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Ultimo aggiornamento lunedì 8 aprile 2019
Durante la guerra civile americana un ufficiale di cavalleria ferito, col terrore che gli amputino una gamba, supera il confine di fuoco tra il nemico... Il film ha ottenuto 12 candidature e vinto 7 Premi Oscar, 6 candidature e vinto 3 Golden Globes,
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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C'era stato un tempo in cui il western era uno dei generi più popolari di Hollywood. Che si trattasse di Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco o Burt Lancaster e Kirk Douglas in Sfida all'OK Corral o Clint Eastwood nella trilogia di Sergio Leone, il vecchio West era un modo sicuro per stare in testa al box office fino agli anni '70 quando scomparve repentinamente quasi del tutto. Ma Kevin Costner nel 1990 riaprì al meglio la stagione del western e nel giro di tre anni ben due film del genere (per l'appunto Balla coi lupi e Gli spietati) riuscirono ad aggiudicarsi l'ambita statuetta di miglior film agli Oscar. E per la prima volta Hollywood "premiò gli Indiani" (e lo fece nella persona di Costner, un diretto discendente della tribù Cherokee) anche se non era certo il primo western della parte dei nativi americani.
La pellicola si guadagna un indiscusso posto d'onore nella storia del cinema, non sfigurando di fronte ad un inevitabile confronto con i maestri di sempre. Ed è certo il solo film di questi ultimi vent'anni ad affrontare il mito del West, oggetto di tanto revisionismo annunciato, con una passione e un realismo che vanno in direzione della leggenda anziché della demistificazione.
Diretto e coprodotto oltre che interpretato dallo stesso Kevin Costner è un debutto impressionante. Ne sono state più volte sottolineate le debolezze che sfiorano il manicheismo e il culto dello spettacolo, non considerando invece come riesca a coniugare i canoni propri del genere a vantaggio di una narrazione epica che conferisce un raro stato di grazia e di sentito a questo racconto elegiaco interessato più che alla fedeltà storica a una verità morale e antropologica. Ma gli intenti di Costner non rifuggono spesso dall'utopia. Balla coi lupi ha la forza e i difetti della sua semplicità e della sua programmatica generosità, conservando una qualità indiscutibilmente emozionante: quella di contribuire a trasmettere l'invito a conoscere l'altro prima di decidere di combatterlo o sterminarlo.
Quando il film venne distribuito la critica si divise: le voci di Pauline Kael, dalle colonne del New .Yorker e di Stanley Kaufman dei New Republic, guidarono l'attacco contro Costner, 'definito un primitivo dalla prima e un incapace dal secondo. Ma non tutti, i critici si allinearono a queste autorevoli e categoriche stroncature: altri hanno sottolineato, come HaI Hinson del Washington Post, che quello dell'attore è stato uno dei più impressionanti e convincenti esordi alla regia che la storia dei cinema ricordi. Merito anche dei gruppo affiatato che Costner, con l'aiuto dell'amico-produttore Jim Wilson, ha saputo mettere insieme, dal direttore della fotografia Dean Semler (un australiano pratico di grandi apparati produttivi e di western, avendo lavorato alle serie di Mad Max e a quella di Young Guns) al regista Kevin Reynolds che ha collaborato, in forma amichevole, alle riprese della caccia al bisonte.
Ma Dances with Wolves non è solo una pellicola spettacolare nell'azione (che non manca) e nella descrizione e ricostruzione di un'epopea, ma è soprattutto un film che rivela una visione amara e cruda della storia americana e del mito della frontiera, mettendo in scena la tragedia di un uomo in fuga, alla ricerca di se stesso, del senso della propria vita oltre i confini di un mondo che, nel tumulto della guerra di secessione, ha perso ogni significato. Già dalle prime sequenze, Costner provvede a darci un'idea piuttosto chiara del tipo di società che J.J. Dunbar si lascia alle spalle: gli orrori della guerra anzitutto, con gli attacchi feroci, americano contro americano in una lotta fratricida, solo per finire buttato come un pezzo di carne sul tavolo di un chirurgo che sembra un macellaio. Ma la follia e l'abiezione non sono circoscritte alle prime linee dei conflitto: nel suo viaggio verso ovest Dunbar ha modo di conoscere (e di farci conoscere) un folle comandante di presidio e un mulattiere, il compagno di viaggio che, per il protagonista è "l'uomo più vicino alla bestia" che abbia mai conosciuto.
Lasciata la "civiltà", John Dunbar è, all'inizio, solo come Robinson Crusoe e, come il famoso personaggio, lo vediamo intento a organizzare alla meglio la sua nuova vita da eremita, finché entrano in scena gli indiani. Fin da subito i nativi si presentano con due facce contrapposte: sono spietati cacciatori di uomini come quelli che uccidono il mulattiere -(si tratta di sinistri Pawnee) ma soprattutto sono i fieri Sioux. Questa duplicità un po' manichea, con i Sioux mostrati solo nella loro magnanima grandezza e apertura, è probabilmente uno degli aspetti un po' forzati del film. Da questo punto di vista sarebbe forse stato meglio conservare nei montaggio definitivo la scena in cui i Lakota uccidono alcuni cacciatori di bisonti, un taglio che ha alleggerito uno dei momenti centrali del film, la caccia al bisonte, quando l'idillio con i Sioux si vela di tristezza di - fronte allo scempio di animali messo in atto dai ladri di grasso (i bianchi). Ma la scena della caccia al bisonte è soprattutto un gran momento d'esaltazione. in cui il protagonista comincia a integrarsi con gli indiani e a dividere con loro un modo di vita finalmente sensato, umano, in cui le azioni hanno una loro ragione, i rischi sono vissuti per il bene dei-la comunità e le gioie non sono appannaggio dei singoli, ma diventano un momento d'intensa comunione. Lo stesso succede quando Dunbar aiuta i Sioux a respingere un attacco al campo da parte dei Pawnee: finalmente il soldato John J. sa per cosa combatte, e lo fa con coraggio, intelligenza e, alla fine, con l'orgoglio di chi sa di aver lottato per la propria gente. Poi, però, tornano i lunghi coltelli (i soldati) e John J. si trova nuovamente a scontrarsi con gente con cui «è inutile parlare», finisce nelle mani di soldati violenti, ignoranti, sadici, il frutto peggiore di una società disumana, quella società occidentale massificata e avida di cui facciamo un po' tutti parte.
Durante la guerra civile americana un ufficiale di cavalleria ferito, col terrore che gli amputino una gamba, supera il confine di fuoco tra il nemico e il proprio esercito. Cavalca poi inconsciamente con le braccia in fuori come segno di sfida, ma non viene colpito. Per questo atto eroico viene mandato ad un avamposto che risulterà deserto. Questa solitudine alimenta in lui il senso critico che manca agli altri soldati, quindi riesce in qualche modo a comunicare con un lupo e a diventare amico dei pellerossa. Anche se come attore gigioneggia forse un po' troppo, quello di Costner è un debutto alla regia di tutto rispetto. Il messaggio arriva al cuore e alla ragione con citazioni da Ford, Kurosawa e Leone. Balla coi lupi è il nome che gli indiani danno a Dunbar, il protagonista, dopo averlo visto giocare col lupo, oltre ad altri nomi suggestivi: "Alzata con pugno", "Vento nei capelli" e soprattutto "Uccello scalciante". Il film ha i sottotitoli quando gli indiani si esprimono nella loro lingua ed ha vinto sette Oscar tra cui: miglior film e miglior regia. Enorme successo di pubblico che ha decretato la parziale rinascita del genere western. Nel giugno 1992 è poi circolata la versione integrale di quasi 4 ore, dove c'è più spazio per spiegare alcune cose non del tutto chiare nella prima versione.
Individuare in “Balla coi lupi” un tema predominante non è certo facile, dal momento che in questo film si ritrova, oltre che una netta presa di posizione a favore degli indiani, contro la visione di questi come “i cattivi”, seguendo in tal senso il filone iniziato con “Soldato blu”, capolavoro del 1970, anche un forte predominio di riflessione suoi fondamenti della vita, sulla importanza della semplicità, [...] Vai alla recensione »
Balia coi lupi, che Kevin Costner ha diretto e coprodotto oltre che interpretato, è un debutto impressionante (guardate un po’, signori del minimalismo, che cosa si può fare: e non si dica che è solo questione di soldi). È vero che gli si possono rimproverare - ed è stato fatto anche con qualche invidiosa acrimonia - troppi controluce, troppi tramonti, molte debolezze che sfiorano il manicheismo, e, [...] Vai alla recensione »