| Titolo originale | The King's Speech |
| Anno | 2010 |
| Genere | Storico, |
| Produzione | Gran Bretagna, Australia |
| Durata | 111 minuti |
| Regia di | Tom Hooper |
| Attori | Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle Derek Jacobi, Michael Gambon, Timothy Spall, Anthony Andrews, Eve Best, Mary Robinson (II), Harry Sims (II), James Currie, Jasmine Virtue, Dominic Applewhite, Filippo Delaunay, Freya Wilson, Naomi Westerman, Dick Ward, Sean Talo, Mark Barrows, Anna Reeve Cook, Tim Downie, Max Callum. |
| Uscita | venerdì 28 gennaio 2011 |
| Tag | Da vedere 2010 |
| Distribuzione | Eagle Pictures |
| MYmonetro | 3,53 su 18 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 13 dicembre 2018
Argomenti: Royal Family
L'impegno di Re Giorgio VI per superare una balbuzie nervosa con l'aiuto del logopedista Lionel Logue. Il film ha ottenuto 12 candidature e vinto 4 Premi Oscar, ha vinto un premio ai Nastri d'Argento, ha vinto un premio ai David di Donatello, 7 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 14 candidature e vinto 6 BAFTA, 5 candidature e vinto 3 European Film Awards, 1 candidatura a Cesar, 11 candidature e vinto 2 Critics Choice Award, 4 candidature e vinto 2 SAG Awards, Il film è stato premiato a AFI Awards, In Italia al Box Office Il discorso del re ha incassato 8,7 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Duca di York e secondogenito di re Giorgio V, Bertie è afflitto dall'infanzia da una grave forma di balbuzie che gli aliena la considerazione del padre, il favore della corte e l'affetto del popolo inglese. Figlio di un padre anaffettivo e padre affettuoso di Elisabetta (futura Elisabetta II) e Margaret, Bertie è costretto suo malgrado a parlare in pubblico e dentro i microfoni della radio, medium di successo degli anni Trenta. Sostituito il corpo con la viva voce, il Duca di York deve rieducare la balbuzie, buttare fuori le parole e trovare una voce. Lo soccorrono la devozione di Lady Lyon, sua premurosa consorte, e le tecniche poco convenzionali di Lionel Logue, logopedista di origine australiana. Tra spasmi, rilassamenti muscolari, tempi di uscita e articolazioni più o meno perfette, Bertie scalzerà il fratello "regneggiante", salirà al trono col nome di Giorgio VI e troverà la corretta fonazione dentro il suo discorso più bello. Quello che ispirerà la sua nazione guidandola contro la Germania nazista.
Dopo aver raccontato la storia della Rivoluzione americana in nove ore, dentro una mini-serie e attraverso gli occhi del secondo presidente degli States (John Adams), Tom Hooper volge lo sguardo verso il vecchio continente, colto in tribolazione e alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale. Al centro del palcoscenico la cronaca del malinconico e addolorato Duca di York, figlio secondogenito dell'energico Giorgio V, inchiodato dalla balbuzie e da una complessata inferiorità di fronte allo spigliato fratello maggiore David. Crogiolo d'angoscia (im)medicabile e di squilibri emotivi sono quelle esitazioni, quei prolungamenti di suoni, quei continui blocchi silenti che impediscono a Bertie di esprimersi adeguatamente, ingenerando una sensazione di impotenza.
Il regista britannico si concentra sul vissuto interno del protagonista, rivelando le conseguenze emotive del disagio nel parlato ai tempi della radio e in assenza del visivo. Il discorso del re non si limita però a drammatizzare la stagione di vita più rilevante del nobile York e relaziona un profilo biografico di verità con un contesto storico drammatico e dentro l'Europa dei totalitarismi, prossima alle intemperanze strumentali e propagandistiche di Adolf Hitler. Non sfugge al re sensibile di Colin Firth e alla regia colta di Hooper l'abile oratoria del Führer, che intuì precocemente le strategie di negoziazione tra ascoltatore e (s)oggetto sonoro, il primo impegnato nel tentativo di ricostruire l'immagine della voce priva di corpo, il secondo istituendo un rapporto di credibilità se non addirittura di fede con la voce dall'altoparlante.
Se il mondo precipitava nell'abisso non era tempo di guardare al mondo con paura, soprattutto per un sovrano. Bertie, incoronato Giorgio VI, doveva ricucire dentro di sé il filo interrotto della relazione con l'altro, affrontando il suo popolo dietro al microfono e l'immaginario radiofonico. Fu un illuminato e poco allineato logopedista australiano a correggere il "mal di voce" di un re che voleva imporsi al silenzio. Lionel Logue sostituì col metodo il protocollo di corte, educando la balbuzie del suo blasonato allievo e incoraggiandolo a costruire la propria autostima, a riprendere il controllo della propria vita e a vincere prima la guerra con le parole e poi quella con le potenze dell'Asse.
A guadagnare la fluenza e a prendersi la parola è il 'regale' protagonista di Colin Firth, impeccabile nell'articolare legato, solenne nella riproposta plastico-fisica del suo sovrano e appropriato nell'interpretazione di un re che 'ingessa' emozioni e corporeità nel rispetto rigoroso della disciplina. Dietro al 're' c'è l'incanto eccentrico di Geoffrey Rush, portatore di una "luccicanza" che brilla, rivelando la bellezza della musica (Shine) o quella di un uomo finalmente libero dalla paura di comunicare. Lunga vita al re (e al suo garbato precettore dell'eloquio).
Opera incredibilmente intelligente e toccante, Il discorso del re, fa ridere, commuove e coinvolge lo spettatore con incredibile maestria. Tratto da una storia vera e si vede, non ha mai una nota falsa o manierata, ma e' sempre concreto, diretto, sincero. Il merito e'certamente dell'icredibile ensemble di attori e della perfetta regia dell'ottimo Tom Hooper.
E non balbetta neanche un po’! Il re Colin parla tranquillo, con la sua forza ostinata, da traino Scania. Dodici nomination, tra cui quella a lui come miglior attore, devono dare un bel po’ di fiducia. Lui però gioca al ribasso, com’è giusto: l’arte dell’understatement non l’hanno inventata gli inglesi? “Io sono a scoppio ritardato: può darsi che tiri i pugni in aria a maggio e che stappi una bottiglia di champagne a settembre, per la felicità che vivo oggi”, ha detto pochi giorni fa, a chi gli ha chiesto come si senta, nell’imminenza degli Oscar.
A guardare indietro alla carriera di Colin Firth, cinquant'anni compiuti da qualche mese e un palmarès di film (e candidature a premi) di tutto rispetto, sembrerebbe che fosse già stato tutto prestabilito. È un'ipotesi assurda e fantastica, ovviamente, ma se non fosse stato per la miniserie tv Orgoglio e pregiudizio l'attore di Grayshott, Hampshire, non avrebbe ottenuto – non in quel momento almeno – il il successo a livello internazionale che gli ha consentito di diventare grande film dopo film fino ad arrivare a essere re per una notte a Hollywood con la candidatura agli Oscar per A Single Man. [...]
Ci sono stati tempi e luoghi in cui un primo ministro si dimetteva per non aver capito in tempo la gravità di una situazione politica, in cui il rispetto della carica era più importante della persona che la rappresentava, in cui rivolgendosi alla nazione il suo massimo rappresentante non si scagliava contro neppure il più pericoloso dei nemici ma invitava un intero popolo all' unità e al sacrificio [...] Vai alla recensione »