| Anno | 2022 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 97 minuti |
| Regia di | Gianni Di Gregorio |
| Attori | Stefania Sandrelli, Gianni Di Gregorio, Simone Colombari, Agnese Nano, Alberto Testone . |
| Uscita | giovedì 20 ottobre 2022 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,26 su 29 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 13 marzo 2023
Astolfo, un pensionato che dalla vita non si aspettava più niente, viene sfrattato dal suo appartamento e ripara nella vecchia casa di famiglia. Lì incontrerà Stefania e si innamora. Il film ha ottenuto 1 candidatura ai Nastri d'Argento, 1 candidatura a David di Donatello, In Italia al Box Office Astolfo ha incassato 415 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Astolfo è un professore in pensione che vive a Roma in un vecchio appartamento da cui viene gentilente sfrattato. Gli affitti sono lievitati e il professore decide di tornare in provincia, sulle colline di Artena dove è ubicato il palazzo nobiliare di famiglia. I suoi grandi salotti polverosi sono abitati da un povero diavolo caduto in disgrazia come lui. Insieme decidono di affrontare il presente, il sindaco, che ha costruito sulle terre appartenute in un tempo remoto alla sua famiglia, e un prete invadente, che ha murato il suo salone e occupato le sue stanze per la ricreazione. Ma l'amore per Stefania, una bella signora introdotta dal cugino farfallone, scuoterà l'ordinarietà del quotidiano e darà un senso nuovo alla sua esistenza.
Seconda volta fuori porta per Gianni Di Gregorio e quinta volta sullo schermo per il suo personaggio romano, chiamato archetipicamente "il professore".
Un vecchio ragazzo, un po' smarrito e vagabondo, che attraversa la vita con una sorta di candore e di inerzia gioiosa. Un'attitudine che è una dichiarazione di estetica, una maniera di abitare poeticamente il mondo che apre con Astolfo una possibilità. Spalanca un orizzonte nuovo che risale le colline laziali fino ad Artena, un piccolo comune di anime placide. Nel cinema di Di Gregorio le virate in auto sono l'occasione di piccole follie e prendono la forma di digressioni liriche o di escursioni sentimentali.
Erede di un paladino franco che fece l'impresa, quella grande e cavalleresca che lustra il blasone, annette terreni e ritrova il senno di Orlando, Astolfo è l'inverso del suo antenato, una creatura alla ricerca di un riparo. Non cavalca ippogrifi, il professore, ma una Panda che lo conduce lontano dall'agitazione urbana verso un luogo bucolico dove scrive un'altra delle sue avventure, una favola scanzonata, meravigliosamente interpretata, che ha ancora una volta il merito di rendere visibile la vecchiaia.
Se tutte le strade portano a Roma, qualcuna permette di uscirne. Per necessità. Un contratto d'affitto scaduto e una pensione minima. Ma anche lontano dalla capitale, le relazioni umane, l'amicizia e l'aiuto reciproco restano il cuore battente del suo cinema dagli accenti romani affilati. Le espressioni dialettali che punteggiano le sue conversazioni, la sua ironia, la sua grande cultura e la sua 'ignoranza' tranquilla disegnano la sua appartenenza a una città e a un territorio che a questo giro di auto si allarga a comprendere la bella provincia laziale.
"Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia: che quel paese appresso era sì grande, il quale a un picciol tondo rassimiglia a noi che lo miriam da queste bande...". Lo spazio che si apre agli occhi del nostro Astolfo non è la Luna di Ariosto ma come "lassù" ha fiumi, laghi e campagne, città, valli e castelli dove una dama lo attende da sempre. È Stefania (Sandrelli), musa discreta e determinata, che lo innamora.
'Partire con lei' oggi è facile, tanto quanto era complicato spiccare il volo ieri in quell'utopia che era Lontano Lontano, finta partenza aggrappata alle costolette impanate e alla porchetta, al guanciale e al cocomero in piedi. Armato di un passaporto per nessuna parte e mille obiezioni mormorate nella barba, Roma non gli era mai sembrata così lontana. Il professore adesso è altrove con Stefania e un nuovo spirito, lucido e intraprendente.
Gianni Di Gregorio non nasconde niente sotto le borse degli occhi, le rughe della vita, il desiderio che lo assilla e che finalmente soddisfa fuori dalle mura dell'Urbe. Se il regista infonde al suo avatar la stessa nonchalance bonaria, costruendo il suo film su una pacata verve dialogica, Stefania Sandrelli impone ancora la sua bellezza di vergine siciliana, sedotta ma non abbandonata perché Astolfo la porta via con sé. Al ritmo calmo e tranquillo della sua Panda bianca. Un movimento in avanti che lo mette al riparo da qualsiasi sospetto di immobilismo, anche quando si adagia sugli allori di un'italianità senza tempo.
Il cinema di Gianni di Gregorio ricorda per leggerezza e al tempo stesso profondità di stile Jacques Tati, con un personaggio, il professore, emblematico per garbo, qualità dimenticata nella società oggigiorno. Molte delle pellicole, se non la totalità del regista/attore romano classe 1949, hanno il pregio di toccare temi quasi universali che spaziano dalla solitudine umana [...] Vai alla recensione »
Che bello, il cinema a misura d’uomo di Gianni Di Gregorio. Un cinema che respira il tuo stesso respiro, che si muove con i ritmi, con i pensieri che hai anche tu. Un cinema dimesso, sottovoce, in punta di piedi. Un cinema di understatement: ma questa parola a Di Gregorio non piacerebbe molto. Troppo pomposa. Questo è un cinema di pasta e fagioli, di bicchieri di vino bianco, di penne al sugo, di film visti a casa, film vecchi di sessant’anni, che ancora toccano qualche corda del cuore. È un cinema che non dimentica l’indignazione, il senso dell’ingiustizia, persino la rabbia. Ma lo fa con un cinema che vien voglia di definire con una parola desueta: gentile.
In Astolfo, con la sua voce gentile e col suo sorriso mite, Gianni Di Gregorio costruisce addosso al suo corpo di settantenne una storia che potrebbe essere tragica, alla Umberto D: la storia di un pensionato cacciato dalla casa in cui vive, costretto ad andarsene da Roma. Ma è una storia che invece finisce con l’assomigliare a Pane, amore e fantasia, che non a caso viene citato nel film: con Di Gregorio e la Sandrelli che si ritrovano a guardarlo insieme, sullo schermo di un televisorino piccolo, che a vederlo fa quasi tenerezza.
Un uomo di mezz’età che finisce in un paesello, come il maresciallo Vittorio De Sica in quel film del ’53. Ed è, in fondo, lo stesso microcosmo, il mondo a misura di paese. Un mondo che tante commedie, dopo, hanno saccheggiato, hanno ridotto a caricatura.
Qui, la caricatura non la senti. Senti qualcosa di vero. Certo che tutta la storia è una favola, ma è una favola con la grana del reale. La verità della recitazione: quella sorprendente di Alberto Testone – era il protagonista del film di Konchalovskiy Il furore di Michelangelo: qui, Testone è uno squatter garbato, che dice “Saranno sette, ott’anni che sto qua: ma me so’ messo sul divano, il letto tuo non l’ho toccato…”.
Otto anni a dormire sul divano. Vivere, negli interstizi lasciati liberi. In fondo è quello che fanno tutti i personaggi del film. Primo fra tutti, il professore, Gianni Di Gregorio, che torna nella sua casa di famiglia, ma non gli viene in mente di provare a sfrattare l’inquilino abusivo. Anzi, ne diviene amico.
Astolfo, l’avo, quello che campeggia in un dipinto a olio, l’unico non saccheggiato, era un guerriero, capace di conquistare una fortezza “con soli quaranta uomini”. L’Astolfo suo pronipote, quello interpretato da Di Gregorio, combatte solo per la sua minuscola felicità, insieme ai suoi amici, dai volti istoriati dal tempo.
Di Gregorio e i suoi amici – fenomenale Gigio Morra – ricordano i Soliti ignoti di Mario Monicelli; e anche qui, nei casi più disperati, ci si consola con una minestra. Il cibo compare di continuo, miseria e nobiltà del film di Di Gregorio. C’è sempre un momento in cui qualcuno si interrompe per assaggiare qualcosa: “mmm, buono!”. Un cucchiaio di minestra, un bicchiere di vino, un avanzo di tiramisù. Sembra di essere negli anni ’60: e dritta da quel decennio viene anche una decapottabile rossa, una Duetto Alfa Romeo come quella del Laureato con Dustin Hoffman. Si respira aria da anni ’60, ma è come se fossero quegli anni lì, tutti sgualciti.
E poi, ci sono i battiti che accelerano, quando entra in scena Stefania Sandrelli. Che riesce a essere due donne in una: la signora con l’anima appassita dal tempo, ma anche la ragazzina che correva sul lungomare di Viareggio. Riesce ad avere ancora delle esitazioni, delle timidezze, dei fremiti da ragazzina.
Astolfo, il protagonista del nuovo film di Gianni Di Gregorio, deve il suo nome a un prode antenato il cui ritratto campeggia su una delle poche pareti intatte della vetusta magione di famiglia, incastonata nel centro storico di un ridente paesello a pochi chilometri da Roma (ad Artena, per la precisione, sulle prime propaggini dei monti Lepini). Astolfo ha dovuto tornarci obtorto collo, dopo una vita [...] Vai alla recensione »