Rudolph Arnheim ha lavorato come, è nato il 15 luglio 1904 a Berlino (Germania) ed è morto il 9 giugno 2007 all'età di 102 anni.
Film come arte (1932) (pubblicato in italiano dal Saggiatore e ora da Feltrinelli) segna una tappa importante nell'analisi teorica del cinema. Il suo autore Rudolph Arnheim (1904) è uno dei più importanti psicologi dell'arte del 900 (Arte e percezione visiva del 1954 e Verso una psicologia dell'arte del 1966 sono due suoi capisaldi). Dal 33 al 39 lavora in Italia occupandosi della redazione dell’Enciclópedia del cinema. Nel 25 comincia a fare il critico cinematografico, parallelamente alla su attività di studioso di psicologia della forma (nella scuola berlinese di Wertheimer e Kohler). Arnheim riflette sul cinéma applicando la tendenza neokantiana che presiede alla teoria della forma, alla psicologia della ‘kestalt". Secondo tale teoria le rappresentazioni, gli schemi formali che presiedono a un'espressione artistica della realtà seguono leggi visuali e formali inerenti alle qualità del mezzo. Nel mezzo stesso vi è una intenzionalità formale che fa sì che sempre un'opera e quindi anche un film siano la riorganizzazione del reale da un punto di vista che ha in sé già una qualità formale che impedisce la mera riproduzione. Nel film in quanto medium risiedono dei principi formativi che vanno indagati. In questo modo gli stessi "limiti" tecnico formali del mezzo espressivo, rispetto alla riproduzione fedele della realtà, diventano mezzi formativi'; qualità specifiche indispensabili all'arte.
Il discorso di Arnheim è paradossalmente attuale, in quanto oggi il perfezionamento tecnologico dell'immagine permette la perfetta aderenza riproduttiva dell'immagine rispetto al reale, per cui il "mezzo" stesso è in grado non solo di riprodurre il reale ma anche di produrre un'altra realtà, un mondo che non esiste. Arnheim rifiutava già a suo tempo ogni ritrovato tecnico (colore, suono etc.) sostenendo che la forma cinematografica in quanto linguaggio autonomo risiedeva nella purezza dell'astrazione visuale del muto, che teneva distante il film dall'imitazione meramente riproduttiva. L'omogeneità dello "specifico filmico"; la purezza della visività al di là di ogni manipolazione (anche del montaggio), mentre costituiscono la lezione che Arnheim lascia in eredità agli studi sul cinema, individuando i segni formalmente minimi del linguaggio filmico, dall'altro lato appaiono oggi messi in
discussione dal riconoscimento della eterogeneità del linguaggio cinematografico e dal cinema inteso come "impurità" che prolunga in una dimensione più-che-visibile il dato reale, concetti che da Bazin ai semiologi sono ormai fondamenti di una teoria del cinema.
Da Edoardo Bruno, Film. Antologia del pensiero critico, Bulzoni Editore, Roma, 1997