Lemonade

Film 2018 | Drammatico 88 min.

Regia di Ioana Uricaru. Un film Da vedere 2018 con Malina Manovici, Dylan Smith, Steve Bacic, Milan Hurduc, Ruxandra Maniu. Cast completo Titolo originale: Lemonade. Genere Drammatico - Romania, Germania, Canada, Svezia, 2018, durata 88 minuti. Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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La faticosa giornata di una giovane rumena emigrata da poco negli Stati Uniti d'America. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Spirit Awards,

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 4,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
ASSOLUTAMENTE SÌ
Una disanima di meccanismi politici e sociali, che si rivelano più angoscianti di un thriller.
Recensione di Andrea Fornasiero
domenica 25 febbraio 2018
Recensione di Andrea Fornasiero
domenica 25 febbraio 2018

Mara, una madre single rumena, si trova in una cittadina degli Stati Uniti, dove si è da poco sposata con un suo ex-paziente, reduce da un infortunio sul lavoro. Fa richiesta per la green card, ma il funzionario che deve decidere se accogliere o meno la sua domanda si dimostra da subito piuttosto scettico sulla genuinità del sentimento di Mara per il marito - al momento impotente - e dunque del suo matrimonio. La donna però è tanto ottimista da far arrivare il figlio in America e da vendere la loro casa in Romania, così quando il funzionario inizia a comportarsi in modo sempre più molesto la situazione della donna appare senza via d'uscita. Troverà però l'aiuto di un avvocato.

Opera dai temi doppiamente caldi, Lemonade di Ioana Uricaru, affronta tanto la questione dei rigidi controlli dell'immigrazione americana dell'era Trump (che pur non viene mai nominato), quanto gli abusi di potere sulle donne.

Il film è prodotto da Cristian Mungiu, con cui la regista, qui al suo primo lungometraggio, aveva realizzato uno dei segmenti di Racconti dell'età dell'oro. Il titolo Lemonade si riferisce a un celebre modo di dire americano (recentemente citato anche da Beyoncé per il titolo di un suo album): "se la vita ti dà solo limoni, fai una limonata". È un precetto che segue anche Mara, mettendo in pratica l'arte di arrangiarsi come prima di lei hanno fatto immigrati della più diversa provenienza. Lo fa però con un'astuzia sorprendente dimostrando di aver effettivamente capito i tranelli e le opportunità del sistema America.
Il film è stilisticamente fedele all'impronta di Mungiu e del nuovo cinema rumeno in generale, con lunghi dialoghi che lasciano lentamente affiorare il proprio sottotesto e spesso mettono la protagonista progressivamente alle corde. Mancano qui vezzi stilistici e piani sequenza, in favore di un rigore che punta all'asciuttezza del racconto, quasi volesse mettere in scena una realtà nuda e cruda, nonostante sia opera di finzione. Sia il tema della corruzione governativa, sia quello degli abusi degli uomini di potere sulle donne non sono poi nuovi nel cinema rumeno, a partire proprio dall'exploit di Mungiu con 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, dove il viscido abortista chiedeva favori sessuali in cambio dei suoi servizi.

Qui però non siamo nella Romania di Ceaușescu bensì negli Stati Uniti di oggi ma, come ci insegna la cronaca, se un uomo può approfittare di una donna non è escluso che lo faccia. Del resto è il sistema stesso che glielo permette, fornendogli in questo caso una discrezionalità eccessiva nel decidere delle sorti dell'immigrata. Per altro se il funzionario è fin troppo libero da vincoli, le cose non vanno molto meglio con la polizia, che segue rigidamente il proprio protocollo con risultati altrettanto disumanizzanti. Una coppia di agenti, infatti, impedisce alla madre di parlare al figlio e di toccarlo, obbligandola a tradurre al bambino solo le loro domande, finché la situazione non apparirà chiarita in modo soddisfacente ai poliziotti. Per inciso i due agenti sono una donna bianca e un uomo nero, a riprova che i meccanismi del potere sono più forti dell'empatia femminile o tra minoranze etniche.
Mara non dirà però al figlio che gli agenti hanno sbagliato, bensì che ha sbagliato lei a lasciarlo solo, perché ha capito che per sopravvivere deve prima di tutto apprendere le regole del gioco, poco importa che siano giuste o sbagliate. Considerato il suo pragmatismo rimane poi dubbio il rapporto con il marito, che lei tratta con gentilezza e forse ama davvero, o forse la sua è solo riconoscenza. Un'ambiguità che però è del tutto in linea con un film che saggiamente non cerca di scavare nei sentimenti della protagonista, interpretata da Mălina Manovici, già vista in Un padre, una figlia sempre di Mungiu. Lemonade è piuttosto una disanima di meccanismi politici e sociali, che si rivelano più angoscianti di un thriller.

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