In quella che è la sua opera forse più celebre, il regista spagnolo smaschera la borghesia tra rituali negati, sogni interrotti e incubi surreali, rivelando con ironia tagliente ipocrisie, poteri e fragilità nascoste. GUARDA ORA »
di Giancarlo Zappoli
Molti anni fa Franco Nero raccontò a chi scrive quanto segue. Sul set di Tristana, in cui Nero, insieme a Deneuve e Rey era un protagonista, un giorno Buñuel scomparve durante la lavorazione. Lo si cercò dappertutto ma non si trovava. Fu Nero a scoprire dove fosse. Lo trovò in un luogo appartato mentre sta mangiando un panino. Il nutrirsi, nella realtà come nei suoi film, doveva essere un atto intimo da vivere da solo o con persone ritenute vicine.
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I protagonisti de Il fascino discreto della borghesia vedono continuamente come rinviata la possibilità di potersi sedere a tavola per consumare un pasto. A differenza di quelli del successivo Il fantasma della libertà che sono seduti attorno ad un tavolo ma le sedie sono dei water.
Dopo aver girato Tristana Buñuel aveva giurato di non dirigere più nessun film. Invece dopo due anni è di nuovo sul set avendo di nuovo al suo fianco lo sceneggiatore di fiducia Jean-Claude Carrière.
Il titolo nasce giustappunto da una conversazione a tavola tra il regista e lo sceneggiatore. Così la borghesia viene esplicitata come soggetto degli strali di Buñuel che non ne ama i tre cardini di potere (Esercito, Polizia e Chiesa). Famosa è la frase con cui il regista definì la propria posizione in campo teologico: “Sono ateo, grazie a Dio”. Volendo con ciò significare al contempo la propria estraneità ad un credo religioso ma anche la ricerca di una spiritualità ben distinta dalle istituzioni.
Il film è stato oggetto di una miriade di interpretazioni sul piano politico, esistenziale, metaforico (in questo specifico con letture spesso destituite di fondamento da parte dell’autore stesso.). Viene messo a nudo ciò che si nasconde dietro la facciata dei comportamenti esteriori puntando il dito contro quei Vizi privati, pubbliche virtù che quattro anni dopo l’ungherese Miklós Jancsó metterà al centro di una sua opera.
Il regista torna a costruire un’azione a scatole cinesi tipica del suo primo periodo surrealista ma lo fa con la fluidità alimentata dall’esperienza che consente di seguire l’azione nonostante l’insorgere di situazioni apparentemente reali che magari poi finiscono con il rivelarsi di altra natura. Tutto ciò unito ad una ricerca di elevato tono formale.
Chi ha tempo o curiosità è invitato ad andare a cercare (o a rivedere se già lo conosce) il manifesto di questo film che è diventato una sorta di cult nel suo ambito. Buñuel non lo apprezzò per nulla tanto da arrivare a dire. “Avrei fucilato il pubblicitario”.