Stanco della sua vita, Mathyas lascia tutto per diventare pastore in Provenza: un viaggio toccante tra solitudine, amore e la riscoperta di sé stessi. GUARDA ORA IL FILM »
di Alberto Libera
Deraspe evita i toni edificanti e costruisce un racconto di ampio respiro, in cui la macchina da presa privilegia la luce naturale e la fisicità del lavoro pastorale.
Non c’è nessun compiacimento cartolinesco: i paesaggi alpini si offrono allo sguardo come luoghi di bellezza e minaccia, di libertà e insieme di fatica incessante. Il montaggio fa sentire peso delle giornate, il ritmo delle stagioni, il silenzio che precede la tempesta, la tensione del corpo che si piega al lavoro.
L’opera viene così ammantata di una densità quasi documentaria, in cui la montagna diventa un personaggio autonomo, presenza severa e indifferente che obbliga i protagonisti a misurarsi con loro stessi.
Nell’intreccio di vite e paesaggi affiora la domanda che percorre tutto il cinema di Deraspe: che cosa significa oggi essere autentici, sottrarsi al ciclo produttivo, recuperare un rapporto concreto con il tempo e con la materia? Il film non offre risposte consolatorie: la natura non è un rifugio, ma un luogo di attrito, dove ogni gesto va imparato, ripetuto, interiorizzato.
Al tempo stesso, il racconto restituisce una bellezza aspra e necessaria, come se nel contatto con il gregge, con la neve, con il vento, i protagonisti trovassero un nuovo vocabolario emotivo, lontano dalle retoriche del self-help e vicino invece alla nuda esperienza del vivere.
Né elegia della fuga né pamphlet ambientalista, Fino alle montagne diventa un’immersione sensoriale (e morale) in un territorio dove l’individuo misura la propria fragilità e il proprio spirito di resistenza. Deraspe filma con rispetto, evitando giudizi o facili stereotipi, lasciando che siano i gesti e i corpi a parlare, che siano i silenzi a definire la distanza fra l’uomo e la montagna, fra il sogno e il reale.
Ne risulta un film che interroga lo spettatore con la forza silenziosa delle esperienze autentiche, mostrando come ogni “ricominciare” abbia un prezzo, ma anche una potenza trasformativa capace di lasciare un segno duraturo.