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Ultimo aggiornamento venerdì 16 giugno 2017
Un film basato sul romanzo autobiografico di Amos Oz, che racconta l'infanzia e la gioventù dell'autore. In Italia al Box Office Sognare è vivere ha incassato 54,3 mila euro .
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Il vecchio Amos ricorda se stesso bambino a Gerusalemme, la fine del mandato britannico in Palestina, l'istituzione dello Stato d'Israele, la guerra d'indipendenza, e soprattutto la madre, morta di depressione prima dei quarant'anni e responsabile, a suo modo, del suo futuro di scrittore. Fania -questo il nome- veniva dall'Europa dell'Est, da un'infanzia agiata e illuminata, ed era sopravvissuta allo sterminio del suo paese ma non alla fine di quella stagione di illusioni, non al confronto con la realtà della vita adulta e gli abissi dell'orrore. Per il suo debutto nella regia del lungometraggio, Natalie Portman sceglie il titolo più venduto nella storia letteraria di Israele. È un'operazione ambiziosa, non foss'altro per la combinazione di storia personale e storia nazionale, che nel caso specifico si ingigantisce con l'argomento creativo e quello politico.
La Portman regista mostra un buon controllo e qualche intuizione visiva, ma in definitiva non esce dall'immaginario tipico sull'argomento e colleziona, al fine, più vuoti che pieni. Le note che cattura al meglio sono quelle basse, oscure, che porta sulle proprie spalle come attrice, nei panni della madre dello scrittore Amos Oz, e come narratrice orale, responsabile dei finali cupi ai quali il figlio vorrebbe cambiare di segno (e per farlo dovrà imbracciare una penna).
Non appena però la materia della narrazione si allarga a tutto schermo, il film s'inceppa, nei cliché della fotografia desaturata e nella trappola del dramma a senso unico. La complessità della narrazione autobiografica di Oz ritorna frammentata nella formula reiterata del raccontino, che non gli rende giustizia. Quel che è più grave, però, è che il film non contenga traccia dell'ironia che celebra a parole, per non parlare del fatto che l'altro popolo, che viene definito a sua volta abusato, a sua volta vittima, resta ovviamente del tutto escluso dal campo visivo.
Complice un lavoro di adattamento che ha coinciso con una drastica riduzione, la Portman non ha trovato e forse nemmeno cercato lo sguardo del narratore (che avrebbe potuto posare nel ruolo di se stesso anziano ma non lo fa) e si è calata nello spazio più stretto e a lei più consono del rapporto tra madre e figlio, ottenendo in quella sede i risultati migliori del film. Ha visto giustamente in Fania un personaggio che avrebbe potuto indossare come una doppia pelle, forte e vulnerabile, qualcuno che, non potendo amare lo spettacolo della propria vita quotidiana, ha preferito crearsene uno ideale e mentale, e sacrificarsi ad esso. La Portman personaggio divora in questo modo la Portman regista, rubandole il posto; poi si prende anche le pagine del libro e ne fa la propria stanza; tutto il resto è condensato, o rimandato.
Discreto tentativo, affascinante ma non pienamente coinvolgente ed emotivamente toccante, quello di Natalie Portman che ritorna alle sue origini, in terra e lingua ebraica per trasportare sullo schermo uno dei maggiori successi letterari di sempre, fuori e dentro Israele; le memorie di Amos Oz intitolate appunto A Tale of Love and Darkness. Primo debutto alla regia per l'attrice premio Oscar che [...] Vai alla recensione »
In origine c'è il complesso romanzo autobiografico di Amos Oz, Una storia d'amore e di tenebra. Da lì è partita Natalie Portman per confezionare il suo film d'esordio come regista. La vicenda è quella della famiglia Klausner (il vero cognome di Oz) a Gerusalemme nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. E le vicende storico politiche (la Shoah, la fine del mandato britannico, [...] Vai alla recensione »