di | Xavier Giannoli |
| Attori | Catherine Frot, André Marcon, Michel Fau, Christa Théret, Denis Mpunga Sylvain Dieuaide, Aubert Fenoy, Sophie Leboutte, Sophia Leboutte, Théo Cholbi, Astrid Whettnall, Vincent Schmitt (II), Christian Pereira, Martine Pascal, Grégoire Strecker, Jean-Yves Tual, Boris Hybner, Pierre Peyrichout, Joël Bros, Lucie Strourackova, Petra Nesvacilová, Lubos Veselý, Damian Odess-Gillett, Jaroslav Smíd, Iva Paulusova, Jean-Marie Frin, Stéphane Poignant, Artemio Benki, Martin Überall. |
| Uscita | giovedì 17 settembre 2015 |
| Distribuzione | Movies Inspired |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,82 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 29 febbraio 2016
Il film, ambientato nella Parigi degli Anni venti, è liberamente ispirato alla vita di Florence Foster Jenkins. Il film ha ottenuto 10 candidature e vinto 4 Cesar, Al Box Office Usa Marguerite ha incassato nelle prime 10 settimane di programmazione 496 mila dollari e 21,7 mila dollari nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Marguerite, baronessa francese e melomane, ha sposato per amore Georges Dumont, aristocratico che ha venduto il titolo e scordato la nobiltà. Diviso tra motori e amanti, Georges sopporta Marguerite e si nega al suo amore. Un amore cieco e ostinato che sublima nel canto e davanti a un pubblico di aristocratici ipocriti, che raccolgono fondi per gli orfani di guerra e ridono della sua ‘discordanza’. Perché Marguerite non ha voce, non ha attitudine, non ha umiltà, non ha limiti, soltanto illusioni alimentate dal fedele maggiordomo, dall’entourage domestico e da un marito troppo vigliacco per disilluderla e tanto crudele da illuderla. Al riparo dalla Parigi degli anni Venti, che ribolle di eccitazione e cultura, Marguerite consuma le sue giornate in un ‘castello’ bucolico, sorda alla verità. A espugnare il suo ritiro ‘artistico’ penseranno Lucien Beaumont, giornalista e scrittore promettente, e Kyrill von Priest, poeta dadaista e anarchico. Nella baronessa ‘stonata’ i due giovani individuano una voce di ‘rottura’ da traslocare nei café parigini per demolire il sistema dell’arte e per sovvertire le aspettative del pubblico borghese. Fuori dalle sue stanze traboccanti di costumi, spartiti e desideri infranti, Marguerite trova sfrontatezza e coraggio. Salirà in palcoscenico e canterà questa volta per un pubblico vero. Un salto senza rete che si schianterà contro un acuto.
Ha il nome dell’eroina di Alexandre Dumas, la baronessa francese di Xavier Giannoli, incarnazione di una passione senza ‘voce’. Della ‘signora delle camelie’, Marguerite condivide il destino tragico, quello grottesco lo ricava invece da Florence Foster Jenkins, ‘soprano’ americano senza colori che nell’America degli anni Trenta mise a dura prova il suo pubblico. Impossibile applicare con le chanteuses la ‘sospensione dell’incredulità’ perché l’incongruenza della loro voce, la loro totale mancanza di intonazione rendono la fruizione di un’aria o di un lied insostenibile e insieme esilarante. Traslocata nella Parigi cosmopolita, mondana e liberale degli anni Venti, Marguerite non potrà mai compensare la mancanza di capacità o attitudini di base, eppure questo non sembra fermarla. La percezione della propria efficacia, sostenuta e accresciuta da consorti e amici, fa di Marguerite una creatura insieme tragica e patetica. Con Marguerite e dopo Superstar, Xavier Giannoli torna a parlare di ‘falso successo’ senza dare risposte ma sollevando al contrario questioni. La menzogna (la nostra e quella degli altri) ci uccide? Ci tiene in vita? Ci rende folli? In linea col ‘tempo’ eletto e alla maniera di Marcel Duchamp, il regista francese ‘preleva’ un (s)oggetto comune dal suo contesto e lo inserisce in uno spazio artistico cambiandone il segno. Ma Giannoli, meno interessato alla valenza provocatoria del gesto, solleva oggi come allora alcune domande fondamentali riguardo ai meccanismi che stanno alla base di un evento estetico o di uno show (teatrale o televisivo che sia). Il punto di vista assunto è ancora una volta quello di un personaggio ingenuo e naïf, di cui l’autore, come uno dei suoi anarchici artisti, intende la natura ‘irriverente’. Precipitata in costumi aristocratici nel fervore dell’avanguardia francese, Marguerite è ammirata e accolta come una rivoluzionaria da un giovane dadaista che intuisce in lei lo scandalo, il momento di pura negazione, l’annientamento gridato di un’aura poetica dentro i teatri e i music hall parigini, palcoscenici delle più imprevedibili e radicali provocazioni artistiche del Novecento. Eroina perturbante e onirica, prima che ridicola e mesta, la Marguerite di Catherine Frot è la magnifica incarnazione di uno spirito (suo malgrado) ribelle e iconoclasta, una sorta di creazione dadaista lanciata contro le convenzioni morali e culturali della società borghese (matrimonio compreso). Marguerite è il sogno di un mondo migliore, una ‘voce di rottura’ che vince ogni inibizione e risveglia il desiderio e l’immaginazione. Ma qualche volta il risveglio può essere fatale se alla demolizione del vecchio sistema non subentra una nuova normativa estetica o peggio non ci abiti la vocazione, lo stile e l’autentica sensibilità che gli corrisponde. A corrispondere la persuasione esaltata e irriducibile di Marguerite è soltanto la menzogna, la crudeltà, l’opportunismo e la pietà. Interpretato ‘liricamente’ da Catherine Frot, declinata in melodramma, Marguerite perde troppo presto l’urgenza di una storia e di una riflessione, sospendendo lo sviluppo per limitarsi alla collezione di ‘fotografie’. Un film scordato che tuttavia rispolvera il maggiordomo zelante di Billy Wilder (Viale del tramonto) e la grazia e l’implacabilità classista di Max Ophüls.
Tra i loggionisti milanesi la storia di MARGUERITE 'è nota da almeno un ventennio e il suo CD è posseduto da molti. Senza informazioni precise sulla sua vita, nell'immaginario, si pensava a una donna sciocca, viziata, eccentrica. Il film smentisce tutto questo e rappresenta una donna, buona, generosa, pronta ad aiutare i talenti emergenti.
L'impervia coloratura della prima aria della Regina della Notte del Flauto magico mozartiano per lei, Marguerite, ai suoi orecchi, è una meravigliosa, superba sfida vocale, che crede di aver vinto per l'applauso degli amici. Ma per chi l'ascolta veramente, invece, quella è soltanto una raffica impietosa di note stonate, ululati che mortificano il genio di Salisburgo e le ragioni dell'arte musicale. [...] Vai alla recensione »