| Titolo originale | The Station |
| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Yemen, Paesi Bassi, Francia, Giordania, Germania, Norvegia |
| Regia di | Sara Ishaq |
| Attori | Abeer Mohammed (II), Amal Ismail, Saleh Al-marshahi, Shorooq Mohammed, Fariha Hassan . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 18 maggio 2026
Un film drammatico su una stazione di servizio riservata solo alle donne.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nello Yemen la guerra spacca a metà il paese e non soltanto lo devasta, ma ne altera la composizione sociale: gli uomini sono lontani, impegnati a combattersi al fronte o a pattugliare i checkpoint sparsi qua e là per le strade del paese. Molti dei luoghi rimanenti, quelli un tempo della normalità civile, si trasformano in rifugio unico del femminile come la stazione di servizio gestita da Layal assieme al fratellino Laith. Il loro è un centro di scambio per il carburante ma anche per il contrabbando amicale, e soprattutto un'oasi dove si possono allentare le rigidità dei codici esterni per le donne della zona. Ma quando Laith, ormai dodicenne, rischia di essere portato via per il servizio militare, Layal deve chiedere aiuto alla sorella Shams per trovare il denaro necessario per trattenerlo.
In una delle rare opere di realizzazione yemenita che trovano visibilità internazionale, la regista Sara Ishaq riesce a distillare un ritratto umano delle donne del proprio paese attraverso una storia di ordinaria resistenza e dignità.
Girato per forza di cose in Giordania e frutto di una lunga gestazione co-prodotta con fondi europei, il film fa la scelta precisa di astrarsi dalla realtà storica, non tentando nemmeno di avventurarsi nelle intricate vicende di un paese logorato dalla guerra civile ormai da più di un decennio. Ishaq punta invece a una verità sociale ed emotiva, costruendo con affetto meticoloso le mille sfumature racchiuse dentro la stazione di servizio che dà il titolo all'opera.
Fuori da quel cancello (che reca la scritta "niente uomini, niente armi, niente politica") la guerra è un assioma che lo spettatore riceve solo per assenza, in un mondo spaccato tra due fazioni inventate e color-coded, i cui rispettivi blu e arancione - sempre visibili su divise, bandiere e volantini - orientano la comprensione e universalizzano l'idea stessa del conflitto.
Per quanto sia difficile scrollarsi di dosso l'idea che la sostanza del film ci venga servita pre-confezionata sotto la rassicurante plastica trasparente della didattica, è la ricchezza della caratterizzazione interna a salvare The station: Ishaq viene dal documentario (forma attraverso la quale ha già raccontato il suo paese in The Mulberry house e nel corto Karama has no walls) e nel lavorare con un mix di attori e non professionisti riesce ad approssimare un senso di autenticità attraverso la leva dell'artificio. Il suo è un omaggio alla cultura yemenita e a queste donne che fanno proprio un mondo senza uomini, riscrivendo le regole che governano il rapporto tra interno ed esterno, tra il legale e l'illegale, e soprattutto tra la responsabilità del dolore (codificata nei braccialetti del lutto ma anche nel rapporto tra Layal e la sorella Shams) e la possibilità della gioia nonostante tutto.
E se la messa in scena è - anch'essa, ancora una volta - orientata soprattutto alla chiarezza espositiva e alla facilitazione del pubblico, Ishaq tira fuori diverse composizioni interessanti che hanno a che fare con la spazialità e la geografia dei luoghi, collassati attorno al perimetro privato e ai suoi dintorni, e poi collegati l'uno con l'altro dalle automobili lungo percorsi esistenziali che hanno costantemente bisogno di essere legittimati ai vari posti di blocco.
Si sente il lavoro di ricerca e di ricordo personale nelle piacevoli sequenze che illustrano la realtà quotidiana delle donne all'interno della stazione, tra responsabilità accentuate dall'assenza degli uomini e momenti di ancor più complice leggerezza. Ma in questa enfasi sul femminile non va dimenticata la cura che la regista mette nel delineare l'arco del piccolo Laith, la cui prima adolescenza è resa più complessa dall'essere in bilico tra il regno delle donne e dell'infanzia e quello di un'identità maschile che lo vorrebbe già soldato risoluto. Attraverso il rapporto con la sua lucertola e poi con Ahmad (un altro bambino che del militare ha solo la statura) il film getta uno sguardo attento e non didascalico anche su quella mascolinità che sembrava essere proficua soltanto nella rimozione.