| Titolo internazionale | Jimmy P: Psychotherapy Of A Plains Indian |
| Anno | 2013 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 114 minuti |
| Regia di | Arnaud Desplechin |
| Attori | Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee, Larry Pine, Joseph Cross Elya Baskin, Gary Farmer, Michelle Thrush, Misty Upham, Jennifer Podemski, Michael Greyeyes, A. Martinez, Lise Lacasse, Linda Boston, Barton Bund, Loren Bass, Dennis North, David Lawrence Regal, Hugh Maguire (II), Stephen Bridgewater, Danny Mooney, Taras Los, Jim Ochs, Anton Bassey, Inga R. Wilson, Matthew Géczy, Scott Thrun, Julie Sifuentes Etheridge, Dakota Padgett, Samantha Reed, Amy Grant (II), Greg Johnson (V), Michael Murphy (IX), Shayanna Campbell, Lily Gladstone, Randi Kennerly, Thomas D. Mahard, Ladonna Graham, John Dickerson, Jesse Arehart-Jacobs, Andrew Bruce Mitchell II. |
| Uscita | giovedì 20 marzo 2014 |
| Tag | Da vedere 2013 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 3,06 su 15 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 giugno 2016
Tornato a casa dopo la seconda guerra mondiale, Jimmy Picard comincia a soffrire di diversi sintomi, non spiegabili dal punto di vista fisico. Il film ha ottenuto 3 candidature a Cesar, 1 candidatura a Lumiere Awards, 1 candidatura a Prix Louis Delluc, 1 candidatura a New York FF, Al Box Office Usa Jimmy P. ha incassato 20,3 mila dollari .
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CONSIGLIATO SÌ
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Browning, Montana, 1948. Jimmy Picard è un nativo americano che vive e lavora nel ranch della sorella. Reduce della Seconda Guerra Mondiale e traumatizzato dall'esperienza sul fronte europeo, Jimmy soffre disturbi inspiegabili: la vista si offusca, il cuore accelera, il respiro si fa corto. Preoccupata per le condizioni del fratello, paralizzato a terra da crisi frequenti, Gayle lo esorta a farsi visitare all'ospedale militare di Topeka, specializzato nelle patologie dei veterani. Esclusa la disfunzione di ordine neurologico, il corpo medico giudica il malessere di Jimmy imputabile a qualcosa di più profondo. Persuasi di non poter intervenire sul paziente, l'equipe chiede il parere e l'intervento di Georges Devereux, antropologo e psicanalista ungherese che studia la dimensione psicologica di culture altre da quella occidentale. Approdato in Kansans con una valigia piena di entusiasmo e competenza, Georges individuerà il disagio psicosociale di Jimmy, infilando un percorso terapeutico e amicale.
C'è qualcosa in Jimmy P. che commuove profondamente, qualcosa che ancora una volta avvicina il cinema di Arnaud Desplechin a quello di François Truffaut. Qualcosa che trova la verità della persona e del personaggio, qualcosa di personale che l'autore ci dona senza che sia mai evidente. Di Truffaut il western freudiano di Desplechin ha pure il gusto della ricostruzione storica discreta, che serve ad accedere all'intimità timida del protagonista. Perché quella di Jimmy P. è una storia vera. Veridicità dichiarata nel prologo non per la voyeuristica attrazione che esercita l'eccezionale dentro il corso ordinario delle cose ma perché la questione della verità attribuisce all'esperienza singolare un valore universale.
Adattamento del libro di Georges Devereux, etnopsichiatra di origine ungherese naturalizzato francese, Jimmy P. è la storia di un incontro, di una relazione umana prima che terapeutica, la narrazione di un'indagine analitica in cui un medico e un paziente si sono impegnati insieme. Jimmy P. è un film sulla guarigione come presa di coscienza. Un film che rimette in salute, che si prende cura del suo paziente e dei personaggi disfunzionali del cinema di Desplechin. Personaggi che sanno bene che la vita è una giostra infernale, anzi una guerra, personaggi che sanno altrettanto bene che la 'guarigione' non è nient'altro che la possibilità di una ricaduta, una tregua tra la vita e il mondo. Jimmy P. - Psicoterapia di un indiano delle pianure titola il titolo originale, anticipando allo spettatore e in una parola sola il 'rilievo' del film. Perché la pianura descrive molto bene il paesaggio estetico e mentale del dramma di Desplechin, la sua sconfinatezza, la sua solitudine. Questo non significa che Jimmy P. sia un film piatto, ma che è grande, largo, esteso, che abbraccia e dice bene di Jimmy Picard, indiano della tribù dei Blackfeet, cacciatori delle praterie del Montana. Un'opera a cui manca solo il sedimento per essere 'maestoso', un titolo decurtato di un luogo geografico che identifica da solo l'origine, la caratteristica culturale e etnografica dell'identità in crisi del gigantesco paziente di Benicio Del Toro. Psicanalista transculturale, specializzato nell'elaborata cultura amerinda, il Georges Devereux di Mathieu Amalric avvia un'indagine che finisce per scavare una galleria parallela dentro le coscienze dei protagonisti, che avanzano a cadenza irregolare. La spedizione conosce allora tensioni, frizioni, corrispondenza, affinità, lacune e pienezze.
Versione postmoderna di Polanski e avatar sensibile dell'autore, Amalric traduce in parole il male invisibile del suo paziente, che converte le sue parole e le materializza in immagini che permettono allo spettatore di conoscere Jimmy Picard. E delle sue angosce, dei suoi fantasmi, delle sue emicranie, delle sue prove, dei suoi sguardi annebbiati, delle sue temperature elevate, dei suoi movimenti tellurici, si fa carico Benicio del Toro, incarnando qualcosa che non può essere interpretato, figuriamoci concluso. C'è qualcosa di inguaribile e guarito insieme nell'analisi di Desplechin, ci sono un indiano Pikuni e un ebreo ungherese, due popoli esiliati, due 'selvaggi' venuti dalle 'praterie' di due continenti, due sopravvissuti che hanno un nome segreto e hanno percorso le zone grigie e inquietanti della malattia, fraternizzando nella lingua di un Paese di finzione. Francese in America, Desplechin è l'uno e l'altro, il paziente e l'analista, il malato e il guaritore, che scopre lontano da casa la verità provvisoria e paradossale dell'analisi e del (suo) cinema: è la sperimentazione del dubbio ad aprirci al mondo e a restituirci la fiducia nel mondo.
Un reduce indiano della seconda guerra mondiale, ferito alla testa, è tempestato da visioni, malori, incubi e una serie di sintomi che inducono i medici a pensare che sia affetto da schizofrenia. È però chiara la difficoltà nel capire malori, fobie e drammi psichici di un uomo proveniente da un'altra cultura, così decidono di richiedere il consulto di un antropologo, il quale seguirà il paziente in una lunga serie di incontro e di analisi a metà tra l'indagine etnografica e quella psicologica.
L'adattamento del libro "Psicoterapia di un indiano delle pianure" di Georges Devereux è stato un progetto inseguito a lungo da Arnaud Despleschin. Proprio per questo motivo è degno di meraviglia quanto il risultato di una simile incubazione e della fascinazione che il regista prova per il testo di origine, sia un film così lontano dagli standard del regista francese.
La sua prima produzione americana è un confronto a due, la ricostruzione delle sedute di analisi descritte da Devereaux e contemporaneamente il lento formarsi di un rapporto tra paziente e medico. Mentre la vita di Jimmy Picard, viene ricostruita dai suoi racconti e dai suoi sogni, episodio per episodio con profondità crescente, quella di George Devereux viene vissuta assieme a lui mentre si sfalda. Picard riscopre se stesso e le donne, superando i traumi e il suo medico invece perde la propria compagna. Ma nulla mai è vissuto con passione, desiderio o intensità. Addirittura Desplechin opta per delle soluzioni di montaggio che negano abrupto ogni contatto fisico tra il medico e la propria amata, quando è evidente che questi stanno per accadere.
Nel desiderio di mettere in scena l'analisi di un caso unico e pionieristico, che prevede l'impegno di un dottore nella costruzione di metodi per l'interpretazione umana, Desplechin sembra guardare a Il ragazzo selvaggio, non solo per l'uso peculiare della voce fuoricampo, ma anche per quella distanza "medica" che la forma del film esibisce a fronte di un racconto evidentemente sentimentale. È anche chiaro però che tale sentimento poi non riesca nutrirsi realmente di questi contrasti come avviene nel film di Truffaut.
Nonostante la profondità dell'impegno nella costruzione di un lento svelamento umano Desplechin pare impotente di fronte all'impresa far sbocciare il racconto di una vita dall'analisi. Così Jimmy P. diviene ben presto un duello di recitazione nel quale la scuola in sottrazione di Benicio Del Toro si confronta con quella ricca di dettagli e carica di movimenti di Amalric. E proprio l'attore francese, storico feticcio del regista, sembra riuscire a trovare la chiave migliore. Il suo dr. Devereux entra in scena come un personaggio di Indiana Jones, ha una vitalità che va oltre il contegno del ruolo e riesce a fare un uso espressivo di oggetti quali gli occhiali, cosa che costituisce il movimento più vitale e coinvolgente dell'intero film.
Jimmy Picard è un uomo in cerca d’identità e i frequenti attacchi di mal di testa gli rendono la vita impossibile. Reduce di guerra e di etnia indiana Jimmy viene ricoverato a Topeka in un centro neurologico specializzato nelle cure delle patologie dei veterani. Ma gli specialisti di Topeka non riescono a comprendere le ragioni dei malesseri di Jimmy e chiamano Georges [...] Vai alla recensione »
Presentato in concorso a Cannes, il primo film americano del francese Arnaud Desplechin è tratto dal testo fondativo dell'etnopsichiatria e mette in scena il suo autore, Georges Devereux, con i tratti di Mathieu Amalric. Benicio Del Toro, invece, dà volto e corpo a Jimmy Picard, un indiano Piede Nero reduce della seconda guerra mondiale. Negli anni 50 Jimmy è ricoverato nell'ospedale militare di Topeka [...] Vai alla recensione »