Martedì 17 marzo alle 19.00 al Cinema Arlecchino di Milano la proiezione in anteprima del film diretto da Massimiliano Finazzer Flory.
di Pino Farinotti
Tema: il mare. Scenario, contenitore, grandezza, simbolo, mito, vita di tutti, culla di tutto, racconti, poesia, musica: non esiste niente che gli si avvicini. Il mare può essere affettuoso, devastante, mortale. Da quando gli umani sono sulla terra è rimasto lì ad assistere, ispirare, decidere opere e destini. Il cinema ha contribuito. Di getto: Ulisse, Colombo, Moby Dick, Capitan Blood, Il Bounty, il Rex, Ottobre rosso, Laguna blu, Titanic. Vicende e acque diverse, un miliardesimo di esistenza, di accoglienza, di offerte del mare. Adesso arriva una new entry potente, perché riguarda il mare nella sua profondità assoluta.
Trattasi del Batiscafo Trieste. Cos’è: un mezzo subacqueo rivoluzionario, progettato da Auguste Piccard e costruito in Italia (scafo a Monfalcone, sfera a Terni) nei primi anni '50. Il 23 gennaio 1960, pilotato da Jacques Piccard e Don Walsh, compì la storica discesa a 10.916 metri nella Fossa delle Marianne, il punto più profondo dell'oceano.
E’ un tema che non fa parte del percorso classico di Finazzer. Alcuni titoli: In viaggio con Virgilio, Lo specchio di Borges, L’orecchio di Beethoven, I promessi sposi, L’Alighieri, Pinocchio, Essere Leonardo da Vinci, Verdi legge Verdi. Un orizzonte di cultura largo e nobile. Con la modalità di regia che lo identifica: colpi visionari, regole di cinema reinventate, misure drammaturgiche anarchiche.
Ma è uno stile accreditato, e funzionale, se gli ha portato all’autore un lungo elenco di premi. Ricordabili: La Medaglia della Camera dei Deputati alla carriera per la diffusione e salvaguardia della lingua italiana nello spettacolo dal vivo. Riconoscimento da parte dell’Ambasciata argentina per “aver diffuso la cultura argentina attraverso l’interpretazione della letteratura, della musica e della filosofia del grande scrittore Jorge Luis Borges. Medaglia d’oro e diploma di benemerenza da parte della Società Dante Alighieri per l’impegno profuso per la valorizzazione e la diffusione della poesia di Dante nel 700° anniversario dalla sua scomparsa. Inoltre: Medaglia d’argento del governo francese “per l’attività culturale e cinematografia; Premio Lions; Ambrogino d’oro del Comune di Milano; Paul Harris Ferrow Rotary International.
Il batiscafo è un elemento diverso. Certo, c’è molto da ricordare, analizzare, portare all’oggi. C’è storia, avventura, inventori, ci sono Paesi, c’è mito, e quello straordinario “assoluto” che è quel primato profondo quasi undici chilometri sotto il mare. Qualcosa di metafisico. E così Finazzer si impegna in questa nuova ricerca, e lo fa a con modalità altra, più che mai in profondità, coinvolgendo generazioni, figli e nipoti, per dare voce, appunto, all’oggi. E toccando il sentimento di una città, di popolazioni. Attraverso uno stile non più anarchico, quasi da lectio magistralis.
Queste sono le prime parole che si leggono dopo i titoli: “Per espandere una cultura di ideologia per la pace come non pensare a Trieste, territorio libero e ideale per espandere una cultura, E’ posto fra i confini di due mondi talmente differenti che potrebbe nascere lì un’azione di primo piano.”. Sono parole scritte da Diego de Henriquez, studioso, scrittore, filosofo, ideatore del Civico Museo della Guerra per la Pace. Ed è il primo ispiratore del docu-film. Lo prova una lettera letta dal regista, che gli scrisse Jacques Piccard, figlio di Auguste, pilota dell’impresa: “Lei, signor de Henriquez mi ha spesso parlato dei suoi progetti, per creare un mondo migliore e più pacifico per utilizzare al meglio la buona intenzione, così numerosa sulla terra.”
E qui lascio che lo stesso Finazzer prosegua il racconto con le sue parole, pubblicate su alcuni delle maggiori testate nazionali.
Il 2 maggio 1974 alle ore 23,12, una telefonata anonima ai vigili del fuoco di Trieste
segnala un incendio in via San Maurizio 14. Quando i vigili sfondano il portone del
magazzino, tra fumo e fiamme trovano annerite e ormai distrutte carte e documentazioni di Diego de Henriquez. Con esse, il suo corpo carbonizzato. Non vi fu autopsia. Le cause dell’incendio non sono del tutto chiarite.
Facciamo un passo in avanti. È il 23 gennaio 1960 ore 8,23. Un batiscafo con bandiera americana ideato e quasi del tutto costruito in Italia si immerge. Siamo nella Fossa delle Marianne, oceano Pacifico. Toccherà il fondo del mare: 10.916 metri. È il record del mondo. Il batiscafo si chiama Trieste. Da allora è a Washington al National Museum of the United States Navy. Ma è una storia anche italiana. Ispirata da Diego de Henriquez, voluta da Auguste Piccard e “pilotata” dal figlio Jacques insieme a Don Walsh…
Costruito nel 1953 in Italia con scopi scientifici e pacifici il batiscafo coinvolse varie eccellenze italiane: la cabina sferica progettata da Auguste Piccard fusa dalle Acciaierie di Terni, il galleggiante costruito nei cantieri CRDA di Trieste e Monfalcone, l’assemblaggio nei Cantieri di Castellammare di Stabia. Nell’ estate del 1957 iniziano le immersioni con l’intervento della Marina degli Stati Uniti. L’immersione del record fu la n. 69…
Anche con il cinema è possibile immergersi e divenire esploratori per scoprire come è profondo il mare che pure ci invita e inquieta ad ascoltare una libertà di pensiero che sempre per perigliose acque dovrebbe raggiungere “il glorioso porto”. Come è profondo il mare come organismo vivente di cui facciamo parte, sembra essere una citazione letteraria da Jules Verne qui letta con gli occhi di Auguste Piccard. Così l’operazione batiscafo Trieste si fa aritmetica: più scienza, più tecnica, più arte. Nel 1953 dopo le esplorazioni a Capri e Ponza, l’originale batiscafo Trieste avrebbe dovuto essere esposto in modo permanente nel Museo di Guerra per la Pace. Il modello ora c’è con una ricostruzione perfetta. Abbiamo filmato la sua nuova vita assemblato con i volti dei testimoni dell’epoca, tornando nei luoghi dell’immersione per far risalire le emozioni con i pionieri di allora e di oggi…
Ma in questa storia c’è un’altra storia che il docufilm svela e suggerisce. Lo rivela qui il figlio e nipote di Jaques e Auguste Piccard. Da sempre impegnato sui temi ambientali Bertrand ci fa sapere che il batiscafo Trieste ha salvato il pianeta. Poeticamente. Scientificamente. Politicamente. “Mi ricordo quando mio padre mi parlò dell’ultimo obiettivo del batiscafo, quello di osservare se ci fosse vita nelle fosse più profonde perché all’epoca i governi volevano abbandonare i loro rifiuti radioattivi perché pensavano che le fosse profonde fossero deserte. Quando mio padre insieme a Don Walsh videro un pesce si mostrò che c’era vita, era la prova che i rifiuti tossici laggiù avrebbero inquinato l’intero oceano”. Un docufilm, io credo, debba tenere conto di memorie e immaginazione, testimonianze e poesia esaltando il flashback e il flashfoward in un’idea di montaggio che offra allo spettatore una inedita unità di scena.
Operazione Batiscafo Trieste come regista mi ha dato occasione di giocare sulla cronaca del tempo gettando nel vivo dell’epoca digitale e della fotografia contemporanea, il bianco e nero della storia con il materiale di archivio dell’Istituto Luce. Il mix che ne deriva è l’umano in noi…
Non è solo il racconto di un record scientifico, ma la storia di un sogno visionario: esplorare l’ignoto offrendo un messaggio di conoscenza. Il batiscafo Trieste è ora qui, voluto dal Comune di Trieste, a mostrare al mondo intero che il nome di quell’impresa resta sinonimo di perseveranza, di coraggio e di fiducia nell’avvenire.