| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia, Belgio |
| Durata | 128 minuti |
| Regia di | Julia Ducournau |
| Attori | Mélissa Boros, Golshifteh Farahani, Tahar Rahim, Emma Mackey, Finnegan Oldfield Frédéric Bayer Azem, Louai El Amrousy, Jean-Charles Clichet, Christophe Perez, Ambrine Trigo Ouaked, Fadila Belkebla, Marc Riso, François Rollin, Driver, Béatrice Michel, Vincent Pasdermadjian. |
| Uscita | giovedì 18 settembre 2025 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 |
| MYmonetro | 3,20 su 22 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 16 settembre 2025
Alpha ha 13 anni e vive in un mondo minacciato da un virus che pietrifica gli uomini. Tra paure, segreti e tensioni familiari, cerca di salvarsi e capire. In Italia al Box Office Alpha ha incassato nelle prime 9 settimane di programmazione 33,3 mila euro e 19,7 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Alpha ha 13 anni e un'adolescenza tribolata. Figlia unica di una madre single, rientra da una festa con un tatuaggio sul braccio e il terrore negli occhi, perché da qualche tempo un misterioso virus trasforma gli uomini in pietra, soffocandoli prima di ridurli in polvere. La sindrome misteriosa è al centro delle ricerche di sua madre, medico in una clinica che accoglie i malati terminali. A complicare il foyer domestico e il clima ansiogeno è Amin, lo zio di Alpha, tossico impenitente e redivivo che la sorella prova mille volte a strappare alla morte. Fuori intanto soffia un vento rosso e il mondo è sopraffatto dalla paura.
Dopo aver brillato i codici e fuso i generi in una nuova lega, Julia Ducournau prosegue la sua esplorazione ossessiva del corpo, filmato come soggetto concreto e carnale - un grano di pelle, una goccia di sangue, un braccio bucato dalla siringa - ma anche fantasmagorico - una misteriosa malattia trasforma la gente in sculture di marmo.
Il contagio passa dal sangue e ci piomba nell'atmosfera apocalittica degli anni Ottanta: la droga, l'AIDS, la trasmissione (dei traumi familiari). Lo sguardo della regista è personale, frontale, quasi plastico, concentrato sull'epoca fondatrice della sua adolescenza e intimamente fedele alle sue ossessioni profonde. Minerale, organico, sensoriale, Alpha ritorna su una stagione marcata dall'ignoranza, la paura, la paranoia, l'omofobia, l'ostracismo. Le epidemie sono politiche, ci ricorda giustamente l'autrice, e sempre in risonanza con superstizioni e pratiche rituali che curano la maledizione del "vento rosso" aspergendo acqua santa. Una maniera come un'altra di misurare la paura irrazionale generata da un virus di cui non si sa nulla se non che uccide. Come Titane, e Grave prima di lui, Alpha è il racconto di una mutazione, quella del corpo adolescenziale, che scopre l'alterazione e non sa cosa fare, e quella del corpo mortale, che la natura ci costringe a sopportare, nell'inferno della dipendenza dall'eroina o nell'inferno di un'età irrespirabile in cui non c'è quasi nulla da salvare. La storia segue due linee temporali: Alpha a cinque anni e Alpha a tredici anni. Le due temporalità finiscono per incrociarsi, sovrapporsi e qualche volta convergere nella stessa sequenza, traducendo propriamente la visione che una bambina ha del mondo che la circonda, decifrando quello che percepisce ma anche la maniera in cui gli eventi sedimentano col tempo nella sua memoria, come una successione di sogni che si appoggiano l'uno sull'altro.
Oblio, reinterpretazione, reinvenzione, reminiscenza cortocircuitano tempo e spazio, ogni normalità è sospesa per instaurare il caos. Una confusione che spalanca le porte del passato e risveglia il fratello e lo zio, fantasma inquieto tra overdose, prigione e destino in frantumi. In questo triangolo affettivo, solo la madre non ha un nome. È bastione, riparo, figura materna che 'porta soccorso' e defibrilla per ripristinare il normale ritmo vitale dei suoi cari, per scongiurare la morte della figlia, che potrebbe essere stata infettata da un tatuaggio artigianale, e per aiutare il fratello tossicomane a vivere, ancora e ancora. E la sua attitudine alla vita, fino all'accanimento, trasfonde energia romantica a un film emozionante come una nascita e struggente come un lutto. Golshifteh Farahani è semplicemente mamma, la cura e il prendersi cura, in ospedale come a casa, uno spazio domestico che assomiglia più a un gabinetto medico che a un focolare. Daccapo, Ducournau si avventura nel territorio dell'orrore corporale ma la carica (virale) è meno viscerale, meno apertamente sanguinolenta, che nei suoi film precedenti, nonostante la sequenza in piscina, le siringhe infilzate come coltelli e il mauvais sang. Tahar Rahim, spaventosamente magro, come un dannato con gli occhi vuoti, sembra di fatto un'incarnazione di Denis Lavant nei film di Leos Carax. La figurazione incandescente dell'attore è coerente con la realtà della malattia ma soprattutto con l'estetica del cinema francese degli anni Ottanta: forme bidimensionali, tinte unite, neon, lunghi intervalli musicali. Al corpo minerale (e calcificato) di Tahar Rahim reagisce quello 'in formazione' di Alpha, un'altra adolescente ducournauiana che scopre un segreto di famiglia e porta la 'differenza' in un mondo che ha perso tutti i ripari. Mélissa Boros, consumata dai traumi di un'infanzia al cuore di un clan disfunzionale, piange lacrime di polvere dentro un film sepolcrale e ferito, imperfetto e folgorante. La sua Alpha è carne tra sculture funerarie, torrente di sentimenti cullato da una ninna nanna berbera ("A Vava Inouva"), prima che il mondo finisca e il vento si posi.
L'adolescente Alpha torna a casa con una A tatuata sul braccio. La madre, una dottoressa, non è niente contenta, anzi terrorizzata: «L'ago era nuovo?». Ché c'è un virus terribile in giro, e lo zio (tossico perso) di Alpha lo ha contratto, e la carne si indurisce, si fa marmorea, finché il corpo non va in pezzi, immagine potente la schiena col buco. Ancora un body horror, dunque, per Julia Ducournau, [...] Vai alla recensione »