| Titolo originale | Shichi-nin no Samurai |
| Anno | 1954 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 207 minuti |
| Regia di | Akira Kurosawa |
| Attori | Toshirô Mifune, Takashi Shimura, Yoshio Inaba, Seiji Miyaguchi, Minoru Chiaki Daisuke Katô, Isao Kimura, Keiko Tsushima, Yukiko Shimazaki, Kamatari Fujiwara, Yoshio Kosugi, Bokuzen Hidari, Yoshio Tsuchiya, Kokuten Kôdô, Jiro Kumagai. |
| Uscita | lunedì 13 gennaio 2025 |
| Tag | Da vedere 1954 |
| Distribuzione | Cineteca di Bologna |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,41 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 16 gennaio 2025
Da sempre e per sempre un punto di riferimento, il film vanta tante imitazioni quanti sono i plausi ricevuti negli anni. Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, Il film è stato premiato a Venezia, In Italia al Box Office I sette samurai ha incassato 51,5 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Da sempre e per sempre un punto di riferimento, oltre che uno dei rari casi in cui l'enfasi, più che consentita, è benvenuta, I sette samurai di Kurosawa Akira vanta tante imitazioni quanti sono i plausi ricevuti negli anni. Per trent'anni ne è circolata una versione ridotta, insignita del Leone d'Oro, prima di una nuova epifania di durata superiore alle tre ore. Che è giusto quanto basta per poter affrontare tematiche che abbracciano il mondo dei samurai, dei contadini e dei briganti ma nel farlo abbracciano l'umanità intera, quella folla di minuscoli esseri che abitano, ma spesso infestano, il pianeta Terra.
Come per Boccaccio l'evento della peste permetteva di scavare negli anfratti dell'animo umano, così per Kurosawa è il medioevo dei predoni - quello di Rashômon, per intenderci, anche se ambientato nel periodo Heian - a fornire il terreno ideale per mettere in scena le più diverse sfaccettature dell'uomo.
Sette samurai per sette modi di essere e di difendere il senso dell'onore a dispetto degli interessi e del buon senso; tanto da aiutare i bisognosi quasi a prescindere dalla effettiva volontà di questi ultimi (sia l'accoglienza dei contadini che il ringraziamento nei confronti dei samurai sono disarmanti per ingratitudine). C'è chi sceglie di subire, accettando la sua natura di predestinato all'oppressione e chi non ci sta ed è disposto a sacrificare anche la vita per l'onore e la libertà, in una ricerca spasmodica - e totalmente nipponica - dell'autodistruzione: tanto i samurai che i banditi si prestano a un evidente gioco al massacro senza esitare nemmeno per un momento, laddove i contadini si ritraggono, fanno gruppo, sgattaiolando qua e là, ma in fondo dimostrandosi la specie darwinianamente vincente.
Le scene corali di battaglia, specie lo showdown sotto la pioggia battente, restano a tutt'oggi exempla per verismo della messinscena e sgangherata armonia degli assalti e delle ritirate di una lotta senza quartiere né inutili orpelli, resa ancor più vibrante dalla vigoria fisica di un travolgente Mifune Toshiro, a cui fa da contrappunto l'altro attore-feticco di Kurosawa, quel Takashi Shimura capace di tramutarsi dal triste impiegato di Vivere! nel disincantato Kanbei, saggio consigliere di morte a capo del manipolo di samurai. L'eredità dell'epica di John Ford e del gigantismo dei primi piani di jzenštejn si fonde con la teatralità kabuki in un racconto che si ferma a un passo dalla retorica, mescolando il registro aulico con il racconto popolare.
Con I sette samurai il più filo-occidentale tra i maestri del Sol Levante eleva il cinema giapponese ai suoi vertici e genera proselitismo a Hollywood, dando vita a innumerevoli riedizioni dell'eroico sacrificio, dal remake diretto (I magnifici sette di Sturges) ai reiterati omaggi indiretti (da Quella sporca dozzina in giù) che il cinema non può fare a meno di tributare al capolavoro di Kurosawa.
Quando nel 1954 questo film arrivò in Occidente, il terreno era già predisposto. Quattro anni prima Kurosawa, regista massimo, aveva portato a Venezia il suo Rashomon, e aveva sconvolto il cinema. Ci accorgemmo che un cinema lontanissimo per cultura e geografia poteva contenere pronunciamenti morali e stilistici molto alti, con tanto di simboli, che sono indispensabili se si cerca la considerazione della critica. Rashomon era un grande film, affascinante, complicato e un po' contorto. I sette samurai era grande e bello, importante, rapido e divertente. Giappone 1500. Una banda deruba e uccide i contadini di un villaggio nella stagione del raccolto. Per una volta i contadini decidono di organizzarsi e difendersi. Assumono un samurai e lo incaricano di trovarne altri. In cambio daranno una ciotola di riso, tutti i giorni. Il capo trova altri cinque samurai e un perdigiorno millantatore (Mifune) che comunque si riscatta alla fine. I samurai preparano la strategia, il più giovane si innamora di una contadina, altri familiarizzano con quella povera gente, scoprendo valori sconosciuti. Alla fine lo scontro è durissimo. Molti muoiono. I banditi sono sconfitti. Sopravvivono tre samurai. Prima di andarsene il capo dice: "Non abbiamo vinto noi, ma i contadini". Kurosawa non voleva limitarsi a una storia medievale, ma rappresentare certe realtà del Giappone del dopoguerra. Oltre tutte le vicende storiche, anche se drammatiche e sconvolgenti, rimanevano alcune certezze come, appunto, i contadini, immutabili nel tempo, nei loro valori di continuità. Kurosawa assumeva uno straordinario significato oltre il cinema, diventava un importante ambasciatore del suo paese e un potente sponsor (a volte involontario) di una serie di autori giapponesi che, nel segno dei suoi capolavori, sono stati spesso sopravvalutati. I sette samurai è un film di culto, ricordato e amato (e adottato) come i grandi film americani. Notissimo è il suo remake, I magnifici sette.
Riconosciuto come uno dei film più influenti, citati e imitati della storia del cinema (com’è ben noto, non da ultimo dal cinema americano), punto di partenza per qualunque trama che preveda il reclutamento di un gruppo in vista di una missione da compiere (non solo I magnifici sette, dunque, ma anche, ad esempio, Quella sporca dozzina, I cannoni di Navarone, Il mucchio [...] Vai alla recensione »
Kurosawa, il maestro in sala, nel progetto di restauro e distribuzione della Cineteca di Bologna. In testa ai 5 titoli l'immortale capolavoro I sette samurai («siamo come il vento che passa veloce sulla terra» dice Kambei, 1954), per la prima volta in Italia nella versione integrale di 207 minuti. Poi il poliziesco noir Cane randagio (1949), il celebre dramma esistenziale Vivere (1952, mai distribuito [...] Vai alla recensione »