La corsa per il controllo di Warner Bros. è molto più di un’operazione finanziaria, lo scontro riflette le tensioni ideologiche e culturali del mondo dello streaming.
di Andrea Fornasiero
Negli ultimi due mesi circa è continuata senza sosta la battaglia per l’acquisizione dello studio Warner Bros. da parte di Netflix e Skydance Paramount, entrambi sorvegliati a vista dal governo americano di Trump.
Partiamo a darne conto dalle vicissitudini di Netflix, la cui offerta riguarda solo lo studio cinematografico e televisivo Warner, con la sua piattaforma HBO e la sua piccola divisione videoludica, mentre esclude la divisione Discovery e le sue reti televisive tradizionali. Netflix già lo scorso dicembre aveva vista accettata la propria offerta di 82.7 miliardi di dollari. Il dicembre di Netflix è stato sereno, ha assistito con calma alle difficoltà di Paramount e forse Sarandos si è anche sentito davvero la vittoria in tasca, ma la situazione ha iniziato a scaldarsi a gennaio. La notte dei Golden Globes Trump ha infatti ri-postato un tweet di un avvocato MAGA che chiedeva di fermare l’acquisizione, per scongiurare il rischio di una presunta egemonia culturale di Netflix. Pochi giorni dopo Netflix ha cercato di migliorare la propria posizione coprendo la propria offerta completamente in liquidità, rendendola così ancora più appetibile. Il venti gennaio poi, in un messaggio agli azionisti, comunicando i risultati del quarto trimestre del 2025, Sarandos ha poi colto l’occasione per ribadire di essere intenzionato a difendere il cinema, di voler mantenere l’attuale finestra di distribuzione in sala di 45 giorni, aggiungendo che alle sue precedenti dichiarazioni in merito non va dato molto peso: erano stato fatte quando Netflix non era ancora nel business della distribuzione, in cui invece ora starebbero per entrare, e dunque un cambio di prospettiva sarebbe del tutto naturale.
Il 3 febbraio Bruce Campbell di Warner e Sarandos di Netflix, hanno dovuto partecipare all’udienza antitrust al Senato, dedicata a “esaminare l’impatto sulla competizione della proposta transazione tra Netflix e Warner”. Le cose si sono decisamente riscaldate già il giorno prima, il 2 febbraio, con la circolazione di un documento intitolato Fedflix: Netflix, The Federal Government, and the New Propaganda State, che considera Netflix un diffusore di propaganda Woke e DEI, due cose assai invise al mondo MAGA, oltre che “molto dalla parte dei Democratici e dei loro sostenitori nelle elite” con particolare riferimento al rapporto tra la piattaforma e gli Obama. Infatti il giorno dell’udienza si è respirato quasi un clima da nuovo maccartismo, con Sarandos torchiato per i presunti messaggi pro-trans dei programmi di Netflix per l’infanzia. Il dirigente se l’è cavata meglio con le domande relative a YouTube, dicendo che va oggi va effettivamente considerato un concorrente – a differenza di quanto aveva dichiarato anni fa – perché i suoi contenuti si sono fatti più raffinati e soprattutto perché sono sempre più consumati attraverso la Tv e non solo sugli altri device. Una posizione però non facile da sostenere, visto che i mezzi di produzione tra i contenuti di YouTube e quelli di Warner sono completamente diversi. Insomma il cammino per Netflix sembra tutt’altro che spianato.
Le cose per Paramount non sono a loro volta affatto semplici: per prima cosa già il 16 dicembre il genero di Trump Jared Kushner ha ritirato i suoi fondi dall’offerta di Skydance, che è rimasta comunque invariata grazie a capitali dei Paesi Arabi e di Larry Ellison, il ricchissimo padre di David ossia l’amministratore di Skydance/Paramount. Gli amministratori di Warner hanno dichiarato che più del 90% degli azionisti avrebbe rifiutato come inferiore l’offerta di Skydance. Il nove gennaio Ellison ha contrattaccato definendo l’acquisizione da parte di Netflix probabilmente illegale. Makan Delrahim, ex capo dell’antitrust durante il primo mandato del Presidente e oggi capo avvocato della compagnia di Larry Ellison, ha definito assurda, da “antitrust psichedelico”, la comparazione tra YouTube, TikTok e Warner, e ha ribadito che l’acquisizione da parte di Netflix genererebbe un chiaro monopolio. Pochi giorni dopo l’attacco si è fatto più concreto: Paramount ha minacciato di nominare nuovi dirigenti per l’elezione dei vertici di Warner-Discovery, che si tengono a giugno. Non solo: ha fatto causa a Warner-Discovery perché riveli alcune informazioni definite basilari per la trasparenza della trattativa, in particolare la valutazione di CNN, Cartoon Network e Discovery Channel, che non fanno parte dell’offerta di Netflix. Questo, dicono a Parmaount, per dare agli azionisti di Warner un quadro completo, in modo da prendere una “decisione informata” su cosa gli resterebbe in mano alla conclusione della trattativa con Netflix. Paramount ha inoltre posticipato, due volte, la scadenza della decisione degli azionisti Warner sulla propria offerta, che ora terminerebbe il 2 marzo. Inoltre, con un’ultima mossa del 10 febbraio, ha aggiunto alla propria proposta alcune garanzie: coprirebbe a sue spese il costo della cancellazione della trattativa iniziata con Netflix, che ammonta a 2,8 miliardi di dollari, inoltre pagherebbe una cauzione di 650 milioni di dollari per trimestre oltre il 31 dicembre 2026 in caso la trattativa con Skydance non fosse chiusa entro il 2026. Questo vuole proiettare la sicurezza della compagnia nel superare i paletti dell’anti-trust, che come abbiamo detto sembrano affliggere Netflix.
Trump gioca naturalmente un ruolo importante in questa storia e dopo essere stato definito, in tutti gli articoli di inizio dicembre, un amico degli Ellison, ha tuonato contro la famiglia per il trattamento ricevuto in alcuni segmenti del programma 60 Minutes, dicendo “se questi sono i miei amici odierei vedere i miei nemici!”. Non sono passate che poche settimane e un segmento di 60 Minutes dedicato alle politiche anti-immigrazione del Presidente è stato non a caso censurato dalla responsabile dell’emittente. Da quel momento Trump ha smesso di attaccare gli Ellison ed è stato invece attaccato dalla stampa, perché il suo blind-trust avrebbe comprato un milione di dollari di azioni Warner e Netflix. Trump ha risposto che né lui né la sua famiglia hanno alcune influenza sugli affari di chi gestisce il loro fondo. La questione del rapporto con gli affari di Trump è stata posta anche a Sarandos durante l’udienza del tre febbraio, ma il dirigente di Netflix ha detto semplicemente di non saperne nulla e di non aver nulla a che fare con gli affari del Presidente. Da allora Trump ha dichiarato – diversamente da quanto aveva detto in precedenza – che non si occuperà direttamente della trattativa in corso, d’altra parte, come abbiamo visto, gli uomini MAGA a lui vicini si sono decisamente fatti sentire.
I prossimi sviluppi importanti di questa storia arriveranno con la scadenza della proposta di Ellison e con le assemblee dei dirigenti di Warner, oltre che con i nuovi appuntamenti dell’anti-trust. A tal proposito anche dall’Inghilterra si sono alzate voci di regolatori che considerano l’acquisizione di Warner da parte di Netflix come una seria minaccia alle sale. La scacchiera è insomma molto ampia e i pezzi in gioco sono ancora numerosi.