Joon-kyeong cresce nel senso di colpa, convinto di aver provocato solo tragedie e sofferenze e, per questo, di non meritare l’amore del padre. Le sue straordinarie capacità intellettive diventano allora uno strumento per aiutare gli altri, in una forma di auto-negazione che mette in secondo piano la propria felicità — un tratto ricorrente nel cinema popolare sudcoreano.
Il film può apparire, per certi aspetti, distante dalla sensibilità contemporanea - soprattutto nella rappresentazione delle figure femminili - ma si colloca in una dimensione quasi atemporale, legata allo spirito collettivo della società coreana. Ne emerge un elogio delle risorse inattese della gente comune, spesso costretta dalle circostanze a sacrifici impensabili per i cittadini più privilegiati di Seoul.
Il regista Lee non toglie mai il piede dall’acceleratore del sentimentalismo, indulgendo nei momenti più strappalacrime e sfruttando fino in fondo il toccante contrappunto della colonna sonora. Per lo spettatore, a quel punto, si tratta solo di decidere se arrendersi o meno allo strapotere della componente emotiva.
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