Al suo primo film senza la collaborazione del fratello Benny, il regista newyorkese si fa portavoce di un cinema energico che trasforma ambizione e ansia in pura esperienza catartica. Un'opera ambiziosa e travolgente che parla ai giovani, unendo ritmo, ambienti memorabili e un antieroe magnetico. Dal 22 gennaio al cinema.
di Marianna Cappi
Nel 2019 la casa di produzione A24 realizzò un miracolo di Natale: il film dei fratelli Josh e Benny Safdie, Diamanti Grezzi (Uncut Gems), si rivelò, a sorpresa, un successo senza precedenti. Facendo uscire negli Stati Uniti Marty Supreme il giorno di Natale, la A24 mira, dunque, non soltanto a bissare l’exploit del 2019, ma, se possibile, a quadruplicarlo. Non per niente, Marty Supreme è il film più costoso mai prodotto dalla società indipendente americana.
MARTY SUPREME: GUARDA IL TRAILER
Un film pensato per parlare a più generazioni, ma soprattutto per attirare il pubblico giovane, quel tipo di pubblico che sa tutto di un film, dei suoi interpreti, dei retroscena, della colonna sonora, prima ancora di vederlo, e che, se farà il passo che lo porterà in sala, potrebbe spostare gli equilibri dell’industria.
Marty Supreme è anche il primo film da solista di Josh Safdie, poiché nel 2024 i due fratelli hanno annunciato e portato avanti la separazione definitiva delle loro carriere. Impossibile tenere a freno le ipotesi che alla base dello scioglimento del duo si celi un conflitto insanabile, ma le ragioni potrebbero anche essere più prosaiche: Benny ha parlato di volontà di esplorare soggetti diversi (sappiamo bene che anche i fratelli Coen hanno scelto a un certo punto di concedersi questa possibilità), e, quanto alla natura definitiva (almeno per ora) della decisione, c’è in effetti una regola della Directors Guild of America che rende la procedura di riunione complicata per le coppie che si separano.
Comunque sia, i fratelli Safdie non sono più una cosa sola, ammesso che lo siano mai stati, ma tutto lascia pensare che possano produrre lavori ugualmente interessanti. Il debutto è toccato a Benny, al Festival di Venezia, con The Smashing Machine, ma il film più atteso, per il cast coinvolto e la carica virale, è sicuramente Marty Supreme.
Un film pensato in grande, che racconta di un giovane che pensa in grande (per la precisione determinato a dimostrare di essere niente meno che il più grande al mondo nel suo campo), girato da un regista che sembra avere la stessa ambiziosa preoccupazione. Un film gonfio, di storie, di ambienti, di personaggi (dive di Hollywood, sopravvissuti all’Olocausto, mariti violenti, amici babbei, giapponesi imperscrutabili, vecchi mafiosi, cani più preziosi di un diamante), americanissimo nella sua ambizione di (ri)raccontare l’America con una storia di fondazione che parte letteralmente dal principio: da un ovulo fecondato, rotondo come una pallina da ping-pong.
Quel che conta, però, non è tanto la meta quanto il viaggio: è sul processo di gonfiamento del film che Josh Safdie tiene a mettere la sua firma. Anche suo fratello Benny è uno story-teller, e anche a lui piacciono i campioni, ma il suo modo del racconto pare, per ora, più classico, sentimentale, attento al risvolto umano del personaggio pubblico. Josh no. Josh e Ronald Bronstein (co-sceneggiatore e co-sceneggiatore dei due film più noti dei Safdie, Good Time e Uncut Gems, e ora di Marty Supreme) amano i fuochi d’artificio, le acrobazie da circo, le digressioni narrativamente inutili ma utilissime, invece, a fermare il tempo dell’azione principale seminando tensione, e a costruire un universo visivo volutamente complesso, caotico, sovraccarico.
Come per Marty Mauser, edonista e combinaguai, politicamente scorretto, rubacuori, entusiasta, incorreggibile, simpatico e insopportabile allo stesso modo, per il quale viene spesso da chiedersi durante il corso del film se ci faccia o ci sia, il cinema di Josh Safdie può sembrare roboante per il gusto di essere roboante, ma non c’è dubbio che incolli alla poltrona.
“Everybody wants to rule the world” cantano i Tears for Fears in un cortocircuito temporale per cui la hit degli anni Ottanta si sovrappone alla scena anni Cinquanta, e il Marty di Timothée Chalamet incarna questo desiderio condiviso, assomigliando non poco, per lo stesso motivo, al Frank Abagnale di Leonardo DiCaprio.
Tuttavia non è solo una questione di personaggio. Anzi. È soprattutto una questione di ambienti, di moltiplicazione dei set, e di conseguenza dell’ “effetto” cinema. In Uncut Gems i Safdie erano riusciti nell’impresa ormai quasi impossibile di mostrare New York come non l’avevamo mai vista, infilandosi nei vicoli, dietro i banconi dei negozi, negli spogliatoi degli stadi, entrando e uscendo senza sosta dalle viscere della città, e Marty Supreme può contare su una serie di ambientazioni altrettanto memorabili, e ancora più eclatanti, legate insieme da un ritmo quasi altrettanto sostenuto.
Come Adam Sandler, anche Chalamet non si ferma mai, scommette (su se stesso) in maniera sempre più rischiosa, è (diversamente) stressato e genera stress; e quest’ultima è senza dubbio la qualità che più di tutte lo fa assomigliare a ognuno di noi e amplia a dismisura l’arena di spettatori a cui il film può sperare di parlare. Perché non c’è nessuno, oggi, che sia immune dall’ansia e dallo stress, e Josh Safdie ha capito benissimo che la nuova catarsi, al cinema, si sperimenta guardando i nostri eroi sopravvivere a una gara di nervi.