Io non sono qui

Film 2007 | Musicale, 135 min.

Regia di Todd Haynes. Un film Da vedere 2007 con Christian Bale, Cate Blanchett, Marcus Carl Franklin, Richard Gere, Heath Ledger. Cast completo Titolo originale: I'm Not There. Genere Musicale, - USA, 2007, durata 135 minuti. Uscita cinema venerdì 7 settembre 2007 distribuito da Bim Distribuzione. - MYmonetro 3,58 su 17 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento giovedì 13 febbraio 2020

Ogni capitolo della vita di Bob Dylan interpretato da un attore diverso. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 1 candidatura ai Nastri d'Argento, Il film è stato premiato a Venezia, ha vinto un premio ai Golden Globes, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a SAG Awards, In Italia al Box Office Io non sono qui ha incassato 700 mila euro .

Consigliato sì!
3,58/5
MYMOVIES 4,00
CRITICA 3,15
PUBBLICO 3,17
CONSIGLIATO SÌ
L'estro proteiforme di Bob Dylan raccontato nella maniera più inconsueta e più in sintonia con l'artista.
Recensione di Emanuele Sacchi
martedì 4 settembre 2007
Recensione di Emanuele Sacchi
martedì 4 settembre 2007

Un ragazzino di colore salta sui treni come Woody Guthrie e si fa chiamare Woody Guthrie ma non è Woody Guthrie. Jack Rollins è un cantante folk che scuote le menti, finché non sente di essere un cliché e si converte al cristianesimo. Robbie è un attore che interpreta Jack Rollins e un inguaribile seduttore. Jude Quinn è una rockstar geniale e consapevole di esserlo e tallonata da un giornalista che vuole sbugiardarla. Billy the Kid è un fuorilegge del Far West vicino alla resa dei conti. Ma forse, in qualche modo, sono tutti Bob Dylan.
Dai primi accordi strimpellati al capezzale di Woody Guthrie al Nobel per la Letteratura conseguito nel 2016, la carriera di Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan, è un cumulo di contraddizioni, una continua sfilata di maschere e di trionfi, di scivoloni e resurrezioni. Un gioco di verità e falsità tale da rendere inafferrabile ai più la sua effettiva identità. "Qual è il vero Dylan?" è la domanda che si è posto inevitabilmente ogni suo fan o semplice conoscitore. Il menestrello folk che lancia sferzate ai maestri della guerra o il poeta rock guidato da visioni lisergiche? Il neoconvertito illuminato dalla luce divina o il cuore spezzato che lascia letteralmente sangue e lacrime nelle sue canzoni struggenti? Fin troppo ovvio rispondere che Dylan è tutte queste cose insieme. Assai meno scontato trasporre le sue gesta al cinema.
Todd Haynes, autore di Lontano dal paradiso, sceglie l'unico modo possibile, riuscendo a rendere Io non sono qui un viaggio tra le canzoni e le maschere di Dylan, che esiste in una dimensione sospesa tra sogno e realtà. Con tanti volti diversi quante sono le sfaccettature del Genio di Hibbing: sei attori di sesso, razza ed età differenti tra loro. Sono tutti Dylan e Dylan è tutti loro. Un esperimento audace di un cineasta che sembra mettere in scena il caos ma dimostra di saperlo orchestrare dall'inizio alla fine. Nel flusso incontrollato che ci sbalza attraverso i decenni e i contesti più disparati - i treni su cui salgono gli hobo come Woody Guthrie, il set cinematografico di un film che potrebbe essere Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah, in cui Dylan recitò realmente - tutto sembra assumere un senso. È sufficiente che il pensiero corra alle liriche spesso enigmatiche di Zimmermann e alla complicità inevitabilmente instauratasi tra lui e i suoi ascoltatori per capire che Dylan si può raccontare solo così. Rifuggendo ogni schematismo tradizionale e lasciandosi andare al flusso della corrente creativa. Come rivelavano le interviste del documentario di Pennebaker, Don't Look Back, in cui Dylan faceva a pezzi i giornalisti ridicolizzandoli, Bob è irriducibile alla normalità. Il genere cinematografico più incline alla rigidità, il biopic tradizionale, in cui l'arco narrativo segue nascita, ascesa, crisi e riscatto di un musicista, non si addice alla complessità di Dylan né al cinema di Todd Haynes. In fondo ha un'importanza relativa il fatto che la sezione con Cate Blanchett (incredibile nei panni del Dylan più iconico in assoluto) funzioni molto meglio di quella onirica e azzardata nel western con Richard Gere.
Perché ancora una volta Haynes lavora sullo spazio invisibile che separa le persone, sulle loro proiezioni e sulle nostre percezioni. Io non sono qui non è un film su Bob Dylan né forse sui Bob Dylan, bensì su ciò che pensiamo (o ci piace pensare che) sia Bob Dylan. E Dylan non si può che raccontare così.

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Quello di Todd Haynes è una miscela perfetta di musica, arte visiva, cinema.
Recensione di Pierpaolo Simone

Profeta, cantastorie, contestatore. Anticonformista, folle, genio assoluto del novecento. Io non sono qui è un viaggio nel tempo di Bob Dylan, attraverso il ritratto di sei personaggi - colti ognuno in un aspetto diverso della vita artistica e privata del menestrello americano - che intrecciano le loro storie di protesta, disagio, erranza e solitudine in una performance evocativa diretta da Todd Haynes. Anche stavolta, in un'ambientazione che riecheggia gli anni sessanta - avvicinandosi con forza alle tematiche dei suoi film più noti come Lontano dal paradiso e Velvet Goldmine - il regista americano sperimenta una narrazione frammentata e psichedelica, utilizzando sei diversi stili di regia all'interno di ogni microcosmo narrativo.
C'è Arthur, poeta simbolista che porta lo stesso nome di Rimbaud, interrogato e poi condannato da una commissione d'inchiesta per i suoi presunti legami con gruppi sovversivi e di estrema sinistra. C'è Woody (Guthrie) un bambino di undici anni scappato da un riformatorio e pronto a raggiungere il capezzale del morente omonimo, il cantante folk che ha influenzato per lungo tempo la musica di Dylan. Poi c'è Jack cantore della protesta al tempo della guerra in Vietnam, Robbie attore e motociclista, Jude l'androgino e cinico cantante folk, e per finire l'illuminato pastore John e il vecchio Billy (The Kid), ispirato al celeberrimo criminale. Quello di Todd Haynes è più di un mockumentary o di un omaggio al Dylan che più amiamo (non a caso è l'unico ritratto che lo stesso Dylan sembra aver davvero apprezzato), ma una miscela perfetta di musica, arte visiva, cinema. Fotografia rigorosa, sei registri narrativi che si intrecciano sul calare degli anni '70, quando le illusioni e le utopie di un mondo migliore si infrangevano definitivamente sul campo di battaglia di una guerra infinita e inutile. C'è la musica, allora, a risollevare le sorti di un'umanità stanca, a dar voce ai poveri e ai diseredati, ma c'è anche il cinema - di Todd Haynes - che ogni volta restituisce la magia delle atmosfere magiche perse nei ricordi.

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Recensione di Stefano Lo Verme

Un bambino nero di undici anni, che si fa chiamare Woody Guthrie, fugge dal riformatorio con la sua chitarra. Il giovane cantante folk Jack Rollins diventa un simbolo dei movimenti di protesta degli anni '60, ed è interpretato in un film dall'attore Robbie Clark. La celebre star Jude Quinn viene contestata dai suoi fan per essere passata alla musica rock. Il maturo cowboy Billy the Kid si trova a fronteggiare ancora una volta il rivale Pat Garrett.
Come raccontare la storia di Bob Dylan, autentica leggenda della musica americana, personaggio enigmatico e sfuggente capace di dar voce ai sogni e alle speranze di un'intera generazione? Todd Haynes, regista dell'apprezzato Lontano dal paradiso, ha scelto di portare sul grande schermo la vita (o meglio, le vite) di Dylan con un'operazione spiazzante e geniale: non un classico biopic hollywoodiano, ma un caleidoscopico ritratto dei vari aspetti della personalità e della musica del popolare cantautore, rivissuti attraverso sei personaggi fittizi ispirati alle diverse fasi del suo percorso artistico (un po' come Haynes aveva già fatto in Velvet Goldmine). Il risultato è Io non sono qui (il titolo inglese, I'm not there, è ripreso da un brano di Dylan), il bellissimo film presentato al Festival di Venezia 2007, dove ha ricevuto il Gran Premio della Giuria; un'opera affascinante ed ermetica che riesce ad offrire non solo una visione inedita di una delle maggiori icone dei nostri tempi, ma anche lo spaccato di un'epoca piena di contraddizioni e di utopie.
E così c'è Woody Guthrie (Marcus Carl Franklin), un piccolo vagabondo che incarna le radici folk della musica di Dylan nell'America rurale degli anni '50. C'è Jack Rollins (Christian Bale), idolo della protesta giovanile degli anni '60 e in seguito predicatore convertito al Cristianesimo, la cui ascesa viene narrata dall'amica e collega Alice Fabian (Julianne Moore, in un ruolo che richiama la cantautrice Joan Baez). C'è l'attore Robbie Clark (Heath Ledger, scomparso poco dopo l'uscita del film), che ha una travagliata relazione con la pittrice francese Claire (Charlotte Gainsbourg). C'è Jude Quinn (Cate Blanchett), cantante anticonformista dal look androgino, incompreso dai fan e tormentato dai giornalisti. Tutti questi segmenti sono poi intervallati dalle brevi sequenze del poeta Arthur Rimbaud (Ben Whishaw), che risponde con motti provocatori alle domande di una misteriosa commissione d'inchiesta. Intanto, sullo sfondo, scorrono le immagini del Vietnam, del Sessantotto, della contestazione, di Kennedy e di Nixon, accompagnate dalle note delle più famose canzoni di Dylan.
All'interno di questa ricostruzione frammentaria, in cui le varie storie si intrecciano l'una con l'altra in maniera imprevedibile, non manca neppure una parentesi da western crepuscolare che rievoca direttamente il classico di Sam Peckinpah Pat Garrett & Billy the Kid, con il pistolero Billy (Richard Gere) impegnato a combattere l'anziano nemico Garrett (Bruce Greenwood), mentre il suo mondo sta sparendo di fronte alla modernizzazione che avanza inesorabile. Ciascuna delle sei sezioni è caratterizzata da una determinata atmosfera e da un preciso stile registico; risalta, in particolare, la vicenda di Jude Quinn, fotografata in un raffinato bianco e nero e ricca di citazioni e di omaggi a Fellini e al suo , con alcune incursioni perfino nel surreale. Grazie alla sorprendente vitalità della narrazione e alla perfetta fusione tra cinema e musica, Todd Haynes ci introduce al multiforme universo di Bob Dylan (il quale ha dato la sua approvazione al progetto) e ci regala uno dei film più originali, complessi e suggestivi degli ultimi anni. Ottimo il cast, con una menzione speciale per la straordinaria Cate Blanchett, che si è aggiudicata la Coppa Volpi come miglior attrice ed il Golden Globe per la sua stupefacente interpretazione in panni maschili e per la sua mimetica somiglianza a Dylan.

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L'estro proteiforme di Bob Dylan raccontato nella maniera più inconsueta e più in sintonia con l'artista.
Recensione di Emanuele Sacchi

Un ragazzino di colore salta sui treni come Woody Guthrie e si fa chiamare Woody Guthrie ma non è Woody Guthrie. Jack Rollins è un cantante folk che scuote le menti, finché non sente di essere un cliché e si converte al cristianesimo. Robbie è un attore che interpreta Jack Rollins e un inguaribile seduttore. Jude Quinn è una rockstar geniale e consapevole di esserlo e tallonata da un giornalista che vuole sbugiardarla. Billy the Kid è un fuorilegge del Far West vicino alla resa dei conti. Ma forse, in qualche modo, sono tutti Bob Dylan.
Dai primi accordi strimpellati al capezzale di Woody Guthrie al Nobel per la Letteratura conseguito nel 2016, la carriera di Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan, è un cumulo di contraddizioni, una continua sfilata di maschere e di trionfi, di scivoloni e resurrezioni. Un gioco di verità e falsità tale da rendere inafferrabile ai più la sua effettiva identità. "Qual è il vero Dylan?" è la domanda che si è posto inevitabilmente ogni suo fan o semplice conoscitore. Il menestrello folk che lancia sferzate ai maestri della guerra o il poeta rock guidato da visioni lisergiche? Il neoconvertito illuminato dalla luce divina o il cuore spezzato che lascia letteralmente sangue e lacrime nelle sue canzoni struggenti? Fin troppo ovvio rispondere che Dylan è tutte queste cose insieme. Assai meno scontato trasporre le sue gesta al cinema.
Todd Haynes, autore di Lontano dal paradiso, sceglie l'unico modo possibile, riuscendo a rendere Io non sono qui un viaggio tra le canzoni e le maschere di Dylan, che esiste in una dimensione sospesa tra sogno e realtà. Con tanti volti diversi quante sono le sfaccettature del Genio di Hibbing: sei attori di sesso, razza ed età differenti tra loro. Sono tutti Dylan e Dylan è tutti loro. Un esperimento audace di un cineasta che sembra mettere in scena il caos ma dimostra di saperlo orchestrare dall'inizio alla fine. Nel flusso incontrollato che ci sbalza attraverso i decenni e i contesti più disparati - i treni su cui salgono gli hobo come Woody Guthrie, il set cinematografico di un film che potrebbe essere Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah, in cui Dylan recitò realmente - tutto sembra assumere un senso.
È sufficiente che il pensiero corra alle liriche spesso enigmatiche di Zimmermann e alla complicità inevitabilmente instauratasi tra lui e i suoi ascoltatori per capire che Dylan si può raccontare solo così. Rifuggendo ogni schematismo tradizionale e lasciandosi andare al flusso della corrente creativa. Come rivelavano le interviste del documentario di Pennebaker, Don't Look Back, in cui Dylan faceva a pezzi i giornalisti ridicolizzandoli, Bob è irriducibile alla normalità. Il genere cinematografico più incline alla rigidità, il biopic tradizionale, in cui l'arco narrativo segue nascita, ascesa, crisi e riscatto di un musicista, non si addice alla complessità di Dylan né al cinema di Todd Haynes. In fondo ha un'importanza relativa il fatto che la sezione con Cate Blanchett (incredibile nei panni del Dylan più iconico in assoluto) funzioni molto meglio di quella onirica e azzardata nel western con Richard Gere.
Perché ancora una volta Haynes lavora sullo spazio invisibile che separa le persone, sulle loro proiezioni e sulle nostre percezioni. Io non sono qui non è un film su Bob Dylan né forse sui Bob Dylan, bensì su ciò che pensiamo (o ci piace pensare che) sia Bob Dylan. E Dylan non si può che raccontare così.

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
domenica 25 agosto 2024
Felicity

"Io non sono qui" non ha nulla del biopic tradizionale e la premessa iniziale parla chiaro: "ispirato alle molte vite di Bob Dylan". Alla base della pellicola vi è una libertà espressiva tanto ariosa da lasciare spiazzato lo spettatore perchè Haynes utilizza citazioni cinematografiche per situarle in una visione molto personale di cinema.

FOCUS
INCONTRI
martedì 4 settembre 2007
Tirza Bonifazi Tognazzi

Solo due dei sei interpreti che nel film di Todd Haynes hanno incarnato Bob Dylan erano presenti alla conferenza stampa che si è tenuta questa mattina. Heath Ledger, che ne esplora l'anima più tormentata e contraddittoria, e Richard Gere che invece rappresenta il periodo in cui il grande cantautore si ritirò dalle scene scomparendo dalle luci della ribalta. "Credo che ci sia solo una persona che possa essere considerata il più grande artista della storia, ed è Bob Dylan" dichiara Gere.

Frasi
Caos, orologi, cocomeri. C'è un pò di tutto qui.
Una frase di Jude (Cate Blanchett)
dal film Io non sono qui - a cura di gAiA
STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
Valerio Caprara
Il Mattino

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domenica 19 ottobre 2008
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