Naturalmente non c’è soltanto Maggie Cheung, vincitrice all’ultimo Festival di Cannes del premio destinato alla migliore attrice per Clean di Olivier Assayas, vincitrice di un analogo premio al Film Fest di Berlino 1992 per Center Stage di Stanley Kwan. Ci sono Gong Li, Zhang Ziyi, Carina Lau, Faye Wong, tante altre: però Maggie Cheung rappresenta meglio di ogni altra la bellezza, diversità e raffinatezza delle attrici cinesi, creature lievi, eleganti, forse non specialmente espressive ma portatrici d’un fascino, d’un incanto mai visto nelle attrici occidentali, d’una personalità interiore e misteriosa che resiste pure quando il cinema asiatico, come adesso, non è al meglio né al vertice.
Maggie Cheung ora ha quarant’anni. Sembrano ventiquattro. È nata a Hong Kong, per vicende famigliari è cresciuta in Inghilterra, ha fatto la modella, a un certo punto ha sposato il regista francese Olivier Assayas dal quale ha presto divorziato. Parla tre dialetti cinesi, inglese e francese, in italiano sa dire «Grazie mille», «Ciao» e «Non ci penso neppure». Porta abiti squisiti disegnati da William Chang. Brava nelle arti marziali, ha interpretato circa ottanta film dei registi più famosi di Hong Kong, Jackie Chan, Tsui Hark, JohnnyTo, soprattutto Wong Katwai. Era già una leggenda prima di incontrare Assayas e di interpretare per lui nel 1996, in Irma Vep, la parte di se stessa: «Maggie Cheung, star di Hong Kong, arriva a Parigi per recitare nel personaggio di Irma Vep che fu di Musidora in un rifacimento televisivo de I vampiri, film 1915 di F. Geuillade...» Ma il film che l’ha resa memorabile è In the Mood for Love di Wong Karwai, bellissima storia d’amore segreta vissuta interiormente e silenziosamente, sensuale e casta, raccontata all’insegna del ricordo, di un passato sfocato e indi-stinto: accanto a Tony Leung, l’attrice e l’essenza dell’eleganza. Negli stupendi cheongsam che indossa, nel modo di camminare e muoversi leggero e raccolto, nell’andatura ondulante, nei piccoli gesti trattenuti, nella sublime compostezza e malinconia della faccia intensa, è un’apparizione indimenticabile.
In Clean (pulito, la definizione dei tossicomani che hanno smesso di drogarsi) è invece un personaggio occidentale: la vedova d’un musicista pop morto di overdose, decisa a cambiare vita per poter riavere la custodia del figlio bambino. Ma si capisce che il premio è andato al suo mistero, al carisma e alla infinita grazia delle attrici asiatiche, inarrivabili e delicate.
Da Lo Specchio, 19 giugno 2004