The Master

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Un film di Paul Thomas Anderson. Con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers.
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Titolo originale The Master. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 137 min. - USA 2012. - Lucky Red uscita giovedý 3 gennaio 2013. MYMONETRO The Master * * * - - valutazione media: 3,35 su 122 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

Una forza inarrestabile e un oggetto inamovibile. Valutazione 4 stelle su cinque

di Prao.gio


Feedback: 241 | altri commenti e recensioni di Prao.gio
martedý 8 gennaio 2013

Cosa succede quando una forza inarrestabile incontra un oggetto inamovibile? Lo distrugge, si direbbe da finale di The Master, l’ultima fatica di Paul Thomas Anderson, perché quella forza, Freddie Quell (Joaquin Phoenix), ubriaca, folle, imprevedibile, sessualmente ossessionata, era davvero inarrestabile, mentre l’oggetto, Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), non era certo insormontabile. Il film, per ammissione dello stesso regista, è una storia d’amore (platonica e intellettuale) tra due omini complementari: da una parte Freddie, che esercita il potere e la libertà su se stesso oltre la soglia dell’autocontrollo, esprimendo la propria forza in un’esplosione contro la società che lo contiene, ma non lo può comprendere; dall’altra Lancaster Dodd, che trova il proprio potere negli altri, a partire dalle proprie capacità sociali di demagogo, e la propria forza dalla collettività che riesce a controllare grazie a un innegabile carisma.

In un facile paragone con il suo film precedente, il petroliere di Daniel Day-Lewis si collocherebbe a metà tra i due personaggi che formano il dittico di The Master, perché lui soggioga col denaro, Dodd con la religione e c’è poi Freddie, che è incontrollabile e perciò riesce a sfuggire ad ogni giogo. I tre personaggi sviluppano un istinto di sopravvivenza sociale che si concretizza in una forma attiva o passiva di dominazione, cioè dominando gli altri o facendo in modo di non essere dominati. Non è un caso poi che, in ultima analisi, Freddie rifiuti il Culto e, vivendo di soli istinti incontrollati e guardando il mondo con occhi contemplativi ma non empatici (come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica), riesca a liberarsi dalla setta completamente, a differenza di ogni altro individuo che ne rimane assuefatto e controllato. Che un folle sia uno dei pochi che riesca a riemergere all’ipnosi sociale di Dodd è un’esplicita provocazione di Anderson.

La setta poi, letta come metafora dell’architettura del potere, contiene moltissimi adepti, ma lo sguardo si concentra solo sui tre personaggi che ne vivono al di fuori: il Maestro padre, sua moglie (che sembra colei che davvero ne tiene le redini) e il figlio Freddie; tutti ne sfruttano i vantaggi e ne rimangono distanti, quasi come se essi, inizialmente, non credano davvero in ciò che il Culto predica, come se il potere sia tale solo per chi ne è sottomesso, mentre per chi ne ha il controllo è solo un contenitore di anime.

Allora ci viene mostrata la moglie di Lancaster Dodd, Mary Sue (come Maria, cioè la Madre), che, distaccata e risoluta, dà a Freddie della causa persa, poiché non vuole farsi curare, e se ne allontana, quando invece Dodd, che ha ripetuto le proprie elegie abbastanza a lungo per iniziare a crederci e finisce per diventare lui stesso uno dei tanti adepti, tenti un ultimo approccio di riconciliazione, e non in nome della causa, ma per conto solo di se stesso. Freddie però lo abbandona e se ne va.

Si capisce allora come tutta quanta la setta, e il maestro specialmente, non sia altro che un enorme atto masturbatorio, dove (come una scena esplicita) il membro è quello di Dodd, ma le mani sono quelle della moglie, esaurendosi così in un gesto tanto piacevolmente compiaciuto quanto inutile se non riesce a fecondare con un’idea neppure la mente, apparentemente fragile, di Freddie. Scopriamo che il vero antagonista è proprio Mary Sue, mentre Dodd, per cui l’attributo "maestro” sembra ironico al termine della pellicola, è invece l’alleato,l’amico, il fratello, il padre e l’amante deluso, distrutto, incapace, come chiunque altro, di domare Freddie, una forza inarrestabile.

Chi sottolinea la mancanza di una trama robusta ha ragione, ma l’attenzione è sempre alta grazie ad una tensione intellettuale (ed erotica) costante, che diventa una suspense talvolta insopportabile ogni volta che Freddie (interpretato da uno Joaquin Phoenix  indimenticabile) è in scena: i suoi occhi mostrano un’energia incatenata ma sempre pronta ad esplodere e lo spettatore trema nel’immaginare dove andrà a finire, come nella straordinaria scena dell’interrogatorio, quando si ha l’impressione di fissare per tre minuti una diga pronta a crollare. Il tutto è poi condito da una regia attenta, una fotografia notevole ed una colonna sonora tanto calzante da diventare indispensabile. The Master non è un film semplice né un film per tutti, ma non potrebbe essere altrimenti.

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hernan giovedý 10 gennaio 2013
"robusta", scelta esatta
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Mi riferisco non solo alla scelta del termine, quantomai calzata, ma alla scelta dello stesso regista. Ho apprezzato anch'io il film, e sono assolutamente d'accordo su questa descrizione dei personaggi e del rapporto Freddie-Dodd. E, a suo modo, apprezzo la mancanza di una trama robusta, apprezzo la quasi noiosa ripetitivitÓ di alcune scene e della sua parte centrale. E' una storia d'"amore", in fondo, non un'avventura. E come tale ha bisogno di tempo, di frequentazione e di monotonia, ovvero di fragilitÓ. In qualsiasi momento, tutto pu˛ venir meno, lo spirito irrefrenabile di Freddie pu˛ tornare a galla, e spezzare l'illusione.

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