Animali Selvatici

Film 2022 | Drammatico, +13 125 min.

Titolo originaleR.m.n.
Anno2022
GenereDrammatico,
ProduzioneRomania
Durata125 minuti
Al cinema1 sala cinematografica
Regia diCristian Mungiu
AttoriMarin Grigore, Judith State, Macrina Barladeanu, Orsolya Moldován, Andrei Finti Mark Blenyesi, Ovidiu Crisan, Alin Panc, András Hatházi, Zoltán Deák.
Uscitagiovedì 6 luglio 2023
TagDa vedere 2022
DistribuzioneBim Distribuzione
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +13
MYmonetro 3,68 su 38 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Cristian Mungiu. Un film Da vedere 2022 con Marin Grigore, Judith State, Macrina Barladeanu, Orsolya Moldován, Andrei Finti. Cast completo Titolo originale: R.m.n.. Genere Drammatico, - Romania, 2022, durata 125 minuti. Uscita cinema giovedì 6 luglio 2023 distribuito da Bim Distribuzione. Oggi tra i film al cinema in 1 sala cinematografica Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 - MYmonetro 3,68 su 38 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento lunedì 26 giugno 2023

Un film per comprendere come nasce e si diffonde il razzismo oggi. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Lumiere Awards, In Italia al Box Office Animali Selvatici ha incassato 140 mila euro .

Consigliato assolutamente sì!
3,68/5
MYMOVIES 4,00
CRITICA 3,47
PUBBLICO 3,57
CONSIGLIATO SÌ
Una disarmante dissezione della natura umana e della contemporaneità, pervasa da tensioni, intolleranza e paura.
Recensione di Emanuele Sacchi
domenica 22 maggio 2022
Recensione di Emanuele Sacchi
domenica 22 maggio 2022

Matthias, burbero e taciturno lavoratore di un mattatoio tedesco, litiga con il datore di lavoro e scappa verso Recia, il villaggio di origine in Transilvania. Qui trova una situazione complicata: la moglie Ana sta crescendo il figlio Rudi in maniera troppo protettiva, mentre la sua amante Csilla ha fatto carriera in un grande panificio locale. Quando quest'ultima, per poter ottenere dei benefici UE, si trova a dover assumere braccianti provenienti dallo Sri Lanka, nel villaggio emergono intolleranze sopite a lungo ma più vive che mai.

Benché il titolo originale del film lasci pensare alla Romania, ridotta alle sue sole consonanti, il riferimento ufficiale è a agli esami clinici - R.M.N. è l'acronimo rumeno della risonanza magnetica - a cui viene sottoposto Papa Otto, un anziano pastore rispettato da tutti.

Ma come le macchine passano allo scanner le condizioni neurologiche di Otto, così Mungiu sottopone a un'indagine approfondita lo stato delle cose in Romania e più in generale nella contemporaneità europea, pervasa da tensioni, intolleranza e paura. La scelta di ambientare la vicenda in Transilvania, crogiuolo di etnie (rumena, magiara, rom e ebraica), fedi religiose (cattolicesimo, cristianesimo ortodosso, islamismo) e idiomi eterogenei, non è casuale e ha lo scopo di rappresentare la fragilità di equilibri secolari, pronti a esplodere in fratture dilanianti alla prima scintilla.

Matthias perde il lavoro per un insulto razzista - "zingaro" - ma infligge, insieme ai concittadini più facinorosi, il medesimo contrappasso ai nuovi immigrati singalesi, accusati di "rubare" il lavoro agli abitanti di Recia, che in realtà quel lavoro non hanno nessuna intenzione di praticarlo, per ragioni di denaro o di semplice lassismo, preferendo recarsi all'estero o vivere di sussidio statale.

Una concatenazione di rapporti di vassallaggio che si traducono in infinite guerre tra poveri, tra fratelli, tra vicini, in una disarmante dissezione della natura umana e della sua incapacità di progredire su temi atavici e tuttora attuali. Mungiu ha la forza di rappresentare questo cumulo di contraddizioni mediante gli ormai celebri piani sequenza atti a "inseguire" i personaggi o con scene corali di pregevole fattura: in particolare, tra queste, la sequenza dell'assemblea del villaggio, un'unica inquadratura in cui ogni figura in campo segue un andamento autonomo e manifesta un differente punto di vista, mentre la macchina da presa sceglie di mettere a fuoco o fuori fuoco un intervento o l'altro in base all'andamento emozionale del dibattito.

Ad aggiungere una ulteriore quota di novità nello stile del regista di Un padre, una figlia, è l'abbandono di un realismo tout court in favore dell'applicazione di tecniche e stili realisti a una materia che esonda verso il surreale. La foresta che circonda il villaggio, così come le nuvole grigie e pesanti che si addensano nel cielo, forniscono la cornice ideale per un viaggio nell'inconscio che transita da premonizioni di immagini lasciate fuoricampo e simbolismi enigmatici - il travestimento da orsi - per raccontare l'esplosione dell'elemento ferino presente nella natura umana.

Nel degrado di Papa Otto vive il progressivo decadimento di una società pervasa dalla paura e accecata dall'egoismo e dalla superstizione, in cui le lezioni di secoli di storia sembrano dimenticate e oggetto di un periodico reset. Un ritorno a uno stato di natura che non ha nulla di edenico e ha tutto del perverso simulacro di natura che l'uomo ha modellato a sua immagine e somiglianza. 

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Recensione di Roberto Manassero
martedì 4 luglio 2023

Quanti registi, oggi, sono in grado di raccontare il presente, la sua complessità e stratificazione, la sua concomitanza di voci e ragioni, la sua orizzontalità che non mostra alcuna struttura o senso condivisi? Pochi, pochissimi, e tra questi senza dubbio il rumeno Cristian Mungiu, che almeno da 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007) affronta la storia del suo paese interrogandosi sulla sua natura, le sue ragioni, le sue distorsioni. Con l'ultimo film, presentato a Cannes nel 2022, Animali selvatici (meglio non interrogarsi troppo sulle ragioni del titolo italiano dall'originale R.M.N., che un senso preciso ce l'ha), è ancora più chiaro come per Mungiu il cinema sia uno strumento di presa sul reale, di utilizzo dello spazio e del tempo per restituire con gli strumenti della finzione e della messa in scena le molteplici direzioni di una società. Nel film siamo a Recia, ipotetico paese di montagna in Transilvania, dove prima di Natale torna dalla Germania il quarantenne Matthias, emigrato anni prima per lavorare in un mattatoio. L'uomo ritrova il figlio Rudi, traumatizzato da una visione nei boschi; la moglie con cui non parla; il padre pastore affetto da narcolessia; l'ex amante Csilla, che gestisce un panificio e affronta i problemi causati dall'assunzione di tre immigrati dallo Sri Lanka grazie a un finanziamento europeo. Matthias attraversa un mondo che non riconosce, abitato da famiglie rumene spezzate dall'emigrazione, da influenti minoranze di ungheresi e tedeschi, da ricercatori stranieri venuti a studiare la fauna della zona, da politici locali nazionalisti e da preti codardi, da nuovi arrivati provenienti da mondi lontani di cui non si sa nulla. Mungiu segue il vagare indifferente del suo protagonista e al tempo stesso traccia il ritratto caotico di una comunità dove ignoranza e paura preparano la deriva violenta, riprendendo l'immagine della Romania come terra di mezzo tra Occidente e Oriente. Il trauma visivo del piccolo Rudi e la risonanza magnetica del padre di Matthias (la R.M.N. del titolo, rezonanta magnetica nucleara) offrono la chiave di volta di un mondo in conflitto, in cui un'immagine manca (cos'ha visto Rudi? Un orso o forse altro?) e un'altra indaga a fondo la testa di un paziente e, idealmente, di una nazione (R.M.N., cioè Romania). Animali selvatici è così composto da inquadrature complesse, frammentate, con i riflessi che sdoppiano i piani e il montaggio che detta un ritmo irregolare, e all'opposto da momenti in cui il tempo si dilata e la camera si ferma. Come nella straordinaria scena dell'assemblea collettiva, in cui un'inquadratura di 14 minuti raccoglie le tensioni del racconto giocando con la profondità di campo, la messa a fuoco e la sovrapposizione di voci. Tutto si tiene e tutto si disperde in una frustante contrapposizione di idee, restituendo in maniera mai così lucida l'inconsistenza del discorso pubblico contemporaneo e l'impossibilità, al momento, di trovare una sintesi - individuale, politica, sociale, economica - fra libertà, lavoro, identità, storia, radici...
Da Film TV N. 27, 4 luglio 2023

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
martedì 9 gennaio 2024
gianleo67

Abbandonato il lavoro in Germania dopo aver picchiato un suo superiore, Matthias ritorna nel piccolo villaggio transilvano da cui proviene per ritrovare una situazione gravida di latenti conflitti etnici e sociali pronti ad esplodere. Continua l'analisi delle contraddizioni e della frammentazione culturale della società rumena da parte di uno dei suoi autori maggiormente rappresentativi, qui alle prese [...] Vai alla recensione »

FOCUS
FOCUS
venerdì 7 luglio 2023
Giovanni Bogani

Si chiama R.M.N., in originale, il nuovo film di Cristian Mungiu (Animali selvatici): regista ostinato, coraggioso, con un sguardo che va a fondo nel male, il male delle persone, il male che mina le società, il male di vivere. Si chiama R.M.N., che vuol dire “risonanza magnetica”: ma che evoca, irresistibilmente, anche la parola “Romania”.

Il racconto si apre in Germania. Un operaio, che lavora in un mattatoio, reagisce con violenza contro un altro. Come un calciatore che non aspetta neanche il cartellino rosso ed esce dal campo, lui lascia la fabbrica e il paese. Se ne torna in Romania, fra le montagne della Transilvania, a Ditrau. Noi, della Transilvania, sapevamo solo di Dracula. Invece scopriamo che c’è una comunità mista di rumeni, ungheresi, tedeschi, che hanno trovato da poco un faticoso equilibrio.

E adesso c’è quest’uomo che torna. C’è un figlio piccolo, otto anni, che attraversando il bosco per andare a scuola ha visto qualcosa che lo ha terrorizzato, e non parla più. C’è il padre che ha un cancro al cervello – da qui la risonanza magnetica del titolo. C’è una piccola azienda di panetteria, che per usufruire di fondi europei assume due lavoratori dallo Sri Lanka. E c’è la comunità intera, poco più di quattrocento persone, che non li vuole. E dà fondo a tutti i suoi pregiudizi. Contro gli stranieri, contro i musulmani, quelli che “vengono da noi e ci portano le malattie”, quelli che “prima vengono in due, poi portano le loro tre mogli e i loro dieci figli, e alla fine ci invadono”. Contro quelli che “prima o poi si fanno esplodere o ci investono”.

La versione più cruda del nazionalismo, del razzismo, della xenofobia, dell’isolazionismo. Con un momento che evoca i giorni del Ku Klux Klan negli Stati Uniti. E in mezzo, anche il maschilismo di questo operaio, Matthias. Che, ad ogni momento, sembra poter fare violenza alle persone che ama.

E c’è una Chiesa che, nella figura del pope ortodosso, non riesce ad opporsi alla volontà della maggioranza della popolazione, e una polizia che se ne frega, e cerca di indagare il meno possibile sugli episodi di violenza.

CELEBRITIES
venerdì 30 giugno 2023
Roberto Manassero

Nel maggio del 2007, quando il suo secondo film 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni viene presentato in concorso a Cannes, il rumeno Cristian Mungiu ha 39 anni. Non è giovanissimo, dunque, ma è ancora in buona parte sconosciuto nonostante un film esordio, Occident (2002), presentato sempre a Cannes alla Quinzaine des réalisateurs, diversi corti realizzati a partire dalla fine degli anni ’90 e l’esperienza di assistente di registi come Radu Mihaileanu per Train de vie - Un treno per vivere e soprattutto Bertrand Tavernier per le riprese in Romania di Capitan Conan (1996). 

Mungiu ha anche un passato da scrittore, grazie alla pubblicazione dei racconti che avrebbero poi ispirato le storie del suo primo film, ma si può dire che a metà Duemila non abbia ancora trovato la sua strada. 

La trova proprio con 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, che vince a sorpresa la Palma d’oro e in patria ottiene un successo tale da diventare il film rumeno più visto di sempre. Soprattutto, insieme ai lavori di cineasti della stessa generazione di Mungiu – i cosiddetti “postdicembristi”, cresciuti sotto Ceausescu ma formatisi dopo la rivoluzione dell’89, come Cristi Puiu (The Death of Mr Lazarescu, 2004) o Corneliu Porumboiu (A est di Bucarest, 2006) – il film, che racconta una storia di aborto clandestino e violenza sessuale nella Bucarest del 1987, contribuisce ad affermare la “nuova onda” del cinema rumeno, uno dei fenomeni più significativi del cinema del nuovo millennio. 

A quasi vent’anni dalla violenta fine del comunismo, a inizio Duemila il popolo rumeno è finalmente pronto per fare i conti con il passato e usa il cinema d’autore – fatto di lunghi piani sequenza, di attese e di silenzi, di violenza sottile che restituisce il clima oppressivo del regime – per creare una sorta di seduta di analisi collettiva. 

Per il mondo dei festival è una scoperta straordinaria e destinata a durare a lungo, grazie anche ai successivi lavori di Mungiu: Racconti dell’età dell’oro (2009), film collettivo coordinato dal regista che raccoglie sei leggende metropolitane appartenenti all’ultima era di Ceausescu (chiamata ironicamente “età dell’oro”); Oltre le colline (2012), storia spaventosa, al limite dell’horror, della relazione fra due orfane costrette a crescere in un monastero e divise dalle personalità divergenti, una timida e devota, l’altra aggressiva e morbosa; Un padre, una figlia (2016), vicenda crudele di un padre che fa di tutto per favorire il diploma della figlia e ritratto spietato di una Romania moderna illusa dal progresso ma immersa in un paesaggio di corrotti e corruttori. 

Ora che ha superato i cinquant’anni, Cristian Mungiu è uno dei massimi registi europei e per i giovani cineasti un vero maestro: il suo stile controllato, la tensione morale dei suoi dialoghi, l’attenzione al lavoro con gli attori e la precisione degli ambienti (si veda la ricostruzione filologica degli anni ’80 in 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni) hanno fatto scuola. 

Il suo ultimo film Animali selvatici, presentato lo scorso anno a Cannes e al cinema da giovedì 6 luglio, è ancora una volta un’opera di straordinaria importanza: il titolo originale RMN, che indica la sigla della risonanza magnetica nucleare, richiama ovviamente la stessa Romania ed è un affresco implacabile del nostro presente

Ambientato in una comunità della Transilvania, intreccia questioni legate alla globalizzazione, all’integrazione fra minoranze, alla diaspora dei rumeni verso l’Occidente (ancora…) e all’immigrazione in Romania dall’est asiatico: un’opera-mondo, insomma, che sa vedere i segnali del futuro che vivremo.

STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
giovedì 3 agosto 2023
Alberto Baroni
Gli Spietati

Lo spirito che muove l'ultimo lavoro di Cristian Mungiu si configura nel concetto di disgregazione. Ciò che in apparenza viene immediatamente meno è la comunità, schiacciata sia da entità politiche esterne distanti e cieche, sia da forze xenofobe interne che si dipanano come violente reazioni alimentate dall'istinto di auto-conservazione. La ricaduta inevitabile di questo processo investe, di conseguenza, [...] Vai alla recensione »

NEWS
TRAILER
martedì 6 giugno 2023
 

Torna il regista di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, con una dissezione della natura umana. Dal 6 luglio in sala. Guarda il trailer e il poster »

NEWS
venerdì 26 maggio 2023
 

Il film di Cristian Mungiu riflette sull'intolleranza per comprendere come nasce e si diffonde il razzismo oggi. Vai all'articolo »

CANNES FILM FESTIVAL
domenica 22 maggio 2022
Emanuele Sacchi

Un lavoro mirabile e denso di significati in una società pervasa di tensioni, intolleranze e paure. Fuori concorso al festival di Cannes e dal 6 luglio al cinema. Vai all'articolo »

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