| Titolo originale | La petite dernière |
| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia, Germania |
| Durata | 106 minuti |
| Regia di | Hafsia Herzi |
| Attori | Nadia Melliti, Park Ji-min, Aloïse Sauvage, Némo Schiffman, Vincent Pasdermadjian Sophie Garagnon, Olivia Courbis, Rita Benmannana, Anouar Kardellas. |
| Uscita | giovedì 23 aprile 2026 |
| Distribuzione | Fandango |
| MYmonetro | 2,78 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 13 marzo 2026
Fatima ama il calcio, le donne e Dio. Tra banlieue, fede e desiderio, cerca sé stessa, affrontando contraddizioni senza mai smettere di sperare. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha ottenuto 7 candidature e vinto un premio ai Cesar, ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai Lumiere Awards,
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CONSIGLIATO SÌ
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Cresciuta nelle banlieue parigine e in seno a una famiglia musulmana, di origine algerina, Fatima non sa dove 'mettersi'. Se sua madre ha la cucina come solo orizzonte, lei è scesa in campo. Ama il calcio e le donne, la sua famiglia e dio, senza riuscire a conciliarle e a riconciliarsi con se stessa. Quello con Dio è un corpo a corpo costante per esistere secondo le regole, fuori c'è l'amore per una donna, una delusione sentimentale, la fine del liceo e l'inizio dell'università. Per fare ordine balla sul dancefloor o dialoga con l'Imam, attraversando senza paura le sue contraddizioni. Murata dietro al silenzio e segreta sotto il cappello, tira un calcio a un pallone e attende domani.
Adattamento del romanzo omonimo (e autobiografico) di Fatima Daas, La petite dernière è un gesto di cinema di grande purezza.
Per Hafsia Herzi è prima di tutto una questione d'amore, di emancipazione e costruzione personale di una ragazza musulmana che ama le donne e abita un ambiente religioso, sociale e familiare intrinsecamente intollerante. Il percorso di formazione lo viviamo con lei e attraverso di lei, sentiamo la sua vergogna, i suoi dubbi, il suo dolore, le sue risate, le sue lacrime, la sua prima dolorosa rottura. Hafsia Herzi resta sobria, eludendo pathos e caricatura, e trovando un'attrice ispirata che dona a Fatima la complessità necessaria. Nadia Melliti, volto fisso, sguardo ostinato e fierezza naturale, incarna con pudore la sua eroina e il suo desiderio di essere una buona musulmana ma anche quello di non frenare le sue pulsioni. A Parigi, dove il film trasloca per seguirla al debutto dei suoi studi di filosofia, troverà l'ambiente favorevole che le permetterà di essere tutto, una musulmana praticante e una lesbica, una figlia rispettosa e un'amante disperata, una giocatrice e una letterata. Dal punto di vista formale, il film resta misurato, nessuna oscillazione della m.d.p., nessuna illusione documentaristica ma un'attenzione costante alla grana della realtà. Dalle case popolari in periferia alle aule universitarie dans la ville, la messa in scena dona rilievo e profondità alle scene corali come ai momenti intimi di scoperta carnale e passionale.
Il rischio era dietro l'angolo ma La petite dernière non cede al discorso militante, scegliendo per la sua eroina un finale sospeso e un cammino che non sarà facile. La famiglia di immigrati algerini, gli studenti parigini provenienti da un milieu agiato, le attiviste lesbiche, ogni personaggio è un essere unico e complesso che non si riduce mai alla sua identità. L'approccio di Herzi evita tutti i passaggi obbligati, il confronto coi genitori o con l'Imam, meglio, li reinventa. Li coglie e porta altrove, attraverso le parole e gli scambi, sempre lontani da quello che ci si saremmo potuti aspettare. Nel farlo, l'autrice non limita mai il suo personaggio a una comunità o a una religione. Quello che sta vivendo Fatima, lo vivrebbe qualsiasi giovane donna animata dalla fede religiosa, ponendosi le stesse domande e senza preoccuparsi di quello che gli altri potrebbero pensare di lei. A contare sono le incoerenze che sperimenta dentro di sé. Anche l'amore, cercato, trovato e perduto, passa per i baci e le parole. Non ha paura dei corpi Hafsia Herzi, radiosa protagonista di Cous cous, il film è interamente dedicato a un corpo, in cui ancora una volta ama insinuarsi (Tu mérites un amour, Bonne Mère), entrare dalla testa e nei pensieri del suo personaggio, che si incrina, si ostina, prende il comando, soffoca di dentro, respira fuori e occupa tutto lo spazio come nella intensa sequenza finale, dove oppone lacrime e silenzio alla dolcezza di sua madre, che la esorta ad aprirle il cuore. La posizione autoriale di Fatima Daas coincide con quella di Hafsia Herzi, autrice e regista non si addentrano in un terreno politico-teologico e non si fanno portavoce di niente e di nessuno. Al cuore del romanzo e del film c'è il racconto di come ci costruiamo nell'odio verso noi stessi, c'è il diritto a non scegliere per forza. Perché la famiglia, come la religione, porta con sé una serie di precetti culturali che creano tensione ma che finiamo per sistemare, qualche volta in un'identità discordante a cui il film offre asilo e riparo.
All'opera terza dietro la macchina da presa, la star francese Hafsia Herzi porta sullo schermo il romanzo autobiografico di Fatima Daas (La più piccola, Fandango Libri), coming of age di una liceale musulmana la cui identità queer è prima un rimosso, poi un fardello con cui lottare corpo a corpo, infine una consapevolezza di sé da abbracciare pienamente.