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Ultimo aggiornamento mercoledì 14 maggio 2014
Tratto dal libro di Mara Leveritt "Devil's Knot: The True Story of the West Memphis Three", una drammatica storia vera avvenuta negli Stati Uniti. In Italia al Box Office Fino a prova contraria - Devil's Knot ha incassato nelle prime 5 settimane di programmazione 707 mila euro e 229 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO NÌ
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A West Memphis, un gruppo di bambini scompare sulla strada del ritorno da scuola a casa. Le ricerche della polizia portano all'orrenda verità: i bambini sono stati seviziati e uccisi. Sulla cittadina cala l'orrore e si scatena la caccia al colpevole, individuato dalle forze dell'ordine in tre ragazzi amanti del metal e di rituali vicini alla stregoneria. Un investigatore privato indaga sul caso e, resosi conto dell'inconsistenza delle prove a carico dei ragazzi, decide di aiutare i loro avvocati a salvarli dalla pena di morte.
Non capita spesso che la trasposizione cinematografica di un fatto di cronaca sia preceduta da un documentario sullo stesso argomento. Nel caso di Fino a prova contraria i documentari sono addirittura quattro: tale è stato lo shock per la vicenda dei West Memohis Three - così sono stati ribattezzati i presunti colpevoli di omicidio - e per la sua sbrigativa risoluzione giudiziaria da spingere Joe Berlinguer e Bruce Sinofsky a girare Paradise Lost, indagine sui fatti occorsi tesa a dimostrare l'innocenza dei ragazzi condannati a morte. Un successo clamoroso che ha portato a due sequel e alla riapertura del caso (l'ultimo episodio è sulla definitiva scarcerazione dei tre), prima che anche Peter Jackson si muovesse per produrre la sua versione dei fatti, West of Memphis, affidata alla regia di Amy Berg.
Per Atom Egoyan si profilava quindi un compito particolarmente arduo, quello di rispettare i fatti di cronaca e i lavori precedenti, e insieme di fornire un senso a una nuova versione della storia, che riuscisse ad andare oltre i limiti che il cinema del reale non può valicare. Forse è proprio questo crocevia di difficoltà ad aver bloccato il regista, alle prese con uno script evidentemente rimaneggiato più volte e con una produzione non in grado di fornire un cast di supporto all'altezza di protagonisti di alto profilo come Reese Witherspoon e Colin Firth, peraltro ingabbiati in ruoli bidimensionali, in cui faticano a dimostrare le proprie doti (benché non manchi di interesse il tentativo della Witherspoon di reboot di una carriera nei panni di una dimessa casalinga di provincia).
Il tema è caro a Egoyan, in un certo senso è ricorrente nella sua filmografia: l'innocenza violata, vite stroncate sul nascere che causano lacerazioni che non si possono ricucire. Così fu per i morbosi rapporti edipici di Exotica, o per il paese distrutto dalla tragedia de Il dolce domani (e con uno scuolabus si apre anche Fino a prova contraria), o ancora per il serial killer de Il viaggio di Felicia. Un tema che l'autore sente come intimamente suo, ma che pare un ostacolo alla sua creatività, nel momento in cui è da considerare la fedeltà alla vicenda e non sono consentite fughe artistiche. Sull'approfondimento dei personaggi e l'indagine più strettamente cinematografica, ovvero la capacità di mostrare ciò che non è atteso o di permettere di visualizzarlo ricorrendo a metafore e immagini suggestive, prevalgono la bidimensionalità del legal thriller e la logica del whodunit, che ripercorre fatalmente ipotesi e suggestioni già offerte da Paradise Lost e seguiti.
La traccia del diabolico e del suo celarsi nei luoghi più inattesi, anziché in quelli indicati da un paese desideroso di una nuova caccia alle streghe, resta solo accennata e svolta con scolastici accostamenti di montaggio (Skip James e Robert Johnson, il diavolo nel blues, quasi in qualità di MacGuffin sul personaggio di Firth e contrapposti all'heavy metal tenuto costantemente fuori campo e invece oggetto centrale della crociata). Egoyan ha di fronte a sé un microcosmo che sembra appartenere alle pagine ingiallite di Hawthorne ma invece è presente nel nostro tempo e segue regole fuori da ogni logica, eppure sembra non riuscire a comprenderlo fino al punto di poterlo esorcizzare. Fino a una risoluzione titubante, che si rifugia nell'allusione e in una lunga appendice esplicativa sui titoli di coda, aumentando ulteriormente la distanza tra la forza dell'inquietudine palpabile emanata dai personaggi reali della vicenda dei West Memphis Three e la assai meno cinematografica traduzione in immagini operata dal regista.
Scolastica trasposizione cinematografica di una vicenda realmente accaduta in cui l’errore giudiziario si intreccia drammaticamente con la negligenza investigativa delle forze di polizia. Sullo sfondo risalta la forza condizionante di un’opinione pubblica che spietatamente punta il dito contro chi appare come il più “comodo” colpevole.
Tre bambini di 8 anni si infilano a giocare nei boschi selvaggi dell'Arkansas. Verranno ritrovati orrendamente seviziati. La comunità di West Memphis vuole colpevoli: tre famigerati adolescenti accusati di satanismo sembrano perfetti. E se non fosse così facile distinguere vittime e carnefici? Era il 1994. Nel 2011 i tre condannati saranno rilasciati.