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La scrittura e la regia: Jantje Friese e Baran Bo Odar

Le menti creative di Dark raccontano la genesi della serie.
di

Baran Bo Odar (39 anni) 18 aprile 1978, Olten (Svizzera) - Ariete. Regista del film Dark.
venerdì 1 dicembre 2017 - Netflix

Baran Bo Odar e Jantje Friese sono diventati una solida coppia creativa con il thriller tedesco Who Am I, che ha circolato anche nei mercati internazionali dopo il buon successo e i riconoscimenti ottenuti in Germania (tra cui tre German Film Awards). Baran Bo Odar, classe 1978 e nato in Svizzera, aveva già raggiunto una certa fama all'estero con i suo primo film, il cupissimo The Silence, storia di un'amicizia tra tre pedofili, capace di raggelare anche lo spettatore più navigato. Premiato al Festival di Palm Screen come "regista da tenere d'occhio", l'autore ha sicuramente mantenuto la promessa, vincendo la sfida della regia di tutti e dieci gli episodi della serie crime/sci-fi Dark, sceneggiata da Jantje Friese.

Nel 2015 Netflix stava cercando il suo primo progetto tedesco e hanno contattato molti produttori e registi per ascoltare e valutare le loro proposte. A quel punto né io né Bo ci siamo fatti avanti con un pitch, perché io stavo scrivendo un altro progetto e lui stava facendo il suo film americano: Sleepless - Il giustiziere. Bo, che in quel momento era appunto a Los Angeles, è stato contattato da Netflix, che aveva visto e apprezzato Who Am I e aveva l'idea di una serie basata su quel film.

Li abbiamo incontrati a Berlino, in occasione della prima mondiale di Dark, e Jantje Friese ci ha raccontato la genesi della serie: "Io e Bo avevamo raccontato gli hacker a modo nostro e non volevamo tornare sull'argomento e riprendere la ricerca, inoltre c'era Mr. Robot per cui non ci sembrava una cosa così unica. Siccome però erano molto interessati a noi due come filmmaker, gli hanno chiesto se avessimo altri progetti e lui ha risposto "certo che sì". Anche se non era proprio vero, quindi abbiamo aperto tutti i nostri cassetti e riesaminato le nostre vecchie idee ancora non realizzate. Una era una serie crime per il mercato inglese, che avevamo sviluppato un paio di anni prima senza successo, un altro invece era un film sui viaggi nel tempo. Ci piaceva la serie crime, ma ci sembrava già un po' vecchia, perché ne sono state fatte altre in quel modo, con quella sensibilità europea continentale, quindi ci siamo chiesti come combinare le due cose. E da quella scintilla è nata la serie che abbiamo proposto a Netflix. A loro è piaciuta e nel novembre 2015 l'hanno approvata, così la writers' room ha iniziato a lavorare nell'aprile 2016 e le riprese sono partite già a ottobre dello scorso anno".



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L'INTERVISTA

Farsi carico della regia di tutti gli episodi di una stagione non è cosa da tutti, per esempio David Fincher lo trova impossibile. Come ha preso questa decisione?
BARAN BO ODAR: Ho un grande ego e quando ho letto che Cary Fukunaga ha fatto otto episodi di True Detective mi sono detto che l'avrei battuto e ne avrei fatti dieci! Battute a parte, abbiamo valutato di avere almeno uno o due altri registi, perché è molto faticoso farlo da soli, ma abbiamo realizzato che in termini di budget e logistica è molto più facile fare le riprese sulla base delle location in ordine cronologico e affrontare il progetto come se fosse un lunghissimo film, piuttosto che dare a un regista tre episodi e a un altro altri tre episodi e poi dover tornare nelle varie location. Inoltre, la combinazione con il mio ego... Amo così tanto questo mondo che ho voluto fare tutta la serie. Avevamo le sceneggiature già ultimate prima di iniziare e abbiamo fatto solo piccole variazioni durante le riprese, altrimenti sarebbe crollato tutto l'impianto.

Considerato che si tratta della vostra prima serie, avere già un scrittura definitiva prima delle riprese non è davvero cosa da poco, come ci siete arrivati?
JANTJIE FRIESE: È stata una nuova esperienza anche per noi cercare di capire come strutturare una serie. In un lungometraggio le cose sono molto più semplici perché c'è un formato che vale per tutto, anche se con le sue varianti. In tv invece è tutta un'altra storia, dagli archi narrativi dei personaggi alla divisione in episodi, dove bisogna decidere a che punto concludere la puntata e come piazzare i cliffhanger. Va tenuto a mente quali sono le informazioni date al pubblico, che è cosa diversa da quello che sappiamo noi come scrittori e ancora differente da quello che sanno i vari personaggi. Ho dovuto imparare da zero e del resto ogni serie è a suo modo differente.
La nostra narrazione poi ha una struttura molto particolare, è a più strati, per cui decidere quando accompagnare lo spettatore, e quando invece gettarlo nel mezzo di una situazione, è stata una scelta importante. Inoltre, come sceneggiatrice, avere una writers' room, un team di scrittura, mi è davvero piaciuto, perché di solito si scrive da soli in una stanza ed è un po' triste, mentre avere altri tre sceneggiatori con cui scambiarsi le idee è stato molto cool. E onestamente non so come si possa scrivere una serie da soli. Ho davvero apprezzato questo spirito di lavoro collaborativo, e infine ho dovuto imparare a fidarmi del processo creativo, perché in un lavoro così lungo capita spesso di bloccarsi e bisogna mantenere la calma e convincersi che si supereranno le varie difficoltà.

Data la complessità, Dark sembra una serie pensata specificamente per Netflix e il suo metodo di diffusione, che mette da subito a disposizione tutti gli episodi consentendo immediatamente al pubblico di fare una maratona di visione.
JANTJE FRIESE: Credo si dica che le serie possono essere viste in due modi: binge watching e cool watching. La nostra è sicuramente una serie per il binge watching.

Quali sono state le vostre fonti di ispirazione per una storia così originale? Immagino che molte arrivino dagli anni '80, visto che sono raccontati nella serie.
BARAN BO ODAR: Siamo cresciuti in quel periodo, quindi la nostra ispirazione in questo caso arriva prima di tutto da lì. Abbiamo guardato a Stephen King che ci piaceva moltissimo fin da allora, personalmente mi faceva davvero paura. Twin Peaks poi è stata la prima serie che ha mostrato come si potesse realizzare anche in tv una storia davvero oscura, pur se inizialmente era stata venduta come una cosa più leggera. Visivamente ho studiato molto Gregory Crewdson, un fotografo di New York di cui ho comprato tutti i libri per mostrarli ai vari dipartimenti produttivi della serie, dicendogli che quello doveva essere il nostro look: una suburbia dove tutto sembra normale ma che nasconde una strisciante presenza a rendere la scena disturbante.

Dark fa parte di un filone di serie drammatiche che trattano il soprannaturale. Perché pensa che il fantastico sia diventato così centrale?
BARAN BO ODAR: Credo che tutti i filmmaker rispondano alla società, come Coppola e Scorsese negli anni '70, Spielberg e Lucas negli '80, Tarantino negli anni '90... c'è sempre una reazione a quello che ci succede intorno. Credo che il soprannaturale, che ci pone di fronte a un mondo che non capiamo, racconti sottotraccia di tensioni molto attuali, perché oggi abbiamo paura di un mondo incomprensibile, basti pensare alla situazione con la Corea del Nord. Credo che questa sensazione di incertezza sia molto diffusa, personalmente poi, guardando agli anni '80 e a Stephen King, il soprannaturale diventa quasi naturale.

Raramente il titolo di una serie è stato più appropriato di Dark, che è davvero cupissima.
JANTJE FRIESE: Credo che la rabbia e l'oscurità tedesca siano una cosa reale, anche se a volte i tedeschi stessi non la vedono perché ci sono dentro, ma da fuori è molto evidente. Per questo credo che Dark sia in fondo molto tedesca. Sono cose che fanno parte di noi: abbiamo iniziato due guerre mondiali, abbiamo ucciso moltissima gente e fin dalla scuola discutiamo di come siano successe certe cose, non possiamo sfuggire a questo lato oscuro della Storia e alla riflessione sul Male.

Oltre che popolato di molti personaggi, Dark mette in scena anche le loro versioni più giovani e più vecchie. Come avete gestito un casting così complesso?
BARAN BO ODAR: È stato un lungo processo. All'inizio però è stato anche facile, perché ho chiesto al casting director di non portarmi i soliti attori della tv tedesca, bensì di trovare volti nuovi. È stato molto utile evitare quel meccanismo di routine, del resto fanno così anche le grandi serie americane, dove Bryan Cranston non era famoso prima di Breaking BadJon Hamm prima di Mad Men. Ho voluto il miglior attore possibile per la parte, capace di renderla credibile. I problemi sono arrivati con le versioni più adulte o più giovani, perché abbiamo dovuto cercare attori che somigliassero alla nostra prima scelta, e magari li abbiamo trovati ma con un colore diverso degli occhi, quindi abbiamo dovuto usare lenti a contatto e altri accorgimenti del genere. Ma è stato anche divertente, perché abbiamo creato un mondo e a volte dà i brividi vederli insieme: abbiamo usato lo split screen nella serie per giustapporre le diverse versioni dello stesso personaggio.

I titoli di testa di Dark sono molto suggestivi, come sono stati ideati?
BARAN BO ODAR: Si sono sviluppati quasi naturalmente durante la post-produzione, quando abbiamo iniziato a lavorare con lo split screen. Ci è venuto in mente che avremmo potuto usare immagini che si specchiano, perché è quello che facciamo anche con i personaggi della serie in un certo senso.
JANTJE FRIESE: Inoltre volevamo titoli di testa che trasmettessero l'inquietudine di Dark e le immagini delle parti del corpo, quando vengono specchiate in quel modo, possono essere disturbanti, hanno qualcosa di umano e di inumano allo stesso tempo.

A proposito della post-produzione, il montaggio di una serie come questa dev'essere stato molto difficile.
BARAN BO ODAR: In effetti pensavamo che la cosa più dura sarebbero state le lunghe riprese, ma in realtà è stato il montaggio. Se si hanno più linee temporali e un cast così ampio, ci sono moltissimi modi di ricombinare gli elementi per raccontare una storia e ci si poteva perdere tra tutte quelle possibilità. Per evitare il problema abbiamo cercato di restare di essere il più possibile fedeli alle sceneggiature. Anche la lunghezza delle riprese comunque è stata faticosa: fare un film è come uno sprint, si corre per 30-35 giorni ed è fatta. Qui invece abbiamo ripreso per 100 giorni nell'arco di sei mesi, con varie unità, e doversi alzare alle cinque di mattina per andare sul set così a lungo è sfiancante. Ti chiedi perché lo stai facendo, finché non arrivi sul set e vedi tutte queste persone già al lavoro. A quel punto senti che lo fai perché tutti credono nel progetto.

Come mai un titolo inglese e non tedesco?
BARAN BO ODAR: Dark è sicuramente un titolo internazionale e del resto la serie deve funzionare in 200 nazioni, ma era già il titolo del progetto che ha dato vita alla serie, perché credo che le sceneggiature siano come le rock band: prima di tutto devi avere il nome giusto e solo poi puoi iniziare a suonare.

State già lavorando alla progettazione della seconda stagione?
JANTJE FRIESE: Ci piacerebbe moltissimo continuare a lavorare sulla serie, soprattutto perché abbiamo creato un mondo veramente ricco e naturalmente abbiamo già delle idee per la seconda stagione, ma tutto dipende da come sarà accolta dal pubblico: non è una decisione nelle nostre mani.



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In foto una scena della serie tv.
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