La sconosciuta

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Un film di Giuseppe Tornatore. Con Ksenia Rappoport, Michele Placido, Claudia Gerini, Clara Dossena, Pierfrancesco Favino.
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Drammatico, durata 118 min. - Italia 2006. uscita venerdì 20 ottobre 2006. MYMONETRO La sconosciuta * * * - - valutazione media: 3,26 su 158 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Elogio del carnefice. Valutazione 2 stelle su cinque

di Bruce Harper


Feedback: 1664 | altri commenti e recensioni di Bruce Harper
lunedì 10 settembre 2012

L’incipit scimmiotta Eyes Wide Shut. Li maschere fredde e anonime scatenavano identità sommerse e pulsioni primordiali, qui maschere ugualmente alienanti nascondono identità superflue perché al servizio di corpi perfetti e intercambiabili. L’inizio è laconico,accattivante, ambiguo. Di quelli che catturano. D’improvvisò però veniamo informati attraverso uno dei tanti troppi virtuosismi che punteggiano l’opera (flashback a getto continuo,montaggi frenetici,dissolvenze in nero,profondità di campo laboriose) che si tratta appunto di un flashback, un antefatto ingombrante di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. E qui cominciano i problemi.
 Se nulla si può dire sul talento adamantino della impressionante protagonista,personaggio allo stato larvale,schiva, cerebrale, sempre in bilico sui labili confini che separano un contegnoso distacco dallo scatenamento compulsivo di passioni distruttive, è la costruzione psicologica del personaggio in questione a fare cilecca non tanto in quanto a definizione volumetrica ma a causa di uno scarto incolmabile,confuso,che si crea tra le motivazioni della donna e il suo agire in corso d’opera. Diventando agente del proprio maniacale progetto,Irena si dimostra donna disposta a tutto, spinta da una passione viscerale, soverchiante, scomposta, che affonda le radici in una rimozione forzata e traumatica (e figurati se non c’era di mezzo un trauma..) e che da il là ad una serie di azioni tanto sproporzionate quanto eticamente condannabili (come nei confronti dell’anziana paralitica). Intendiamoci, il fine giustifica i mezzi, siamo tutti d’accordo. Ma in questo eccedere in meschinità e ignominia, specie nel suddetto caso, viene meno quel processo cardine di ogni fruizione filmica che è l’Identificazione con l’eroe, il transfert, e noi spettatori ci sentiamo quasi disorientati e sballottati in una terra di nessuno in qui viene meno ogni istanza emotiva per cedere il passo all’unica consolazione cerebrale della Detection,la ricerca di risposte, lo svelamento dei perché. Certo, suspense narrativa e orchestrazione della tensione formale non sono estranei al regista di Bagheria, sennonché  man mano che si va avanti essi smettono di fare breccia e slittando il film dai binari del noir a quelli del dramma psicologico perdono quell’inevitabile piedistallo costituito da una profonda adesione emotiva alle gesta dell’instabile eroina.
E la messa in scena non fa che subire questo corto circuito.
Intendiamoci, se è lecito appellarsi alla furia dell’istinto materno che provoca accecamento piuttosto che folgorazione, impeto piuttosto che calcolo, riscatto invece di resa, non lo è altrettanto l’atteggiamento di passiva condiscendenza della regia che non fa che infarcire la storia di episodi artefatti, moventi additive (urca non può più avere figli! urca le hanno ammazzato e sepolto l’amante in una discarica… e  figurati se non respirava ancora! urca non è mica la prima volta: ha più figli lei di Bob Marley!) che sembrano quasi essere sovrapposti ex-post solo per giustificare a valle, e non alimentare a monte,le iniziative risolute della bella anti-eroina. La frustrazione di un corpo violato,offeso, usurpato senza freni e senza pietà, non basta a rendere verosimile una tale onda d’urto emotiva e comportamentale, a rendere una madre mezzo, macchina,agente, movente, estrema ratio di una logica lineare ma spietata,aberrante ma umanista,la cui costruzione trasuda biblico livore ma anche tanta maldestra compassione (lo si vede nel funzionamento inaspettato del rapporto madre-figlia, nell’ignobile finale palesemente commissionato). Non basta, ripeto, ad alimentare un modo di fare tanto crudo,freddo, implacabile e degno di una cellula tumorale.
Da ultimo emerge il problema irrisolto di un senso, una tesi, un messaggio complessivo che trattandosi di un film a soggetto si deve necessariamente raccattare da qualche parte. Scartato il film d’evasione (ovvio), quello di denuncia,di impegno o il registro cronachistico rimane un melodramma di finzione che scimmiotta il docu-drama quando tenta di documentare le condizioni disumane delle prostitute Uraliche (ma proiettandole in contesti tanto manierati quanto barocchi). Una donna arriva in un mondo chiuso, stagno, un microcosmo autosufficiente e pacifico portandosi dietro un bagaglio di disperazione, ossessione e odio tale da gettare in assoluta disgrazia le lineari esistenze di una famiglia borghese. Quella donna è carnefice non vittima, resa non riscatto,vigliaccheria non coraggio (di farsi una nuova vita,di convertire le proprie congetture in certezze), miseria senza splendori che di sicuro concorrerà a gettare in disgrazia persino la povera figlia ricongiunta.
A rigore una stella in meno anche per le lacune e le ridondanze della sceneggiatura. Per esempio quando l’input dato dal rinsavimento della vecchia colf rimane inspiegabilmente lettera morta. E gli assegni? E i soldi? Mah! Va un po’ a capirci qualcosa.

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