L’evento - fino al 19 novembre Palazzo delle Esposizione a Roma - proietterà quattro cortometraggi del grandissimo regista. Ingresso libero.
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di Roberto Manassero
Krzysztof Kieslowski è morto il 13 marzo del 1996, a soli 54 anni, quando era all’apice della fama artistica, reduce dalla “trilogia dei colori”, Film Blu, Bianco e Rosso, e considerato uno dei nuovi maestri del cinema europeo. Era polacco, aveva cominciato a girare film all’inizio degli anni ’70, realizzando soprattutto documentari televisivi, spesso e volentieri entrando in conflitto con le autorità del Paese, all’epoca guidato dal partito comunista, che in Polonia si chiamava il Partito Operaio Unificato Polacco. Il suo primo lungometraggio per il cinema, La cicatrice, è del 1976, ma in precedenza Kieslowski aveva girato diversi altri corti e mediometraggi, imparando a indagare la realtà con quell’occhio indagatore e al tempo stesso estatico, addirittura spirituale, che sarebbe poi diventato la cifra inconfondibile del suo cinema più maturo.
Alcuni di questi cortometraggi si potranno vedere questa settimana, fino al 19 novembre, grazie a una bella iniziativa organizzata al Palazzo Esposizioni di Roma: la rassegna Grandi Classici del Cinema Polacco rganizzata da Wytwórnia Filmów Dokumentalnych i Fabularnych (Documentary and Feature Film Studios), Istituto Polacco di Roma in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo e promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale.
Prima dalla proiezione di alcuni dei lunghi in cartellone – e che lunghi, tutti tra i più belli della storia del cinema polacco: L’ultima tappa, 1948, una delle primissime testimonianze sulla Shoah; Come essere amata, 1963, revisione del periodo dell’occupazione tedesca durante la guerra; Il coltello nell’acqua, 1962, capolavoro thrilling di Polanski; e La passeggera di Andrzej Munk, 1964, altro caposaldo del cinema dell’epoca, sconvolgente incontro fra una ex kapò e una sua vecchia prigioniera – saranno infatti presentati rispettivamente Sette donne di età diversa, La radiografia, Teste parlanti e Ritornello.
Quattro gemme di un regista grandissimo, poetico e insieme politico, capace di realizzare coi suoi lavori la radiografia di un paese complesso, contraddittorio, cinematograficamente vitalissimo soprattutto negli anni che prepararono l’arrivo di Solidarnosc e poi nel corso della lunga e non indolore decadenza del comunismo (1990) e del passaggio alla democrazia liberale.
In Teste parlanti, ad esempio (che sarà proiettato il 17 prima di Il coltello nell’acqua, alle 20), intervistando 79 persone, in ordine cronologico dai 7 ai 100 anni, Kieslowski si confronta con la gente comune del Paese, ponendo semplici domande (quando sei nato? chi sei? cosa vorresti dalla vita?) e cogliendo per questo l’essenza della loro condizione in uno stato totalitario.
Quasi dieci anni prima, nel ’72, in Ritornello (che passa il 18, prima di La passeggera, alle 17), raccontando il lavoro quotidiano di un’impresa di pompe funebri, il giovane regista da poco uscito dalla Scuola di cinema di Lódz era riuscito a raccontare l’ossessione del controllo da parte di un potere senza volto, laddove invece le riprese nel reparto natalità di un ospedale celebrava all’opposto la vita.
Un altro ospedale è al centro anche di La radiografia, girato nel 1974 nello stesso istituto della città natale di Kieslowski, Sokolowsko, dove il padre del regista era stato curato di tubercolosi prima di morire: ancora una volta lo sguardo della macchina da presa si rivolge a un mondo chiuso, un luogo che si fa comunità e diventa immagine collettiva. Anche nelle piccole cose, Kieslowski ha la capacità unica – poi sviluppata nei grandi film degli anni ’80 e ’90, a cominciare da Il decalogo – di trasformare il particolare in universale, l’infinitamente piccolo nell’infinitamente grande.
Come nell’ultimo corto in programma, il primo a essere proiettato, Sette donne di età diversa (1978, il 15 novembre alle 20 insieme con L’ultima tappa), in cui il regista entra in un corpo di danza e ne coglie il movimento simbolico, la coreografia di una vita che tra le maglie di un sistema regolato (ancora una volta l’immagine di un potere pervasivo…) si apre alle possibilità del caso. Come del resto ribadirà proprio il suo ultimo film, uno dei suoi capolavori, Tre colori: Film rosso.