| Anno | 2023 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Gran Bretagna, Paesi Bassi |
| Durata | 262 minuti |
| Regia di | Steve McQueen (II) |
| Tag | Da vedere 2023 |
| MYmonetro | 3,80 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 19 maggio 2023
La storia passata e presente di Amsterdam, tra il racconto dell'occupazione nazista durante la guerra e gli eventi degli ultimi anni. Il film ha ottenuto 1 candidatura a British Independent,
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CONSIGLIATO SÌ
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Ispirato al libro "Atlas of an Occupied City (Amsterdam 1940-1945)" di Bianca Stigter, un documentario che a partire dalla topografia della capitale olandese ricostruisce nomi ed episodi dell'occupazione nazista e li collega al nostro tempo, al confinamento e al coprifuoco imposti dalla pandemia, alle proteste di NoVax e antifascisti, alla normalità di uno spazio urbano attraversato da tensioni, parole, risate, silenzi. Angoli di città, nomi di vie, monumenti, piazze, viali, edifici raccontano così, tra passato e presente, l'Europa e le sue ferite sempre vive.
McQueen ritrova la vena da videoartista e costruisce un monumentale progetto di oltre quattro ore che porta nel cuore di una città e indaga la sua memoria.
Cosa resta di una tragedia a decenni di distanza? Come si sedimenta la storia nel passaggio del tempo? E come può una città mantenere il legame con il passato mentre continua a evolversi? Occupied City di Steve McQueen parla di tutto questo, in maniera uguale e opposta all'ultimo lavoro del regista inglese, la miniserie Small Axe (2020), che portava negli anni Settanta, in un quartiere di Londra abitato dalla comunità afro-britannica. Rinunciando alla finzione e scegliendo il documentario, McQueen usa un approccio soprattutto visivo e cerca nell'incontro o nello scontro distanza fra immagini e parola i segni dell'Amsterdam di ieri in quella di oggi. Segni a volte cancellati, distrutti come un edificio teatro di un evento significativo, impossibili da scovare se non attraverso la ricerca storica e l'accumulo di episodi condotti sulla base del romanzo di partenza. Il film costruisce un viaggio nella città replicando lo sguardo del turista, che vede dal di dentro ma fatica a cogliere l'insieme, il senso di ciò che visita. Occupied City è fatto quasi esclusivamente di riprese di facciate di edifici, di interni di appartamenti, di scene di vita quotidiana per le strade (macchine, bus, biciclette, gente a passeggio, parchi divertimento, lavori, giovani seduti su una panchina...) accompagnate da una voce narrante che in corrispondenza di un indirizzo, di una strada o di una piazza racconta cosa è avvenuto in quel luogo ottant'anni prima, dopo l'invasione tedesca dei Paesi Bassi nel maggio del 1940 e fino alla liberazione nel 1945.
Storie di deportazione di famiglie ebraiche, di solidarietà, di nascondigli e tradimenti, di resistenza ed eroismo, di denunce e sotterfugi, di esecuzioni pubbliche e di strategie per sopravvivere al freddo e alla fame. Storie lontane nel tempo ma ancora presenti nello spazio, nascoste dietro la facciata di una casa, dietro il nome di una via, ricordate da memoriali e monumenti. Le immagini di McQueen, quasi sempre totali fissi, a volte campi lunghi o complessi movimenti di macchina (camera car notturni, evoluzioni della camera che ruota di 360°), danno vita a un racconto monocorde che cerca di restituire la stratificazione storica e geografica di Amsterdam. Il passato dialoga inevitabilmente con il presente, anche quando in apparenza non c'è legame fra gli eventi dell'occupazione nazista e quelli del millennio in corso, così come la messinscena dei singoli fotogrammi (stupefacente anche perché le riprese sono state realizzate durante i lockdown del 2021) crea una tensione continua fra gli interni e gli esterni, la presenza e l'assenza, il vuoto e il pieno. Fra il racconto del coprifuoco imposto dai nazisti e le riprese della città deserta per la pandemia, fra le azioni della Gestapo e quelle della polizia olandese che sgombera un corteo di no-vax o di ecologisti. Certo, l'accumulo di date, nomi ed episodi può stancare e l'ambiguità di certe associazioni può essere pericolosa (l'Olanda è stata una delle nazioni che ha più contestato la somministrazione di massa di vaccini e la cosa non sembra essere un problema...), ma più che le posizioni storiche a McQueen interessa la vita della città, il suo tempo, i suoi spazi, a prescindere di chi li occupa e per quale ragione. Le sue immagini, così lucide e così calibrate nelle luci e nei colori, acquisiscono valore proprio in virtù della loro fissità e ripetizione; diventano luoghi capaci di far dialogare micro e macrocosmo, luoghi abitati e, per lo spettatore, da abitare, in cui il volto e il cuore di Amsterdam - forse proprio perché distanti e invisibili - sono il volto e il cuore di ogni posto nel mondo.
Al confine tra videoarte e cinema, fra l'installazione Ashes (alla Biennale di Venezia nel 2014), in cui filmava un pescatore di Grenada nel corso di dieci anni, e la serie Small Axe (2020, inedita in Italia), in cui ricostruiva il rapporto fra la città di Londra e gli immigrati caraibici negli anni 70, Steve McQueen ha realizzato con Occupied City uno dei suoi lavori più compiuti.