La fuga di una pennuta nera diventa il simbolo della lotta contro l'omologazione: un viaggio tra realismo e assurdo che trasforma l’emarginazione in una coraggiosa ricerca di libertà. Dal 28 maggio al cinema.
di Silvia Guzzo
Se c’è un animale poco considerato e altamente bistrattato, quello è sicuramente la gallina. Con le sue piume arruffate e la sua andatura incerta, sempre alla ricerca di qualcosa da beccare, genera in chi la osserva una certa dose di ilarità. Se poi la gallina in questione non è del consueto e rassicurante bianco candido ma è nera come la pece, la situazione non può che peggiorare.
Eppure, l’audace regista ungherese György Pálfi sceglie proprio una gallina bruna come protagonista del suo Hen, una commedia solo all’apparenza stralunata, ma che è in realtà un deciso discorso di denuncia. Al centro di questa favola dedicata alle vicende di una pennuta in fuga troviamo una morale animalista ma anche un racconto che mette in luce le difficoltà e la resilienza dei più deboli, degli emarginati e di chi, dal mondo, è lasciato in disparte.
La storia ricostruisce la parabola di una pulcina nera nata in una covata di pulcini gialli come il sole, fra le mura di un allevamento intensivo. Seguiamo le vicende della nostra “brutta anatroccola” a partire dal momento esatto in cui viene generata. Dopo i primi mesi di vita trascorsi nella brutalità di un luogo in cui gli animali a stento vengono trattati come esseri viventi, la protagonista trova la sua via di fuga proprio nella non conformità del suo aspetto. Scartata perché di un colore diverso dagli altri polli, si ritrova accidentalmente a percorrere una strada alternativa a quella prevista dagli stringenti imperativi della catena alimentare.
Fuori dall’allevamento intensivo, a vigere è invece la legge della natura e, tra gli animali, solo i più forti sopravvivono. O forse no. Forse, sembra suggerirci il film, anche un pennuto che non sa volare, non sa muoversi velocemente e a fatica riesce a procacciarsi il cibo può trovare il suo posto nel mondo, grazie alla sua incrollabile resilienza. Lungometraggio sperimentale, Hen porta infatti sullo schermo le vicissitudini randomiche ma al contempo stranamente significative di una coraggiosa gallina che nel suo vagare rimane invischiata in situazioni inaspettatamente coinvolgenti ed emotive.
Lontano dall’antropomorfizzare le avventure della sua protagonista e degli altri animali sulla scena, il film si sviluppa tra il dramma e la commedia sul crinale fra l’assurdità e il realismo. In Hen gli animali si comportano da animali e non parlano come in un racconto disneiano, mentre gli esseri umani agiscono secondo logiche differenti, a volta amorevoli e a volte crudeli, persino criminali.
Ed è proprio su questo punto che si innesta il risvolto crime di una storia che, come l’incedere del suo personaggio principale, appare difficile da predire o anticipare.
Con i dialoghi ridotti all’osso, a suggerire il tono della narrazione sono le incursioni musicali, che conducono l’atmosfera dalla tensione all’ironia, dal dramma alla commedia surreale. Nel frattempo, la regia ci spinge a immedesimarci nell’insolita protagonista: camera quasi rasoterra, ad altezza di gallina, e non possiamo che osservare il mondo dal basso, tifando senza sosta per un’adorabile pennuta nera.