| Titolo originale | Wilders |
| Anno | 2017 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Gran Bretagna, USA, Germania, Paesi Bassi |
| Durata | 91 minuti |
| Regia di | Stephen Robert Morse, Nicholas Hampson |
| Attori | Rutger Bregman, Sietse Fritsma, Pamela Geller, Roger Griffin, Daniel Pipes Tim Stanley, Noureddine Steenvoorden, Koen Vossen, Geert Wilders, Zihni Özdil. |
| Distribuzione | CineAgenzia |
| MYmonetro | 2,80 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 16 ottobre 2018
Una conversazione con Geert Wilders, leader della destra olandese, diventato famoso negli ultimi anni per le sue posizioni anti-Islam e anti-immigrazione.
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CONSIGLIATO SÌ
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Noto ai media di tutto il mondo come il Trump europeo, Geert Wilders è attualmente a capo del Partito per la Libertà, seconda forza politica in Olanda. Si è fatto strada nel panorama internazionale professando la sua intolleranza nei confronti dell’Islam e dell’immigrazione ben prima di altri movimenti di destra europei. Da cinque anni vive ormai sotto scorta, perennemente minacciato da esponenti dell’ISIS e dalle comunità islamiche più estreme su suolo olandese. Ha acconsentito a sorpresa di raccontarsi in questo documentario a ridosso dell’elezioni del 2017 che lo hanno visto protagonista e falsamente sconfitto.
I due registi americani Nicholas Hampson e Stephen Robert Morse hanno mantenuto un profilo molto basso, lasciando che fosse la dialettica di Wilders a guidare la conversazione.
Se da una parte questo è positivo perché permette alla personalità dell’intervistato di fuoriuscire senza filtri, dall’altra si perde l’opportunità di dare un piglio più incisivo a tutta l’opera.
Sebbene infatti gli interventi di alcuni esponenti politici e giornalisti si intervallino ai monologhi di Wilders, è il leader del Partito della Libertà a catalizzare tutta l’attenzione, rendendo i tentativi di vanificare le sue opinioni del tutto inefficienti dal punto di vista comunicativo. Si rimane quindi con la voglia di saperne ancora di più, di capire in che modo la destra in Occidente abbia conquistato così tanto consenso quando, come nel caso dell’Olanda, non sussisteva nessuno stato di crisi. Le domande fatte dai registi non sono sufficienti a far emergere tutto il potenziale culturale della questione che rimane attaccato all’immagine patinata che lo stesso Wilders ha costruito su stesso.
Serviva un po’ di coraggio in più per rendere il documentario d’impatto, ma a questa operazione non si può negare il fatto di aver mostrato una faccia dell’Europa ambigua e populista con cui sarà necessario il confronto nei prossimi anni. Un buon ritratto del politico che equivale ad un primo passo per interrogarsi sui cambiamenti di questi tempi, sul ruolo dei media e dell’opposizione e sulle influenze politiche tra un paese e l’altro. Lo sguardo americano fuoricampo dei due realizzatori ha reso quest’ultimo passaggio molto chiaro: Wilders come Trump, atteggiamenti simili in paesi differentissimi. Notifica di un appiattimento del ragionamento politico che non ha, attualmente, nazionalità.