| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 117 minuti |
| Regia di | Leonardo Di Costanzo |
| Attori | Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco Pietro Giuliano, Nicola Sechi, Francesca Ventriglia. |
| Uscita | giovedì 14 ottobre 2021 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Vision Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,03 su 25 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 19 maggio 2023
Un vecchio carcere ottocentesco è in dismissione. Per problemi burocratici i trasferimenti si bloccano e una dozzina di detenuti con pochi agenti rimangono in attesa di nuove destinazioni in un'atmosfera sospesa. Il film ha ottenuto 9 candidature e vinto 2 Nastri d'Argento, 11 candidature e vinto 2 David di Donatello, In Italia al Box Office Ariaferma ha incassato 834 mila euro .
Passaggio in TV
mercoledì 18 febbraio 2026 ore 18,55 su SKYCINEMADRAMA
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Un carcere ormai in degrado sta per essere chiuso. Arriva però un contrordine: 12 detenuti ed alcuni agenti di polizia penitenziaria dovranno restarci un po' più a lungo degli altri perché la struttura che dovrebbe accogliere i detenuti non è a momento disponibile. Diventa quindi necessario gestire in modo nuovo il rapporto considerato che gran parte dell'edificio è ormai chiusa.
Leonardo di Costanzo prosegue con rigore il suo percorso di ricerca e di riflessione sulle dinamiche relazionali riprendendo il discorso iniziato con il suo film di finzione d'esordio, L'intervallo.
Là un ragazzo e una ragazza si trovavano confinati in uno spazio chiuso l'uno con il ruolo del carceriere (decretato dalla camorra) e l'altra in quello di prigioniera. I due, inizialmente distanti, finivano con l'avvicinarsi e con il conoscersi. Lo schema si ripropone ora ma con un salto produttivo notevole. Non ci sono più interpreti bravi ma sconosciuti come in quell'opera ma Servillo, Orlando e Ferracane nonché Striano tra i protagonisti.
Di Costanzo però, come detto, non perde il rigore del proprio sguardo indagatore dell'animo umano al di là delle convenzioni (come accadeva anche in L'intrusa) giocando sulla molteplicità dei punti di vista e sullo spazio. Perché non solo gli esseri umani ma le mura stesse dell'edificio raccontano in questo film. Raccontano di un edificio concentrazionario che è funzionale a fare riferimento non, come si potrebbe pensare, alle note vicende del carcere di Santa Maria Capua Vetere ma piuttosto, inizialmente, ai versi di Fabrizio De André "Di respirare la stessa aria dei secondini non ci va."
In quelle mura corrose ci sono due microcosmi conviventi e, al contempo, separati dalle sbarre e dai reciproci ruoli. Il che non impedisce le divisioni all'interno dei singoli gruppi. Sostenuto da una colonna sonora musicale di tutto rispetto di Pasquale Scialò, Di Costanzo compie un'operazione di accerchiamento fisico e psicologico dei suoi personaggi (le celle sono in una rotonda) portandone progressivamente in evidenza le sfumature psicologiche.
Al centro finiscono con il trovarsi l'ispettore Gaetano Gargiulo di Servillo e il detenuto Carmine Lagioia di Orlando. Ma questo non deve trarre in inganno perché il film è un'opera corale in cui ogni dettaglio è curato con attenzione e partecipazione. Un esempio? C'è un "Ecco", pronunciato da uno dei personaggi, che rappresenta la cartina al tornasole di come la sceneggiatura di Di Costanzo, Oliviero e Santella non si limiti ad essere funzionale alla messa in scena ma punti dritta al centro della ricerca di una possibilità di comprensione anche quando questa sembra impossibile.
Tutti siamo uguali dinanzi alla legge perché abbiamo pari dignità in quanto esseri umani. E se qualcuno ha commesso errori nella vita ed è stato condannato al carcere, non per questo perde la sua dignità di persona e la sua umanità. Quello di Costanzo è un film che negli anni '60 si sarebbe definito di "formazione", che trasmette valori, cioè, e contribuisce a rafforzare il senso civico e morale.
Nel cinema di Leonardo Di Costanzo ci sono sempre ambienti chiusi e isolati, in cui il cinema coglie preziosi momenti di sospensione, di attesa. Era così nel documentario Odessa (2006), che entrava in una nave di crociera bloccata nel porto di Napoli e filmava i giorni morti e lo stallo esistenziale dei suoi occupanti; era così, naturalmente, nel suo primo film di finzione, L’intervallo (2012), l’incontro di due adolescenti vittime entrambi della logica camorrista, costretti a condividere per un pomeriggio uno stabile abbandonato e il suo giardino e spinti dalle circostanze a trovare un’intesa grazie alla loro immaginazione ancora infantile.
Anche il successivo L’intrusa, girato tre anni dopo, raccontava un mondo “a parte” e “altro”, un centro ricreativo nel cuore dei quartieri napoletani in mano alla criminalità organizzata, che la presenza di un’estranea rendeva una terra di nessuno, una zona franca in cui riscrivere le regole della società.
Di tutti questi luoghi e questi mondi trasformati in palcoscenici, il carcere inesistente e astratto di Ariaferma è una sintesi straordinaria. Di fronte a un’emergenza non meglio chiarita dalla sceneggiatura, con il fantasma del lockdown che grava idealmente sulla situazione e sull’immaginario dello spettatore, la prigione sarda in cui guardie e carcerieri si trovano a condividere una situazione d’emergenza diventa un banco di prova della natura umana.
Non è un caso che il titolo internazionale del film sia The Inner Prison, la prigione interiore. Ariaferma chiama in causa la responsabilità di farsi uomini, di pensarsi come individui uscendo della prigione dei ruoli prefissati, delle maschere, del confronto fra carcerieri e carcerati. La violenza è implicita in ogni elemento del film, nelle regole di condotta della prigione, nelle sbarre delle celle, negli obblighi degli internati e nei doveri delle guardie: nessuno è libero, in Ariaferma, ma nella situazione singolare che viene a crearsi chiunque ha la possibilità di liberarsi per un attimo della corazza che indossa.
Di Costanzo e i suoi sceneggiatori Valia Santella e Bruno Oliviero hanno volutamente lavorato di sottrazione, o meglio ancora hanno costruito un racconto che avvicina diversi generi (il film carcerario, ovviamente, ma anche il western e le dinamiche di un assedio, alla Distretto 13: Le brigate della morte), ma preferisce allontanare il più possibile la materia narrativa di derivazione romanzesca e avventurosa, scegliendo invece il semplice confronto fra individui.
Anche in Ariaferma, come nell’Intervallo, c’è nel finale un giardino che assume toni quasi fiabeschi. In un luogo ideale, una sorta di astrazione nell’astrazione, i due protagonisti, la guardia Gaetano Gargiulo e il camorrista Carmine Lagioia, condividono per la prima volta un medesimo spazio di libertà. L’incolmabile distanza che li separa e al tempo stesso la vicinanza che li accomuna, li porta a essere finalmente sé stessi; conversando come due uomini alla pari, entrambi raccontano le reciproche storie e riaffermano così la loro natura e la loro idea di sé stessi: il primo consapevole di una superiorità che gli deriva dalla coscienza pulita, il secondo di una forza che nasce dalla sua spietatezza.
Non sono eroi, non sono personaggi, ma semplicemente individui con una vita alle spalle, con errori e responsabilità. E così, oltre il genere e il romanzesco, Ariaferma finisce per mettere in scena la vita, raggiungendo livelli di compassione e di ferocia inauditi.
E se fosse Ariaferma, il film fuori concorso di Leonardo Di Costanzo, il più bello tra i film italiani di Venezia? Sono sempre strani i criteri delle commissioni di selezione e dei direttori dei festival, attenti soprattutto al conformismo delle maggioranze all'interno della categoria dei "cinematografari", di cui fanno parte gli affini e i collaterali, i giornalisti e i critici e i funzionari e i [...] Vai alla recensione »