Shahada

Film 2010 | Drammatico 88 min.

Regia di Burhan Qurbani. Un film con Carlo Ljubek, Jerry Hoffmann, Maryam Zaree, Marija Skaricic, Sergej Moya. Cast completo Genere Drammatico - Germania, 2010, durata 88 minuti. Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Il film è stato presentato al Festival di Berlino 2010.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
CONSIGLIATO SÌ
Un'opera prima capace di riflettere sul rapporto tra fede e realtà sociale.
Recensione di Giancarlo Zappoli
mercoledì 17 febbraio 2010
Recensione di Giancarlo Zappoli
mercoledì 17 febbraio 2010

Nel corso di una retata di clandestini ai mercati generali di Berlino le vite di tre giovati nati in Germania ma di religione musulmana sono destinate a mutare profondamente. Ismail, un poliziotto di origine turca mette in discussione la propria fedeltà alla divisa e alla propria moglie nel momento in cui si sente attratto dalla immigrata illegale Leyla. I due si erano già incontrati precedentemente in una situazione tragica. Sammi soffre per il dissidio interiore del voler continuare ad appartenere all'Islam mentre prova una forte attrazione omosessuale per un compagno di lavoro. Trova conforto nelle parole dell'Imam, uomo liberale il quale deve confrontarsi con la Maryam la quale, dopo essersi procurata un aborto illegalmente, sta precipitando nell'integralismo più rigoroso.
Diciamolo subito: si sente il bisogno di opere prime come questa di Burhan Qurbani dal titolo che si rifà alla dichiarazione di fede del Corano: "Non c'è altro dio oltre Allah e Maometto è il suo profeta". Perché il regista di origine afgana (che vive con la famiglia in Germania da quando fuggirono la vigilia di Natale del 1979 un giorno prima che l'Armata Rossa entrasse nel Paese) riesce a mostrare con profonda umanità il sofferto cammmino che richiede quel processo che definiamo integrazione. Ognuno dei suoi personaggi è lacerato da contraddizioni tra il proprio re-agire nei confronti degli eventi e la fede religiosa a cui fare riferimento. Nessuno di loro però viene assunto quale facile simbolo di una condizione di vita.
Qurbani non ha alcuna intenzione moralistica. È mosso semmai da uno sguardo carico di quella pietas di cui il vero cinema ha bisogno quando avvicina i propri dispositivi narrativi alla carne e al sangue (che qui non è assente) degli esseri umani reali con i loro travagli. Non cerca né martiri né lancia accuse. Percorre (a fianco dei suoi protagonisti uniti da una stessa fede ma separati dalla visione che di essa ne hanno e dalla necessità di calarla nella quotidianità di una società occidentale) una strada non facile. Sa farlo senza mai perdere di vista il senso di umanità che sempre ci dovrebbe accompagnare quando proviamo a calcare le strade del mondo (e quelle del cinema) calzando scarpe altrui.

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