Presenza nuova ma sorprendentemente familiare, Eva Victor esordisce alla regia con Sorry, Baby, opera prima premiata al Sundance. Dal 15 gennaio al cinema.
di Fabio Secchi Frau
Al cinema, la figura di Eva Victor appare come una presenza nuova ma sorprendentemente familiare, capace di evocare, per affinità di tono e sensibilità, due autrici-attrici che hanno ridefinito il rapporto tra vulnerabilità, ironia e trauma: Phoebe Waller-Bridge e Michaela Coel. È una suggestione cinematografica, certo, forse persino molto personale, ma nasce dal modo in cui la Victor, come loro, ha trasformato l'esperienza individuale in un linguaggio narrativo che unisce ferocia emotiva e lucidità comica.
Con la Waller-Bridge condivide la capacità di far convivere dolore e sarcasmo, di costruire personaggi che rivelano la propria fragilità attraverso un umorismo tagliente. Con la Coel, invece, la accomuna l'attenzione al trauma come materia narrativa da trattare con delicatezza, complessità e rifiuto del sensazionalismo. Ma le somiglianze non si limitano al cinema: tutte e tre provengono da percorsi ibridi, dove scrittura, performance e identità creativa si intrecciano, e tutte lavorano su un'idea di autenticità che è costruzione consapevole di un punto di vista.
Per questo, pur essendo un'autrice con una voce già pienamente sua, la Victor sembra inserirsi naturalmente in quella costellazione di artiste che hanno trasformato la frammentazione del loro dolore in una forma di potere narrativo, e l'ironia in un modo per guardare il mondo senza smettere di sentirlo.
Dal 15 gennaio sarà al cinema il suo esordio alla regia, Sorry, Baby, già premiato al Sundance Film Festival.