| Titolo originale | Serre-moi fort |
| Titolo internazionale | Hold Me Tight |
| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 97 minuti |
| Regia di | Mathieu Amalric |
| Attori | Vicky Krieps, Arieh Worthalter, Anne-Sophie Bowen-Chatet, Sacha Ardilly Juliette Benveniste, Aurèle Grzesik, Aurelia Petit, Erwan Ribard, Samuel Mathieu, Cuca Bañeres Flos. |
| Uscita | giovedì 3 febbraio 2022 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Movies Inspired |
| MYmonetro | 3,26 su 29 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 24 gennaio 2022
L'adattamento cinematografico di un'opera teatrale di Claudine Galea. Il film ha ottenuto 2 candidature a Cesar, In Italia al Box Office Stringimi forte ha incassato 110 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Se ne va una mattina presto Clarisse. Non sappiamo dove, non sappiamo perché. Davanti la strada, dietro due figli e un marito a cui tocca trovare le parole per dire l'assenza. Marc prepara un'altra colazione e cerca un senso per aiutare i ragazzi a continuare. Lucie col suo piano, Paul con le sue domande. Clarisse guida, vuole vedere il mare mentre immagina i suoi figli crescere e Marc invecchiare. Ma niente è come appare. I dettagli si accumulano con le polaroid e i ricordi, i luoghi e i volti, le melodie e gli oggetti, confusi, riordinati e di nuovo mischiati. Forse Clarisse non è mai partita.
Adattato liberamente da una pièce teatrale di Claudine Galéa ("Je reviens de loin"), Stringimi forte è la storia di "una donna che parte" o che sembra partire. La storia destrutturata di una sposa che custodisce un segreto 'musicato' a turno da Chopin, Debussy, Rameau, Ravel, Beethoven, Mozart, Rachmaninov.
Le note musicali, onnipresenti, sono il filo conduttore dell'emozione, dirigono il film verso una 'montagna' di dolore, svolgono un film che ne contiene due. Due film che raccontano la stessa fuga ma nel primo una donna fugge dalla casa dove vive con suo marito e i suoi figli, nel secondo fugge la loro assenza.
Difficile venire a capo della nuova e radicale opera di Mathieu Amalric senza rivelare troppo allo spettatore. Non si tratta di twist o di rivelazioni, ma del momento in cui comprendiamo cos'è davvero Stringimi forte. L'attimo in cui un film vince sull'altro, una delle due ipotesi è una proiezione mentale la cui logica ha tuttavia una sua legittimità. Prima, le due trame se la disputano al montaggio e in un tempo opaco dove i morti vivono e i vivi sono 'assenti'. Il racconto avanza, si arresta, fa marcia indietro, raddoppiato fino al punto di non sapere chi è il fantasma dell'altro.
Come aveva già fatto con Barbara, un anti-biopic caleidoscopico che coniugava più contesti, l'autore francese realizza un altro film che si prende tutto il tempo per disegnare il suo motivo. Un cinema di frammenti il suo già all'opera in La camera blu, 'schermo' quadrato, ossessione divorante, illusione ottica, immagini come carte da giocare. Stringimi forte rinforza la nota melodrammatica e abbraccia l'assenza. Imbarcato con la sua protagonista in un tourbillon interiore, il film materializza i suoi pensieri, i suoi desideri, le sue paure, l'abisso insondabile che fugge a bordo di una vettura vintage, precipitato di una vita fa e veicolo di una fuga disperata, di una ricerca tragica, di una liberazione.
Perché qualcosa è accaduto, un sisma ha mandato in frantumi il mondo di Clarisse, scandito fino a ieri da piccole cose, dalle crêpes alle dispute a colazione. Il soggetto del film è il sisma stesso che Amalric mette in forma ricomponendo progressivamente lo choc. Un'onda d'urto che ha spazzato lontano cuori, corpi, emozioni. C'erano una casa, due auto, l'estate al mare, l'inverno in montagna, c'era una famiglia di cui Clarisse era l'epicentro. Adesso, salda al volante, è erranza geografica e mentale. Ma cos'è accaduto? La morte è passata e Amalric indaga confidando nel potere del cinema e nell'intelligenza dello spettatore.
Vicky Krieps, scoperta tra le pieghe de Il filo nascosto, incarna la catastrofe intima che attraversa il suo personaggio. Diafana e terrena, ordinaria e straordinaria, ostinata e perduta, disperata e indistruttibile, qui e altrove, conduce con grazia un film di ombre e luci, di echi tra due sposi. Clarisse sussurra a Marc (Arieh Worthalter) e lui la sente.
Una trovata vertiginosa e in voce off fa dialogare la protagonista col marito assente, una sorte di telepatia che lega passato, presente e avvenire, un avvenire che non avrà mai luogo. L'attrice non forza mai le lacrime, i singhiozzi, le emozioni. La sua fragilità passa per la sua maniera di afferrare un oggetto, di ascoltare la voce di dentro, di abbandonarsi a un bicchiere come alla follia. Piena di dignità, Clarisse deve flirtare coi limiti della ragione per potersi pensare, per potersi vedere vivere negli anni che le restano. Viva, morta o folle, la sua intensità non è mai isterica e lascia il campo all'espressione di una maternità distrutta, prima della ricomposizione della sua esistenza.
A bordo di una AMC Pacer rossa del '79, che sembra disegnata per un road-movie e in risonanza fantasmatica con la Saab 900 di Drive My Car, la protagonista 'mette in scena' i suoi fantasmi, parla con sua figlia, discute con suo marito, assecondata da una regia che rappresenta quello che continua a esistere lontano dal suo sguardo. Ma tutto quello che vive sulla superficie del film passa nella sua testa. Quasi impossibile distinguere il sogno dal vero perché l'autore mostra tutto dentro una dimensione reale, anche i morti.
I fantasmi non sono stilizzati e nemmeno estetizzati, sono altrettanto reali, veri. Mathieu Amalric si conferma un grande autore, oscurato soltanto dal suo essere un grande attore. Ma quello del comédien è forse il punto osservazione migliore per nutrire il regista che vuole essere prima di tutto.
Nell'impresa lo affianca un'équipe all'altezza della sua visione che propone questa volta un trattamento originale del lutto. Un'immaginazione che dice la 'mancanza' distraendo dal dolore. La fotografia velata e attutita di Christophe Beaucarne assimila presenza e assenza, reale e immaginario, passato e presente, mescolando le temporalità, destabilizzando il racconto ma mantenendo la strada. E lungo la strada, Stringimi forte procede per associazioni di idee e di motivi, fino al 'disgelo' e alla rivelazione del mistero, fino a riconnettere un'eroina inconsolabile con la vita e con chi ama più di tutti.
Una mattina Clarisse si alza dal letto lasciando il marito ancora disteso, visita rapidamente la camera dei figli ancora nel sonno, prende le chiavi della vecchia auto nel garage e si allontana rapidamente da casa senza farvi più ritorno.Come li cambierà il tempo per abituarli alla reciproca assenza?Questa sembra la domanda esistenzialista che ruota attorno ad una melodramma fantasmatico che fa il [...] Vai alla recensione »
Con Stringimi forte, ottavo film da autore, Mathieu Amalric reinventa il ‘film di fantasmi’ e abbandona la continuità temporale a favore di una composizione più emozionale che descrittiva, e quelle emozioni si rivelano un’incredibile risorsa cinematografica.
Presentato nel luglio 2021 nella nuova sezione ufficiale Cannes Première, Stringimi forte esce in sala il 3 febbraio. Per l’occasione abbiamo ‘incontrato’ Mathieu Amalric che ci ha raccontato la genesi e il trattamento di un’opera intrinsecamente cinematografica ma adattata da un testo teatrale.
Rebus della sofferenza e della liberazione, il nuovo film di Amalric, la cui eccellente carriera d’attore ha quasi finito per mettere in ombra i suoi successi d’autore (da La camera azzurra a Barbara, passando per Lo stadio di Wimbledon), è un melodramma vertiginoso in forma di patchwork temporale. È la storia di una donna che fugge. Una mattina infila la porta e se ne va, lascia in silenzio suo marito e i suoi due figli. Ma forse si tratta di un’altra cosa, lo scopriremo lungo la strada e attraverso la conversazione con l’autore che ci invita a “lasciare andare”. Perché il nostro immaginario ludico e amoroso può salvarci, in tutti i sensi.
Nel frammento lei ha trovato una forma ideale per mettere in scena una vita. Penso naturalmente a Stringimi forte ma anche a La camera azzurra e a Barbara. All’esaustività preferisce da sempre l’evocazione di una vita ‘in pezzi’. Può spiegarmi questo processo ? La sua maniera di ‘lavorare’ l’amore, la vita e la morte ?
Nel caso di Stringimi forte questa maniera di procedere per ‘morsi’ di vita nasce direttamente dalla pièce che Claudine Galea aveva scritto nel 2003 per il teatro. In un certo senso deriva anche dalla lettura che ne feci la prima volta piangendo. Ho pianto molto leggendola e trovo ancora difficile dire perché, credo abbia toccato un nervo in me. Una corda che mi ha spinto a scrivere un testo che non avevo pensato per forza per il cinema. Solo dopo, qualche tempo dopo, ho capito il suo potenziale, cosa sarebbe potuto diventare sullo schermo. Ma i ‘frammenti’ di vita di cui parla erano già tutti nel testo di Claudine, c’era già tutto il senso donato alla vita e alla morte, c’era una protagonista colta in un momento di dolore dove il tempo e lo spazio non esistono più, dove solo il passato e le proiezioni di un futuro che non esisterà mai, le permetteranno di mettere un piede davanti all’altro, di restare in piedi.
Quando viviamo una separazione amorosa, ad esempio, siamo completamente dislocati, abbiamo un deliro nella testa, un delirio che altera i nostri ricordi passati, pensiamo a tutte le cose che ci mancano dell’altro, trasformiamo la materia. Funziona come quella tavola usata nelle sedute spiritiche, ci sono delle cose che arrivano all’improvviso, così di colpo, sappiamo benissimo che non sono vere, che quella non è la realtà ma abbiamo bisogno di crederci. Siamo in piena negazione ed è esattamente quel rifiuto, quella difficoltà ad accettare che mi interessava. Volevo mettere in scena il ‘gesto di immaginazione’ della mia protagonista. Clarisse sa che niente è vero ma vuole crederci e ho l’impressione che anche il pubblico finisca per cedere guardando il film sullo schermo, nel buio della sala.
In fondo, al cinema finiamo sempre per credere a personaggi che non sono reali. Quando guardiamo un film sembra che lo siano, adoro quell’atto di fede davanti a un film e volevo lavorare proprio su quella fede, sul crederci nonostante tutto. A quel punto che mi sono chiesto come farlo, come potevo trasformare in cinema tutto questo. Il cinema poteva esaltare quel processo, creare fantasmi, creare il mélo. Un melodramma al galoppo però, dove la protagonista avanza, non volevo filmarla tutto il tempo nella sofferenza, volevo che Clarisse facesse delle cose, fosse attiva, inventiva.
Il mio film non è un’ode alla morte, lavora su una pulsione che abbiamo tutti, talmente più forte della morte, una pulsione che va verso la vita. Quell’impulso è impressionante, è una cosa dell’essere umano che mi tocca profondamente. Un giorno qualcosa di assolutamente catastrofico ci casca addosso e ‘urliamo’ che “non può essere vero”, “dimmi che non è vero”, chiediamo quasi sorridendo, ecco sono partito da quel sorriso, da quel frammento. Ho deciso di partire da lì.
Partendo dalla pièce Je reviens de loin, Mathieu Amalric gira un film composito che costruisce, pezzo per pezzo, frammento per frammento - facendone il mosaico cangiante di un dolore -, il racconto di una difficile elaborazione del lutto, un percorso tormentato che passa attraverso tempi diversi e diversi livelli di realtà e immaginazione. Perché quella che sembra iniziare come la storia di una donna [...] Vai alla recensione »