Aveva il talento del "comico per forza", l’uomo comune, neppure troppo maldestro, che situazioni paradossali (spesso tragicamente paradossali) catapultano nell’universo della risata. Non era un mimo nato, aveva un corpo e una faccia come tutti, senza neppure la sgraziata, invadente aggressività del suo partner Walter Matthau. Era la nevrosi stizzita dove l’altro era il disordine iroso (La strana coppia, con tutti i suoi sequel); era un residuo di onestà timorosa dove l’altro era la frode spudorata (Non per soldi ma per denaro); dei due era, sicuramente, il "secondo", la spalla un po’ succube, sempre irretito, sempre travolto (Prima pagina), anche se poi in realtà era lui ad avere il nome più in alto nei titoli di testa. Jack Lemmon, divo quasi per caso nell’universo hollywoodiano anni Cinquanta e Sessanta, dove tutti i modelli e gli idoli si stavano usurando e dove ancora non si erano imposti gli anti-miti, i piccoletti bruttini, disillusi e feroci degli anni Settanta. Lui non era disilluso ma rassegnato, non era feroce ma frustrato, né bello né brutto, vestito in grigio, senza nemmeno la "grazia" del dropout. Lontani ancora gli echi del Vietnam e della caduta americana, Lemmon non faceva il reduce o il barbone o il pazzo: faceva quasi sempre l’impiegato, il vicino di casa educato e meticoloso, il sottufficiale, il provinciale in città, l’americano medio perbene (almeno in superficie). Fu il volto della folla solitaria, triturato dal mito del successo (irraggiungibile), furbetto ma non mascalzone, uno capace di coprirsi occhi, orecchi e bocca per riuscire a sopravvivere, uno che solo attraverso i tic e le manie dimostrava la sua enorme fatica di vivere.
Lemmon fu, in quegli anni, tutto quello che l’America non voleva sentirsi dire e che forse solo il grande Billy Wilder riuscì a farle digerire, con la sua omerica vivisezione. Wilder, che era sempre andato in caccia di uomini qualunque da fotografare in situazioni spiazzanti (Tom Ewell di fianco a Marilyn in Quando la moglie è in vacanza), lo trovò al momento giusto. Lemmon aveva vinto un Oscar come migliore attore non protagonista nel 1955, rifacendo al cinema il ruolo che aveva interpretato a Broadway in Mister Roberts: come sempre un secondo, dietro al protagonista Henry Fonda, con quella gestualità minuziosa e nervosa che diventerà la sua corda dominante. Aveva avuto il suo momento di pazzia, suonando i bongo e spaccando le lampadine con il pensiero, fratello stregone di Kim Novak, nel film di Richard Quine Una strega in Paradiso (1958). Ma pareva destinato soprattutto alla leggerezza della commedia senza pensieri o alle parti di grande caratterista. Poi arrivò Wilder e in uno dei film più folli del mondo (e di sempre) ribaltò, praticamente, l’ordine dei nomi sopra i titoli e finì per far dilagare, tra la bellezza e la bravura della Monroe e di Tony Curtis, la spasmodica schizofrenia di Jerry/Daphne/Jack, l’uomo tranquillo trascinato in fuga dall’amico Joe, l’unica donna che in Florida riesce ad acchiappare il miliardario vero. A qualcuno piace caldo (una nomination all’Oscar nel 1959) rivela tutte le finezze nascoste del comico Jack Lemmon. Solo lui può essere una donna contemporaneamente tanto incredula e tanto credibile, bruttina e vezzosa, scoordinata e puntigliosa, mai un travestito, neppure quando alla fine si toglie sconsolato la parrucca. L’autore scovò le corde sotterranee dell’attore, forse la capacità di ridere dal di dentro di una conclamata banalità, degli schemi, dei pregiudizi, della vigliaccheria, della tristezza senza speranza dell’uomo medio. Trovò il volto ideale per uno dei suoi film più amari e sardonici, L’appartamento (1960, un’altra nomination), e con C.C. Baxter, l’impiegatino che affitta la sua casa ai capi per le loro avventure extraconiugali, Lemmon individuò il personaggio della sua vita e della sua carriera. Tutta un susseguirsi di timidi mediocri che tentano di vivere da cinici, di indaffarati che un bel giorno si accorgono di avere bruciato la vita nella corsa al successo e tentano disperatamente di fermarsi, magari impazzendo: Il prigioniero della Seconda Strada, l’impiegatino (ancora) che ruba al capo la moglie francese in Sento che mi sta succedendo qualcosa, l’ipocondriaco di Questa è la vita di Blake Edwards e, ancora con Wilder, il truffatore suo malgrado di Non per soldi ma per denaro, l’industriale che va a Ischia per recuperare il cadavere del padre e là trova il suo grande amore (Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?), il cronista Hildy Johnson di Prima pagina, dove si ricostituisce la "strana coppia" con Walter Matthau.
Dietro, naturalmente, aveva la tragedia, come dimostrano l’Oscar da protagonista vinto per la sconfinata amarezza di Salvate la tigre (1973) di Avildsen e le numerose parti drammatiche degli anni Ottanta e Novanta (da Missing a JFK - Un caso ancora aperto, da Americani ad America oggi). Ma la molla visibile era là, nella faccia di C.C. Baxter che riordina l’appartamento e scola gli spaghetti con la racchetta da tennis.
Da Il Sole 24 Ore, 1 luglio 2001