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L'isola degli idealisti: arte, cultura, letteratura secondo il cinema

Elisabetta Sgarbi: "L’isola degli idealisti è il film a cui mi sono applicata con passione e che più mi sta a cuore". Un montaggio della regista. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

Tommaso Ragno (58 anni) 23 luglio 1967, Vieste (Italia) - Leone. Nel film di Elisabetta Sgarbi L'isola degli idealisti.
venerdì 17 aprile 2026 - Focus

Elisabetta Sgarbi: “L’isola degli idealisti è il film a cui mi sono applicata con passione e che più mi sta a cuore.” 
E credo di poter dire che non c’è una sola ragione. Ho già raccontato il film in un editoriale. Lo riprendo perché anche per me c’è più di una ragione. Il copia-incolla di uno stralcio di quel pezzo. 

“Il film è tratto dal romanzo di Giorgio Scerbanenco scritto negli anni quaranta, ritrovato dagli eredi e pubblicato nel 2018 da La Nave di Teseo, la casa editrice di cui la Sgarbi è fondatrice e direttore generale. Dico subito: Pirandello avrebbe apprezzato. I personaggi sono in cerca di sé stessi. Non capiscono, e non fanno capire, quale sia, o cerchi di essere, la propria personalità. Eccoli, ritirati in una villa su un’isola al centro di un lago. La villa stessa è un “personaggio” vitale, spazio dei rapporti. La Sgarbi presta attenzione a quel posto franco, all’armonia generale, alle scale, alle stanze, agli arredi, fedele alla sua inclinazione verso una certa estetica. Non era facile gestire tanta eterogenea materia, ma la regista che sa governare la “Nave” e una macchina complessa ed esigente come la Milanesiana, sa come fare coi caratteri, lo stile letterario, l’estetica e la cinecamera. Quando un libro diventa un film è una notizia. Se poi le due opere presentano il comune denominatore della qualità e riescono a integrarsi, allora si forma un equilibrio drammaturgico raro e il film diventa “superiore”.  

E’ opportuno rilevare che nella filmografia della regista due titoli siano dedicati a due fotografi: Deserto rosa – Luigi Ghirri; e Nino Migliori – Viaggio intorno alla mia stanza. I due artisti hanno dato modo alla Sgarbi di liberare la sua vocazione, che si chiama arte. 

Luigi Ghirri: fotografo, paesaggista ma anche artista concettuale che credeva nella fotografia come un metodo per guardare e raffigurare i luoghi, gli oggetti, i volti del nostro tempo, ha fermato la pianura emiliana senza esseri umani. Paesaggi metafisici, primavere notturne, luoghi dove la linea dell’orizzonte non è barriera ma rilancio verso qualcosa di ascetico e trascendente.  (Marianna Cappi su MYmovies)

Migliori sta sull’arte e la sua evoluzione. Un fiammifero spostato sotto un volto ne altera l’espressione, una bottiglietta di acqua minerale diventa tutt’altro, un caleidoscopio moltiplica la forma che diventa un labirinto, un oggetto neutro lì per terra può essere un’istallazione. E poi quel vigile solitario, in quell’incrocio dove dirige… nessuno. E i due musicisti nella via deserta che suonano… a nessuno. Trattasi di arte concettuale. (Da un mio intervento su MYmoves.)

Al film Extraliscio ho dedicato un libro: "Extraliscio e Qui rido io", capolavori italiani, dove equiparavo Elisabetta Sgarbi a Mario Martone. Va detto che Elisabetta ha dichiarato, in un documentario, che la mia era un’“idea folle”. Ma io dichiaro che non è così, e l’ho documentato. Nelle due opere l’arte era presente e tattile. 

In Extraliscio ogni sequenza è una messa in scena rigorosamente studiata cogliendo visioni, suggestioni, immaginari, narrazioni e frammenti estetici che richiamano realtà e fantasie legate all’arte visiva. Se si chiudessero gli occhi si immaginerebbero proprio quelle cartoline che la regista crea in visioni poetiche colorate, dense di particolari, allegre e vive, malinconiche e colte. I volti ripresi fotograficamente su sfondi colorati - rosa pastello e azzurro polvere - o con ombre e luci secondo Orson Welles, ricordano le immagini fotografiche delle ricostruzioni narrative dell’artista americana Carrie Schneider, o i ritratti in primo piano su sfondo colorato di Thomas Ruff. (Rossella Farinotti nel libro citato).

Tutto questo è premessa utile, una sorta di coro greco che introduce la sostanza, che è quella dell’Isola degli idealisti, ultima fatica dell’autrice che ha accorpato due discipline che presentano regole diverse. Occorre stare attenti.
Le inquadrature sono ogni volta diverse, stupiscono personaggi posti al centro del frame come ritratti vividi avvolti dallo scuro. Gli interni rimandano a quelli di Edward Hopper. La donna che fa il bagno seminascosta dalla tenda è esattamente una sua istantanea. E tutti i personaggi sempre in “citazione Hopper”, potrebbero benissimo sedersi nel bar del Greenwich Village di New York, nel famoso dipinto Nighthawks (Nottambuli) del 1942, simbolo di solitudine urbana, con quelle quattro persone immerse in una luce artificiale, isolate anche se sono vicine. Il contesto della casa ricorda la villa post coloniale che fa da set al video multi-canale di Ragnar Kjartansson, dove i suoi colleghi e amici rivivono questo luogo dell’upstate di New York, ripercorrendo le atmosfere attraverso performance musicali e azioni che avvengono nello stesso momento in stanze diverse. Fotografia e atmosfera sembrano legate a un passato che ha quella patina. Colori saturi e altri pastello, angoli dark e fumosi, luci brillanti che si stagliano su sfondi bui, estetiche retrò, ambientazioni d’altri tempi, creatività visionaria. Ed è il contrasto a comandare.
L’isola degli idealisti è un grumo, una sintesi che risolve la ricerca della Sgarbi sull’impatto dell’arte sul cinema.  

L’editoriale propone un breve montaggio, un montaggio video della stessa Sgarbi, in collaborazione con Eugenio Lio e Ludovico Polignano, che traduce i concetti scritti, ed è notorio che un’immagine vale molte parole. 


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