Gianni Puccini è un regista, scrittore, sceneggiatore, assistente alla regia, è nato il 9 novembre 1914 a Milano (Italia) ed è morto il 3 dicembre 1968 all'età di 54 anni a Roma (Italia).
Figlio dello scrittore Mario, redattore e, nel 1943, direttore della rivista Cinema, sceneggiatore di Ossessione (1943) di Visconti e animatore di una cultura di opposizione, collaborò nel dopoguerra ai film di G. De Santis. Esordì nella regia con il gustoso Parola di ladro (1957) in coppia con N. Loy, si confermò garbato e originale con L'impiegato (1959) e affrontò la prova più impegnativa di denuncia civile con il suo ultimo film I sette fratelli Cervi (1968). Il fratello Massimo (Falconara Marittima 1917; pseudonimo Massimo Mida) ha svolto attività di saggista e di sceneggiatore (con Rossellini, Lizzani, ecc.); dal 1951 è regista di documentari (specie sulla pittura) e nel 1974 ha realizzato il film Il fratello.Attento e acuto osservatore dei costumi italiani nel secondo dopoguerra, ha portato in scena personaggi piccolo borghesi (come A. Sordi in Il Marito del 1958), mettendo a nudo con grande ironia i cambiamenti italiani nel periodo del boom economico.
Gianni Puccini, dopo varie opere in collaborazione esordì in modo autonomo nella regìa con il Carro armato dell'8 settembre, un modesto film sui giorni turbolenti dell'armistizio, visti in una chiave solo in parte realistica.
Realizzò quindi L'impiegato tentando di instaurare anche nel nostro cinema quella formula fantasiosa dei sogni strettamente connessi alla realtà che tanto successo aveva raccolto nel cinema americano, ma finì per restare vittima del suo stesso gioco, sempre vanamente sospeso tra contraddizioni di stile e scompensi narrativi.
Così, più tardi, nell'Attico, pur avendo cercato di darci un ritratto compiuto di una «arrampicatrice sociale», partita veramente dal sottoscala prima di arrivare trionfalmente all'attico, si è lasciato prendere la mano da figure di contorno e, anziché una storia omogenea e compatta, percorsa da personaggi saldamente congegnati, ha costruito una vicenda ineguale e poco armonica, animata da tipi e macchiette più vicini alla maschera che non al carattere.
Più convincente, invece, pur nei suoi limiti, l'episodio che egli diresse nei Cuori infranti, Vissero contenti e felici, sempre a mezza via fra la caricatura e il paradosso, ma sorretto con garbo da un umorismo fine e leggero, senza stonature eccessive; anche se, forse, qua e là abbastanza semplice e ingenuo.
Gianni Puccini occupa una posizione appartata e lavora in attesa che giri la ruota della fortuna. In sintonia con la dinamica della commedia nel 1960 tenta di arricchire e arrischiare in direzione di una maggiore profondità di senso un racconto in parte risolto in chiave comica e farsesca (II carro armato dell'8 settembre), per poi ripiegare verso una storia di carattere intimista (L'attico). La sua attività verso la metà degli anni Sessanta è intensa, anche se distante dalle sue ambizioni. Mentre Pietrangeli riesce a ricomporre la propria personalità e a darne una misura esatta con i suoi film, Puccini si lascia usare dalla produzione fino a che, nel 1968, sente venuto il suo momento: può realizzare un progetto a lungo accarezzato sui fratelli Cervi. Troppo a lungo perché il risultato rispetti la carica e l'investimento ideale del progetto iniziale. Nonostante le buone intenzioni antiretoriche, l'opera ha un naturale significato commemorativo, rifiutato più dalla critica che dal pubblico. La critica sottolinea lo schematismo nella ricostruzione ideologica e l'uso di un linguaggio realistico, datato. Ma il film rende egualmente felice Puccini, che si sente, dopo tanto tempo, responsabile di una sua opera e può quindi rispondere in prima persona ai suoi critici. Quello che gli importava e che gli sarebbe importato da quel momento, se non fosse giunta una morte assai prematura, era di «continuare a fare film onesti per un pubblico onesto».
Una carriera simile è quella del fratello Massimo Mida Puccini, che, pur svolgendo una gran mole di lavoro come documentarista, regista, critico e giornalista e memorialista della storia del cinema italiano legata alla sua generazione, non riesce a trovare il varco giusto nella rete produttiva che gli consenta di realizzare i soggetti che gli stanno a cuore. Giunge solo a farlo ad anni Settanta inoltrati con II fratello, un'opera di grande coraggio, con cui il regista mette a nudo - in maniera spesso lacerante - il proprio privato. Purtroppo il film non trova alcuna circolazione.
Da Gian Piero Brunetta, Il cinema italiano contemporaneo. Da «La dolce vita» a «Centochiodi», Laterza, Roma-Bari. 2007