Torna l’appuntamento fisso de 'Il lunedì del cinema’ e questa settimana Repubblica e MYmovies presentano un horror coreano da gustare tutta d’un fiato. Da vedere insieme su MYmovies ONE lunedì 5 agosto dalle 20:00 a mezzanotte.
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di Tommaso Tocci
Creature tenaci, i morti viventi non si arrendono mai e come tutti gli archetipi delle figure dell’orrore alla fine tornano sempre. Certo, ogni tanto si assopiscono e vengono dati per obsoleti, ma basta aspettare un po’ perché si trasformino e vadano a catturare ancora una volta l’immaginario del pubblico globale. In un’era in cui lo zombie era particolarmente inflazionato, presente ogni settimana sugli schermi televisivi grazie al successo popolare di serie come The Walking Dead, a dargli una piccola scossa vitale sul grande schermo ci riuscì, nel 2016, l’agile e serrato horror coreano Train to Busan, uno di quei successi genuini e improvvisi che non possono non far piacere agli appassionati.
Train to Busan, un film diventato ormai un cult, è stato scelto per questo lunedì - 5 agosto - nell'ambito dell'iniziativa Il lunedì del cinema a cura di Repubblica e MYmovies: una sala cinematografica virtuale pronta ad accogliere gli iscritti di MYmovies con una selezione ricercata di titoli da vedere (o rivedere) insieme dalle 20:00 a mezzanotte.
Dai tempi di George A. Romero, che inventò il genere per il grande pubblico nel 1968 con La notte dei morti viventi e relativi seguiti, ogni generazione ha aggiustato il tiro: più o meno veloci e frenetici, maggiore o minore attenzione alla critica sociale insita nel genere, perfino il giocare sulle minuzie della nomenclatura (sono morti o “solo” infetti?). Il regista Yeon Sang-ho si inserisce nella tradizione contemporanea, quella lanciata a inizio anni duemila da Danny Boyle e Zack Snyder con 28 giorni dopo e il remake di Dawn of the Dead: un’orda in perpetuo movimento, scattante e dotata di una plasticità cinetica dalla perfetta resa sul grande schermo.
Del resto Yeon Sang-ho viene dal cinema d’animazione e sa come muovere i corpi in un ritmo coreografico forsennato. A volte non serve molto di più per mostrare che un genere è ancora vivo, e Train to Busan è un’esperienza estremamente coinvolgente, da gustare tutta d’un fiato. Si va di corsa, e sempre in linea retta: la minaccia alle spalle, e davanti la porta del prossimo vagone.
Lo spazio angusto del treno, con i suoi ambienti separati, diventa l’occasione di aggiornare la puntuta critica del consumismo americano con cui il genere è nato all’epoca di Romero. Nel 2016, come del resto tre anni prima con Snowpiercer del connazionale Bong Joon-ho, la lotta di classe corre sul binario e mette sotto accusa la società coreana, l’arrivismo e l’idea del successo a tutti i costi. È stato forse l’anticipo di una tendenza dominante nella cultura popolare degli anni successivi, con quella satira di stampo ”eat the rich" che proprio Bong Joon-ho portò alle vette più alte col successivo Parasite (guarda la video recensione).
Per allora gli zombie erano invece già corsi via (verso seguiti e prequel che hanno poi ampliato l’universo del film), troppo agitati per fermarsi a dibattere di mobilità sociale; Train to Busan è cinema a orologeria che non cerca di complicare le cose, e anzi abbraccia la familiarità della trama con entusiasmo e tante idee visive.
Al centro della storia c’è il papà divorziato Seok-woo, a cui spetta il compito di proteggere quella figlioletta (Su-an) che prima della fine del mondo ha sempre ignorato. Il treno che va da Seoul a Busan è anche quello che deve ricongiungere la bambina a sua madre, ma il tragitto disperato deve soprattutto (ri)costruire un rapporto paterno. Attorno a loro si muovono degli archetipi più che dei personaggi, ma tutti estremamente efficaci.
L’emblema è il marito (con moglie incinta al seguito) Sang-hwa, modi spicci, estrazione proletaria e un gran cuore d’oro. Lo interpreta Ma Dong-seok, che sull’enorme successo del film ha costruito una carriera da uomo d’azione il cui superpotere è sganciare cazzotti e schiaffoni alla Bud Spencer. Mentre i cattivi sono i CEO, le corporazioni, e in generale chi pensa solo a se stesso, protagonista in primis, che dovrà guardarsi dentro e cercare in sé la forza dell’altruismo. È questo il motore immobile del film, una morale semplice ma inderogabile che fa girare una rocambolesca storia da fine del mondo.