| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico, Fantascienza, Horror |
| Produzione | USA |
| Regia di | Ryan Murphy |
| Attori | Ashton Kutcher, Isabella Rossellini, Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope Rebecca Hall, Ray Nicholson, Chanel Stewart, Jon Jon Briones, Rob Yang, Patrick Luwis, Matthew Giovanni Laureano, Chris Silcox, John Carroll Lynch, Ben Platt, Céline Menville, Eddie Kaye Thomas. |
| Tag | Da vedere 2026 |
| MYmonetro | Valutazione: 3,50 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento martedì 27 gennaio 2026
Un thriller globale che chiede: cosa saresti disposto a sacrificare per la perfezione?
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CONSIGLIATO SÌ
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Una top model barcolla, sembra prosciugarsi dall'interno, fugge dalla sfilata, ruba una moto, devasta mezza città e, circondata dalla polizia, letteralmente esplode. Da quel punto in poi, si innesta un thriller che segue due agenti dell'FBI, Cooper Madsen (Evan Peters) e Jordan Bennett (Rebecca Hall), incaricati di capire perché le giovani donne, e presto non solo loro, esplodano con lo stesso rituale di sete, furia e collasso. La pista porta a un'anomalia biologica che trasforma i corpi nella loro "migliore", più bella, versione estetica.
The Beauty entra immediatamente in dialogo con un immaginario che il cinema contemporaneo ha già messo a fuoco in modo più radicale, a partire da The Substance (Coralie Fargeat, 2024), dove il corpo femminile diventava campo di battaglia tra mercato dell'immagine e autodistruzione.
Anche qui la trasformazione fisica nasce come promessa di controllo e riscatto, ma Murphy la inscrive fin da subito nel suo laboratorio pop, fatto di accumulo, eccesso e frizione costante tra superficie e senso.
A differenza di The Substance, però, dove l'orrore della trasformazione si chiudeva su sé stesso fino a diventare gesto politico, The Beauty diluisce quello stesso nucleo concettuale nell'esternalizzazione pop tipica di Murphy, privilegiando la spettacolarizzazione del processo rispetto alla sua implosione. Viene, così, trasformata una critica potenzialmente corrosiva in una moltiplicazione di immagini che, infatti, qui non marciscono più (come nel film di Fargeat) ma esplodono letteralmente e figurativamente come fuochi d'artificio.
Già in entrambe le stagioni di Monster il piacere dello sguardo precedeva e anestetizzava il giudizio morale: l'orrore era levigato, lucido, quasi appetibile e proprio per questo perdeva peso simbolico mentre guadagnava potenza ipnotica.
L'avevamo definito, perciò, un food-crime-porn. Anche in The Beauty, dal punto di vista tecnico, la serie conferma una regia che privilegia la messa in scena rispetto alla progressione narrativa: tutto diventa una superficie significativa, in cui nulla è davvero secondario. Le sempre attese esplosioni fisico-narrative si alternano alle storyline accumulate compulsivamente, in una dinamica che ormai è un genere narrativo, particolarmente evidente nelle più caotiche stagioni dell'universo murphyano.
L'estetica del food-crime-porn è totalmente presente anche in questa nuova serie: il piacere dello sguardo precede ogni possibile senso di giudizio, mostrando un orrore desiderabile. Proprio per questo, però, The Beauty perde quel peso simbolico che in Monster era paradossalmente più solido, perché sorretto da un dato documentale e testimoniale, cioè da biografie che afferivano direttamente alla realtà. Le sequenze di rinascita insistono allora sul dettaglio come se fosse l'unico garante di senso: ossa che si riallineano e rimandano a un immaginario di metamorfosi licantropica, corpi alla Jekyll and Hyde che lasciano emergere il mostro interiore e figure che affiorano da membrane viscide come in Alien.
E nelle compulsive storyline, ecco il sottotesto: lo stigma delle persone HIV positive. Di per sé, questa sovrapposizione non è un problema concettuale: in una matrice fumettistica (ricordiamo che la serie è un adattamento dell'omonimo fumetto pubblicato da Image Comics) l'associazione del morbo della bellezza a una malattia sessualmente trasmissibile resta più porosa, più simbolica, in quanto mitigata dalla distanza del segno. Nell'adozione dell'estetica murphyana, dove le equivalenze si irrigidiscono per scelta autoriale e per una poetica citazionistica, l'immagine rischia di fissare un concetto dentro una relazione di causa-effetto.
Nel cinema pornografico una catena di azioni visibili è costruita per produrre un esito altrettanto visibile e non negoziabile, trasformando il processo in una prova più che in una possibilità: ogni gesto, dall'avvicinarsi all'inginocchiarsi, perde ogni ambiguità funzionale e diventa segnale univoco di ciò che seguirà. Il problema è che lo stesso accade in questo The Beauty, in cui un virus produce come esito visibile e immediato la bellezza. La metafora smette di essere tale e diventa evidenza, una prova fattuale. Il problema non è l'associazione all'HIV in sé, ma la sua esposizione insistita, che trasforma un nodo simbolico complesso in un automatismo visivo, facilmente riconoscibile e quindi facilmente consumabile. L'associazione è geniale (ed è di Jeremy Haun e Jason A. Hurley, autori del fumetto), la traduzione murphyana è, invece, reificante.
Così, The Beauty funziona molto bene nel riattivare gli immaginari storici dello stigma, della colpa, ma la sovrapposizione tra desiderio e contagio, tra trasformazione e infezione, smette di funzionare come metafora problematica e diventa quasi una dimostrazione fattuale. Di nuovo, Murphy mette il pubblico in una zona ambigua in cui non viene tanto chiamato a interrogare l'associazione, ma a prenderne atto... fino allo sfinimento.
In poche parole, è ancora il "genere" Murphy, dove non conta ragionare sulla contraddizione, ma esibirla, finché forse (chissà? sembra non importare...) non verrà compresa.