| Titolo originale | Ang Hupa |
| Titolo internazionale | The Halt |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Filippine |
| Durata | 276 minuti |
| Regia di | Lav Diaz |
| Attori | Hazel Orencio, Joel Lamangan, Piolo Pascual, Shaina Magdayao, Pinky Amador Mara Lopez (II), Noel Miralles, Earl Ignacio, Adrienne Vergara, Ian Lomongo, Ely Buendia, Joel Saracho, Philip Heremans, Susan Africa, Dolly De Leon, Bart Guingona, Mayen Estanero, Lilit Reyes, Ashton Llarenas, Jonathan O. Francisco, Don Melvin Boongaling. |
| Tag | Da vedere 2019 |
| MYmonetro | 3,60 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 10 luglio 2019
Il regista si immagina un futuro in cui il continente è devastato e le città sono governate da pazzi.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nell'anno 2034 il Sud-est asiatico è piombato in una notte perenne a causa delle potentissime eruzioni vulcaniche che tre anni prima hanno coinvolto il mare di Celebes e della polvere di lava che ha oscurato il sole. L'epidemia di un'influenza sconosciuta ha decimato le popolazioni e nelle Filippine il potere è nelle mani di un dittatore folle che governa con la paura e la violenza. Alcune sacche di resistenza permangono, ma l'azione di repressione è implacabile.
Il cinema estatico, fluviale, politico di Lav Diaz entra con The Halt nel regno della fantascienza e della distopia. Il regista filippino non rinuncia comunque all'ossessione per l'identità e la storia nazionale delle Filippine e allo stile inconfondibile che un po' alla volta lo ha imposto all'attenzione dei festival internazionali.
Nel suo nuovo film il dittatore che detiene il potere si chiama Nirvana Reyes Navarra: è spietato, ridicolo e ricorda da vicino sia Ferdinand Marcos, dittatore delle Filippine che nel 1972 impose la legge marziale, sia l'attuale presidente Rodrigo Duterte, forte di un consenso popolare che nasce da una politica populista e dalla propaganda che impone l'idea di una continua emergenza nazionale. È chiaro dunque che la distopia costruita da Lav Diaz è più che altro un monito per i tempi che viviamo: la catastrofe raccontata da The Halt non è causata tanto dal cataclisma naturale quanto dal potere politico e militare che sfrutta l'oscurità generata dalle eruzioni per schiacciare la popolazione. La presenza di droni che volano sopra le strade e le case scrutando ogni cosa esprime un'idea di continua paranoia, mentre la spietatezza dei militari (e in particolare delle due consigliere del dittatore, Martha e Marissa) mette a nudo una debolezza connaturata all'idea stessa di potere: The Halt è soprattutto la storia di un Paese vicino alla sua fine, decadente e dunque ancora più violento.
Lo stile inconfondibile e immutato di Lav Diaz, fatto di lunghissimi piani fissi, di dialoghi insistiti, di immagini in bianco e nero splendidamente concepite nei rapporti fra luce e oscurità, di una durata oltre gli usuali parametri del cinema, è l'espressione di una forma di resistenza popolare e arcaica. I tempi dilatati sono quelli del mito e della tradizione orale, come ormai abbiamo imparato a riconoscere, mentre la repressione appartiene a un passato che le Filippine hanno dimenticato e che torna come rimosso nel futuro raccontato dal film. Non è un caso che i personaggi della resistenza soffrano di problemi alla vista e di privazione della memoria. Alle loro spalle c'è un «cataclisma dell'anima filippina» e il popolo stesso, accecato dalla notte perenne, sembra convivere con l'idea di una dittatura immutabile. Il limite maggiore del cinema di Lav Diaz, che sta nella raffigurazione mai ambigua o contraddittoria degli strati più poveri della popolazione, sempre sfruttati e unitari nella loro sofferenza, in The Halt viene però ribadita e al tempo stesso superata. È infatti grazie a un gruppo di cittadini assetati di sangue fresco che dalla lunga notte emerge una vera opposizione al regno morente di Navarra: e quel sangue non è solo un richiamo alla storia del '900 e ai suoi massacri, ma nella sua purezza è anche la possibilità di un futuro rinnovato per l'umanità. «Non fidarti di ciò che sai», si sente a un certo punto dire nel film: un invito che Lav Diaz ha rivolto soprattutto a se stesso e al pericolo di uno stile e di una visione politica sempre di grande potenza, ma innegabilmente a rischio di ripetizione.
The halt è un film duplice, è talmente duplice che è a sua volta un doppio. Un doppio di Season of the Devil, per l'esattezza, che lo precede di appena due anni e con cui va a formare un dittico unico straordinariamente complementare, costituendo un rapporto di reciprocità simbiotica. The halt è quindi l'altra faccia, o meglio, l'altra testa (perché autonoma) di Season of the Devil, che già vedeva [...] Vai alla recensione »