| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Austria, Germania |
| Durata | 94 minuti |
| Regia di | Markus Schleinzer |
| Attori | Sandra Hüller, Caro Braun, Marisa Growaldt, Godehard Giese, Augustino Renken Robert Gwisdek, Maria-Victoria Dragus, Sven-Eric Bechtolf, Rainer Egger, Maurice Leonhard, Annalisa Hohl, Anne Klein, Bastian Trost. |
| Tag | Da vedere 2026 |
| MYmonetro | 3,88 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento domenica 15 febbraio 2026
All'inizio del XVII secolo, una donna, travestita da soldato, arriva in un villaggio in Germania sostenendo di essere l'erede di una fattoria abbandonata. Il film è stato premiato al Festival di Berlino,
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Nella Germania del diciassettesimo secolo, una donna si spaccia per uomo e combatte come soldato nella guerra dei trent'anni. Deposte le armi si presenta in un villaggio protestante per riscuotere un titolo che la rende proprietaria di una fattoria. Ignare di non avere di fronte un uomo, le autorità locali integrano la nuova arrivata nei rigidi costumi e leggi del posto. Non nuova alla reinvenzione di se stessa, Rose si adatta al ruolo di contadina e cerca anche di espandersi, arrivando a prendere in moglie la figlia di un vicino in cambio dello sfruttamento di un terreno. Ma l'inganno precario della donna non può reggere allo scrutinio insistito da parte della comunità.
Sandra Hüller, ormai diva poliedrica che sa attraversare ogni genere e latitudine, incontra il cinema linearmente brutale di Markus Schleinzer in uno studio antropologico senza fronzoli e senza compromessi.
Ad animare Rose c'è una figura di donna che rifiuta le limitazioni sociali e di genere del suo tempo e sceglie invece di creare per sé la realtà a cui ambisce, memorabile artista della truffa ante litteram.
Girato in un bianco e nero austero che ben riflette il tono da osservazione clinica tipico di Schleinzer, il terzo film del regista austriaco porta ancora un nome proprio (come in Michael e Angelo) ma espande sempre di più l'attenzione verso i codici che governano la collettività. Dopo aver raccontato in Angelo la vita di uno schiavo trapiantato nell'alta società della Vienna settecentesca, Schleinzer indaga ancora la diversità ma stavolta in chiave di genere, potendo contare su un'attrice (reduce dai successi di Anatomia di una caduta e La zona di interesse, ma da ricordare anche per Vi presento Toni Erdmann) dalla presenza scenica mastodontica.
Rose ha il volto sfigurato da una pallottola e una giubba abbottonata fino al collo, e tanto basta a farla passare per uomo; il senso di autodeterminazione è il suo travestimento più glorioso e non si ferma davanti a nulla, neanche all'evidenza - in una delle scene più intense, si difende dalle pubbliche accuse con una roboante reductio ad absurdum: "voi non sapete se sono un uomo? E io come faccio a sapere che lo siete voi? Allora a calarsi i pantaloni dovranno essere tutti per legge, chiamate l'amministratore!"
Non sarà l'unico riferimento alle leggi e ai contratti, un motivo ricorrente su cui si gioca anche la cruciale questione di un matrimonio da consumare e una prole da concepire. Schleinzer è un maestro nello sviscerare la rigidità sistemica dell'ordine sociale, e nel far emergere le sue contraddizioni più grottesche piazzando il giusto granello di sabbia nell'ingranaggio.
Il suo stile si è evoluto negli anni, trovando nel racconto d'epoca (in Angelo e ora in Rose) un arricchimento rispetto al manierismo che in principio lo accomunava a connazionali come Haneke (per il quale aveva anche lavorato come direttore del casting) e Seidl. Ciononostante il suo cinema rimane singolare, dominato da lucidità e rigore sopra ogni cosa, sia al livello di concetto che della messa in scena, con il periodo storico ricreato con la consueta e maniacale attenzione al dettaglio.
Non c'è catarsi né rilascio nelle sue storie; c'è invece un'idea "gravitazionale" della narrazione in cui le conseguenze cadono sempre inevitabili, proprio come ce le aspettiamo. Se Angelo era basato su un personaggio realmente vissuto, Rose fa riferimento a casi autentici e documentati di donne che attraverso la storia si fanno passare per uomini, e mescola brillantemente le specificità di genere con un discorso più ampio sull'identità umana e quanto sia malleabile.
A proposito di Rose. Sarebbe bello, per certi aspetti, riuscire a precisare cosa fa propriamente il bianco e nero con le nostre retine. Cosa accade alle nostre sinapsi e fantasie quando, nel buio della sala, sullo schermo lì davanti a noi scorre un film 'in bianco e nero'. Come se le storie si addolcissero, e gli spigoli delle cose si smussassero. Come se i volti degli attori, cioè i nostri visi acquistass [...] Vai alla recensione »