Dialogo con il Direttore della Mostra sul futuro di Venezia.
di Edoardo Becattini
Piove sul bagnato?
Negli ultimi giorni, la pioggia è caduta copiosa sul Lido e sulla Mostra tutta, rivelando quelle crepe effettive e metaforiche che si estendono fra le strutture e le logistiche del festival. Sono piccole fratture di vario genere, che vanno dai disagi congeniti a un restauro prolungato a una sala stampa non impermeabile agli acquazzoni, dalle mancanze relative alle sezioni e agli spazi di proiezione ai più complessi rapporti con gli organi di stampa. Di tutto ciò abbiamo parlato questa mattina con il direttore Marco Müller che, di fronte a un gruppo di giornalisti dell’universo on line, si è tolto qualche sasso dalla scarpa in merito al futuro della Mostra e delle relazioni possibili fra la critica e il festival.
È vero che il 2011 sarà il suo ultimo anno come Direttore della Mostra?
Marco Müller: Nel 2011 scadrà il mio secondo mandato e, dal momento che sono una persona che ha sempre portato a termini i lavori iniziati, concluderò il mio incarico al festival cercando di portare a termine alcuni progetti produttivi su cui ho lavorato parallelamente negli ultimi dieci anni. Alcuni di questi sono diventati film come La guerra dei fiori rossi di Zhang Yuan, La paura di Pippo Delbono o Il sole di Aleksandr Sokurov; molti altri sono invece rimasti ancora libri o romanzi a fumetti, e vorrei finalmente poterli far diventare film. D’altronde la mia storia non è unicamente legata alla dimensione dei festival, così come non posso attribuirmi l’idea di aver reinventato la Mostra rendendola più varia ed eterogenea. Ho piuttosto condotto un lavoro di riscoperta delle politiche di selezione di alcuni miei illustri predecessori. Ad esempio, un altro dei direttori più longevi come Luigi Chiarini nel 1966 decise di aprire la Mostra con un film come Wild Angel di Roger Corman. Allo stesso modo, quella che certa stampa ha definito la “valanga” di film italiani della sezione Controcampo Italiano non è un’idea che parte da me, ma una giusta continuità con ciò che era già stato fatto durante la direzione di Carlo Lizzani. Dico questo per sperare nel fatto che chiunque arrivi dopo di me, consulti anche quello che ho apportato alla Mostra nell’arco di questi mie due mandati.
Quali sono le grandi modifiche di cui la Mostra avrebbe ancora bisogno?
Marco Müller: Bisognerebbe creare il giusto contesto affinché la frequentazione di tutto il festival non diventi solo la scelta coraggiosa di un drappello di cinefili agguerriti e motivati, capaci di orientarsi nella cultura contemporanea. Il rettore di Ca’ Foscari ha già espresso il desiderio di far attivare dei meccanismi per facilitare il rapporto degli studenti universitari con la mostra. Bisogna risistemare conventi, ospedali e case di riposo, le strutture di accoglienza come assoluta priorità. Perché non c'è dubbio che se la Mostra è viva è soprattutto grazie alla formazione dei giovani spettatori sensibili, che attraverso passaparola e social network contribuiscono alla conoscenza di un film. Purtroppo, il peccato originale nasce con la prima Mostra del 1932, quando la lungimiranza del conte Giuseppe Volpi di Misurata, riuscì a sostenere l'esposizione cinematografica attraverso il supporto di albergatori e ristoratori che volevano prolungare la stagione. Questa “maledizione” comporta il fatto di doversi sempre adattare ad esigenze ampie e difficili spesso da integrare con l’identità della Mostra.
Il cambiamento più radicale della 67esima Mostra sembra provenire soprattutto da Orizzonti.
Marco Müller: Non è che l'anno prossimo smetteremo con la formula di Orizzonti più sperimentale così come è stata ripensata. Certamente limiteremo l’entusiasmo dei nuovi selezionatori, in modo da rendere da sezione più snella e frequentabile. Certo, l’apporto principale deve venire però dai critici e dai giornalisti: questa sezione viene affrontata e giudicata solo da alcuni siti e blog, mentre è impossibile trovarne anche un minimo accenno in tutta la carta stampata. Spesso si tende a dare la colpa ai capi-pagina delle sezioni spettacolo dei vari giornali, ma piegandosi a questa procedura, vengono uccisi i film più interessanti. Ad esempio, l’ultimo film di Sono Sion, che io considero il nuovo Imamura, è stato deliberatamente ignorato da tutti. Di questo passo, e senza il giusto intervento di chi scrive di cinema e quindi può condizionare le abitudini di visione di chi legge da casa, sezioni come Orizzonti o spazi come quelli dedicati al cinema orientale e al ribaltamento di convenzioni e generi potrebbero perdersi.
Quali sono i rapporti fra la Mostra e l’attuale critica cinematografica?
Marco Müller: Con l’emergere preponderante della critica on line, nel 2006 siamo stati costretti su richiesta di molti distributori a suddividere le anteprime per la stampa dei film in concorso fra quotidiani e riviste. Solo che di fronte a una situazione in cui vedo i critici più affermati fischiare sonoramente un film all’anteprima riservata, mi domando che senso abbia davvero questo sdoppiamento. Anche perché riunificare le proiezioni anticipate ci permetterebbe di il giusto spazio a una sezione come Orizzonti e a quelle opere di ricerca che meriterebbe maggior rispetto e attenzione da parte della critica.
Un nostro diretto tentativo volto a creare spazi di visibilità per queste opere, si sta sviluppando attraverso una serie di accordi con il video on demand e la diffusione di opere di ricerca attraverso canali come FestivalScope o Projector TV. Ma anche per sviluppare questo tipo di interesse e di iniziative, avremmo bisogno del supporto di uno sguardo attento da parte della critica…