Ora in streaming il documentario che svela un idillio inaspettato. GUARDA ORA IL FILM »
di Giancarlo Zappoli
È finalmente arrivato il tempo delle Olimpiadi Invernali, che quest’anno saranno ospitate dall’Italia. Un evento non solo sportivo, ma anche mediatico e culturale, il cui peso è cresciuto enormemente nel corso dei decenni, anche grazie a un’edizione destinata a cambiare tutto: quella del 1960.
Il documentario Magic in the Mountains – ora in streaming su MYmovies ONE – ci riporta proprio a Squaw Valley, in California, allora uno degli ultimi luoghi al mondo in cui si sarebbe potuto immaginare di organizzare un’Olimpiade invernale. La cornice naturale era affascinante, ma le infrastrutture sciistiche e l’indotto erano quasi inesistenti. A ribaltare completamente la situazione fu l’intervento di Walt Disney, che trasformò quell’impresa improbabile in un evento capace di riscrivere la storia delle Olimpiadi.
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“C’era una volta”. Così potrebbe cominciare questo documentario da cui lo spettatore non deve aspettarsi l’illustrazione di imprese sportive di rilievo se non nell’ultimissima parte. Ciò che qui viene narrato è come una località che sulla carta non aveva alcuna chance, nemmeno ipotetica, di poter ospitare le Olimpiadi invernali ci sia invece riuscita e abbia, in una considerevole misura, contribuito a mutare l’immagine dei Giochi.
Se si toglie l’inevitabile tara del ricordo che abbellisce il passato e quel tanto di enfasi individualistica tipica di alcune produzioni made in USA, si può apprezzare il ritratto di un’epoca che appare come lontanissima e di una somma di strategie quasi utopiche che si traducono in realizzazioni di successo.
Il documentario ruota su tre personalità. Il primo è Wayne Poulsen che acquista dei terreni nella Squaw Valley intravedendo una possibilità di farne una stazione sciistica. A tal fine chiama in loco la seconda dramatis persona: Alex Cushing. Il quale ama lo sport pur non praticandolo al meglio e ha la possibilità di accedere a risorse finanziarie. L’idillio tra i due non dura a lungo ma è sufficiente per dare avvio al progetto.
Quello che però risulta più interessante agli occhi di uno spettatore europeo, che magari si interessi anche di strategie della comunicazione, è l’intervento di Walt Disney. Viene cioè mostrato come l’ideatore di Disneyland abbia trasferito le competenze acquisite in quella esperienza (diretta con pugno di ferro) in un ambito solo apparentemente differente.
È cioè possibile seguire, quasi passo dopo passo, il percorso che Disney sviluppa puntando non tanto all’aspetto puramente agonistico quanto a ciò che lo circonda. A partire dalla cerimonia inaugurale che crea un modello, che viene ancora oggi in parte conservato, per passare all’immagine complessiva che intende dare dei Giochi in un’epoca di piena Guerra Fredda.