| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | USA |
| Durata | 50 minuti |
| Regia di | Damian Marcano, Amanda Marsalis, John Wells, John Cameron, Quyen Tran, Silver Tree |
| Attori | Noah Wyle, Patrick Ball, Katherine La Nasa, Supriya Ganesh, Fiona Dourif Taylor Dearden, Isa Briones, Gerran Howell, Shabana Azeez, Kristin Villanueva, Tracy Ifeachor. |
| Tag | Da vedere 2025 |
| MYmonetro | Valutazione: 4,50 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 17 settembre 2025
Una serie che intende dare voce agli "eroi silenziosi" della sanità. Ha vinto 2 Golden Globes, La serie ha ottenuto 4 candidature e vinto 3 Critics Choice Award, 2 candidature a Spirit Awards, 1 candidatura a Directors Guild, La serie è stato premiato a AFI Awards, 2 candidature a The Actor Awards,
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Un unico turno di pronto soccorso, quindici ore filate, raccontate in tempo reale al Trauma Medical Center di Pittsburgh, dove gli afflussi ordinari di pazienti spinge i medici a parcheggiarli per mancanza di posti, affrontando procedure che slittano, conflitti con l'amministrazione, dilemmi clinici ed etici. Il tutto gestito da Michael "Robby" Robinavitch (Noah Wyle) e dal suo team, composto dall'infermiera responsabile Dana Evans (Katherine LaNasa) e da un gruppo di medici in formazione - fra cui Heather, Frank, Samira, Mel, Trinity, Dennis, Victoria e Cassie - su cui il pronto soccorso agisce come una camera di pressione.
Totalmente meritati i 3 premi vinti alla 77° edizione degli Emmy: Miglior serie drammatica, Miglior attore protagonista a Noah Wyle e Miglior attrice non protagonista a Katherine LaNasa.
Una stagione composta da 15 episodi/ore in un arco narrativo che mima la fatica cumulativa di un turno reale: le micro-decisioni si sommano, gli errori pesano, le gerarchie si ridefiniscono di fronte alla contingenza. Il formato 1:1 tra durata del racconto e tempo scenico - che richiama alla mente la serie 24 - oltre a essere un virtuosismo formale, costringe la regia a coreografie serrate di corridoi, stanze, triage, e la scrittura a far coesistere casi brevi e casi a lunga degenza, senza mai spezzare il flusso. Il risultato è un ibrido elegante tra il vecchio e amato procedural e quel tipo di serialità incentrata sul personaggio che oggi caratterizza i prodotti televisivi americani.
La suspense in The Pitt nasce più dall'operatività che dal colpo di scena, seppur non venga mai edulcorato il racconto, talvolta rasentando lo splatter nel mostrare le reali conseguenze di una ferita d'arma da fuoco, o delle scelte individuali rispetto al consiglio medico. Il gergo clinico non viene annacquato, e le "spiegazioni" di vecchie e nuove tecniche di cura non appaiono mai ridondanti, bensì integrate nel racconto e funzionali al suo sviluppo.
Similmente, la catena decisionale, che è spesso il vero teatro dell'azione, non fa mai scivolare via l'aderenza narrativa: affrontando le reali difficoltà del sistema sanitario americano, gli scontri - anche molto importanti e concitati con la responsabile dell'ospedale Gloria Underwood (Michael Hyatt) - raccontano gli impatti a cascata di un caos sia amministrativo che umano. La violenza delle immagini non è mai feticistica, ma serve a chiarire la posta in gioco e i limiti del sistema - dal sottofinanziamento alla carenza di personale: una burocrazia che interferisce con la cura. La macchina da presa si mette al servizio di chi lavora, non del sangue, proponendo un realismo relazionale che restituisce la rete di dipendenze tra medici strutturati, specializzandi, infermieri, tecnici e amministrazione, mostrando come ogni singolo reparto dipenda da quello che c'è (o non c'è) ai piani di sopra.
Il legame genealogico con E.R. è evidente: tra i produttori ci sono John Wells e R. Scott Gemmill, e il protagonista è Noah Wyle (il giovanissimo Dr. John Carter della prima serie medical che fu in grado di rifondare il genere negli anni Novanta), qui nei panni di un responsabile sull'orlo di una crisi di nervi, memore dello stato d'assedio causato dal COVID. I richiami alla pandemia sono molti, a partire dal titolo: "Pitt" non è solo l'abbreviazione di Pittsburgh, ma rimanda anche al "pit" dei pronto soccorso americani, l'area più caotica gestita dai Physician-in-Triage (da cui il termine), che durante il COVID è stata il vero fronte di guerra.
È qui che la serie sceglie una strategia narrativa opposta ai medical a cui siamo abituati, E.R. in primis: anziché dilatare la quotidianità su archi pluriennali, The Pitt comprime tutto in un solo giorno, catapultandoci appunto nella fossa (in inglese, letteralmente "pit") degli E.R. americani. Questo produce due vantaggi chiari: una trasparenza processuale raramente così nitida - protocolli, triage, passaggi di consegne diventano la drammaturgia della serie - e una fortissima responsabilizzazione del tempo: ogni minuto ha un costo clinico, emotivo e politico. Se E.R. ha insegnato televisivamente a guardare l'ospedale come organismo vivo, The Pitt fa un passo oltre e ci obbliga a sentirne la tachicardia in tempo reale: i picchi di carico, i colli di bottiglia strutturali, l'effetto domino tra reparti, rendendo tangibili - non solo narrabili - le frizioni di sistema e la micro-etica della pratica quotidiana.
Richiamata - seppur evitando del tutto il suo ossigeno comico e i suoi voli surreali - è anche Scrubs, da cui eredita appieno lo sguardo critico: l'irritazione verso la retorica della soddisfazione del paziente, la fatica di educare sia i medici specializzandi - con mentori tanto competenti quanto irriverenti - sia chi cura con Google, la consapevolezza che l'efficienza percepita raramente coincide con la sicurezza clinica e, soprattutto, gli scontri accesi con l'amministrazione. Spogliando quella critica dell'ironia, The Pitt riporta a terra la realtà di questi attriti e rende trasparente gli ostacoli affrontati dalla responsabilità deontologica americana.
L'estetica è funzionale: luci fredde, spazi congestionati, costumi che si sgualciscono ora dopo ora; trucco, sporco e sangue (tanto sangue) che registrano la progressione del turno. Il sonoro lavora come un contatore Geiger emotivo - allarmi, pompe, interfono - su cui si innestano dialoghi rapidi e interruzioni continue. La regia privilegia entrate/uscite di campo e piani-sequenza che seguono i corpi. L'alternanza fra casi lampo e filoni narrativi che si sedimentano nel corso dell'intero arco costruisce un ritmo pulsante, mai sincopato gratuitamente. E aleggia costantemente nell'aria - per poi concretizzarsi negli ultimi tre episodi - quella che, insieme ai problemi di amministrazione, è la reale critica all'intera governance statunitense: la diffusione delle armi da fuoco, che rende obiettivamente impossibile fornire cure sufficienti in America, minando alla radice la possibilità di garantire continuità e sicurezza dell'assistenza.
Oltre alla medicina, la serie intercetta, infatti, nodi socio-sanitari: diseguaglianze di accesso, barriere linguistiche, politicizzazione della salute, burnout e post-trauma tra operatori. Le sottotrame (un sospetto di manomissione farmacologica, la gravidanza di una senior, lo stigma verso chi ha un passato di dipendenze) non deragliano mai verso la soap: restano pertinenti al lavoro e la stessa vita privata dei protagonisti, che in altre serie medical è gravitazionale, entra solo quando impatta con le procedure, i turni e le catene di responsabilità. Questo permette alla serie di sviluppare profonde e articolate macro-analisi critiche della società americana contemporanea; ottime analisi, a dire il vero, ma che vengono, purtroppo, bilanciate dall'unico elemento discutibile della serie: una forte retorica demagoga dovuta alla scelta, poco felice, di radunare il team ogniqualvolta un paziente muore, mettendo in cattedra il Dr. Robby per eseguire - con tempi qui improbabili - commemorazioni o bilanci sul senso delle cose. Momenti dal tono didascalico, col dito puntato o, nel registro opposto, con l'occhiolino; in altre parole, quel discorso mentale che permetteva a J.D. in Scrubs di esprimere con la dovuta complessità e serietà i temi sociali affrontati con ironia, qui finisce, in quanto sovraesposto, per appesantire la scena invece di lasciare parlare i fatti.
Il successo della serie dipende tanto dalla verosimiglianza, quanto dall'equilibrio tra urgenza e attenzione al dettaglio. The Pitt prende la lezione di E.R. e la concentra, guarda all'ospedale con la lucidità caustica di Scrubs ma senza scherzare, e costruisce un'estetica che mette in primo piano corpi, tempi e decisioni per parlare d'altro: di Stati Uniti e quindi, oggi, di caos.
non funziona. Ovviamente la presenza di Wyle rimanda sempre a E.R. Ma in questa serie non ci sono gli attori tutti da oscar che c'erano li... Ho visto i primi 4 episodi, e la storia dei due figli col padre morente è veramente molesta, tirata TROPPISSIMO per il lungo.... Finora tutti i medici di questa serie non ci hanno fatto vedere nessun aspetto del loro privato, cosa che in E.